In difesa della dogmatica

Il cardinal Joseph Ratzinger al lavoro in una biblioteca.

Negli ultimi giorni abbiamo parlato parecchio di dogmatica: don Samuele Pinna mi ha proposto per Breviarium una bella pagina sui capisaldi del ministero teologale (e sulla vocazione ecclesiale ad esso connessa); su Aleteia, invece, mi chiedevano di esemplificare ad uso dei lettori e tramite immagini “i dogmi della Chiesa”

Un’affezionata lettrice, allora, mi ha privatamente scritto queste considerazioni, riferite al primo:

Leggendo l’ultimo Breviarium ho pensato che con tutti i paletti fissati da don Samuele forse staremmo ancora alla teoria geocentrica e alla netta opposizione alla libertà di coscienza; da ultimo non meriterebbero la qualifica di teologi persone come Hans Küng, don Carlo Molari e il cardinale Kasper. Il più grande dono che l’uomo ha, la libertà di pensiero, andrebbe a farsi benedire.

E poi queste riferite al secondo:

Chiarissimo e didascalico l’articolo sui dogmi:sembra scritto apposta per me. Saranno pure ben articolati tra di loro ma i dogmi sono frutto della mente dell’uomo e soprattutto dell’uomo di altri tempi; tempi in cui si cresceva a pane e catechismo e nessuno osava mettere alcunché in discussione. Non molto tempo ci separa dall’approvazione dell’ultimo dogma grazie al voto del Papa stesso (la delegazione tedesca per protesta aveva abbandonato l’augusto consesso), eppure ci sono stati e sono ancora in atto cambiamenti epocali. A chi verrebbe in mente oggi di elaborare un nuovo dogma? Penso neppure agli scismatici lefebvriani. All’università studiai un libro di Sapegno finalizzato a dimostrare un concetto fondamentale: ogni uomo è figlio del suo tempo, anche se ha per certi aspetti intuizioni che lo proiettano nel futuro. Ecco, i dogmi, o meglio coloro che li hanno elaborati, erano figli del loro tempo. Oggi ben pochi tra i cattolici ammettono di credere in quelle “verità di fede”.

Alle prime risposi rimandando alla bellissima istruzione Donum Veritatis, cui anche don Samuele rimandava (precisando correttamente che il suo “decalogo” non pretendeva di essere più che «uno tra i molti possibili»). L’istruzione del prefetto Ratzinger l’avevo citata la settimana prima anche a un’altra lettrice, alla quale dicevo che la teologia non è tanto un mestiere, quanto una vocazione. Da ciò conseguono due considerazioni:

  1. Quanti la trattano da mestiere (Beruf) ne tradiscono il significato e le esigenze di vocazione (Berufung);
  2. Come ogni vocazione, anche quella teologale può essere tradita in sé stessa, oltre che relativamente ad altro, se chi la vive non la esercita appunto nel suo alveo proprio, cioè nel seno ecclesiale (da quest’unica radice perversa nascono gli errori, eguali e contrarî, di quanti pretendono di giudicare il Papa e di quanti s’illudono che la teologia sia un mero esercizio di “libero pensiero”).

E a tale proposito la questione si fa schiettamente epistemologica, non riguardando più semplicemente il “come si fa teologia”, ma più globalmente il “come si conosce” una verità di fede. Difatti – quanto alle ultime osservazioni – precisavo alla lettrice che un cristianesimo senza dogmi piacerebbe al mondo solo perché non più vero, mentre il dogma è precisamente l’esercito della fede nell’intelletto e la dignità dell’intelletto nella fede1Resta ben inteso che non solo a nessuno verrebbe mai in mente oggi di “elaborare un nuovo dogma”, ma che nessun cattolico ha mai inteso fare una simile mostruosità: il dogma è uno e immutabile, e la maturazione dei dogmi indica il progresso della coscienza ecclesiale nell’approfondimento dell’unica verità rivelata per la salvezza.. Mancuso, Maggi & Co. sono persone astiose che ormai devono vivere suonando la loro grigia canzone e facendosela applaudire da persone con meno pazienza che domande. Ci sono sempre stati, simili personaggi, giacché ogni epoca ha avuto la sfacciataggine di ritenersi migliore delle precedenti: nessuno di loro però lascia un vero segno, perché solo la fedeltà è davvero grande. E corredavo a conforto di queste parole una celebre, benché dimenticata, pagina della Critica della Ragion pura di Kant. Non un libro di teologia, come è noto. Ma nondimeno un libro che ha ancora da dire qualche parola sull’epistemologia e sulle pretese idealistiche (e germinalmente solipsistiche) del nostro tempo.

La matematica ci dà uno splendido esempio di quanto possiamo spingerci innanzi nella conoscenza a priori,  indipendentemente dall’esperienza. È vero che essa ha che fare con oggetti e conoscenze solo in quanto si possono presentare nell’intuizione: ma questa circostanza vien facilmente trascurata, perché l’intuizione stessa può essere data a priori, e perciò difficilmente si può distinguere da un concetto puro. Eccitato da una siffatta prova del potere della ragione, l’impulso a spaziare più largamente non vede più confini. La colomba leggiera, mentre nel libero volo fende l’aria di cui sente la resistenza, potrebbe immaginare che le riuscirebbe assai meglio volare nello spazio vuoto di aria. Ed appunto così Platone abbandonò il mondo sensibile, poiché esso pone troppo angusti limiti all’intelletto; e si lanciò sulle ali delle idee al di là di esso, nello spazio vuoto dell’intelletto puro. Egli non si accorse che non guadagnava strada, malgrado i suoi sforzi; giacché non aveva, per così dire, nessun appoggio, sul quale potesse sostenersi e a cui potesse applicare le sue forze per muovere l’intelletto. Ma è un consueto destino della ragione umana nella speculazione allestire più presto che sia possibile il suo edifizio, e solo alla fine cercare se gli sia stato gettato un buon fondamento. Se non che, poi si cercano abbellimenti esterni di ogni specie per confortarci sulla sua saldezza, o anche per evitare del tutto tale tardiva e pericolosa verifica2Immanuel Kant, Critica della ragion pura, Laterza, Roma-Bari 2000, 38..

Max Stirner, pseudonimo di Johann Caspar Schmidt

Certo, Kant sta parlando delle conoscenze a priori, mentre le “religioni della pace” sono delle costruzioni pratiche eminentemente a posteriori (e i romani sogliono evidenziare i limiti epistemologici delle conoscenze a posteriori con un colorito “e grazi’ ar…”), ma i solipsisti dei nostri giorni sono il frutto del vaticinio prometeico di Schmidt eppure leggendo questa pagina non capiscono almeno tre espressioni di codesto solo ultimo periodo… Giacché l’individualismo (che del solipsismo è il frutto pratico) comporta la bizzarra contraddizione per cui si nega credito a qualunque religione in quanto i dogmi della fede rivelata sarebbero “frutto di elaborazioni umane”, salvo poi accogliere come manna celeste ogni idolatria spirituale espressamente e dichiaratamente creata a tavolino da qualche ominide (solitamente meno dotto, meno buono e meno devoto del meno dotto, meno buono e meno devoto dei santi).

E Platone stesso, nel Fedone, ammetteva che la dogmatica teologica sarebbe assai più ardita, rischiosa e incerta nelle “religioni razionali” che in un’ipotetica fede rivelata:

Mi sembra, Socrate, e forse sarai anche tu del mio parere, che essere così sicuri su certe questioni, sia una cosa impossibile o, per lo meno, molto difficile, almeno in questa vita; d’altronde, io penso che il non esaminare da un punto di vista critico le cose che si son dette, il lasciar perdere il problema, prima di averlo indagato sotto ogni aspetto, sia proprio dell’uomo dappoco; quindi, in casi simili, non c’è altro da fare: o imparare da altri, come stanno le cose, o trovare da sé, oppure, se questo è impossibile, accettare l’opinione degli uomini, la migliore s’intende, e la meno confutabile e con essa, come su di una zattera, varcare a proprio rischio il gran mare dell’esistenza, a meno che uno non abbia la possibilità di far la traversata con più sicurezza e con minor rischio su una barca più solida, cioè con l’aiuto di una rivelazione divina3Platone, Fedone XXXV..

Solo che lui, Platone, la fede rivelata non ce l’aveva (e la sospirava). Noi invece, che l’abbiamo ricevuta, rigettiamo la vera religione per costruirci a tavolino quelle false. E ci crediamo pure progrediti4Laddove forse siamo solo trogloditi.!

Note   [ + ]

1. Resta ben inteso che non solo a nessuno verrebbe mai in mente oggi di “elaborare un nuovo dogma”, ma che nessun cattolico ha mai inteso fare una simile mostruosità: il dogma è uno e immutabile, e la maturazione dei dogmi indica il progresso della coscienza ecclesiale nell’approfondimento dell’unica verità rivelata per la salvezza.
2. Immanuel Kant, Critica della ragion pura, Laterza, Roma-Bari 2000, 38.
3. Platone, Fedone XXXV.
4. Laddove forse siamo solo trogloditi.

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