Buon #Dantedí a tutti: la data è sbagliata (ma va bene uguale)

Dante e Beatrice davanti alla Trinità divina

È ufficiale: il 25 marzo di ogni anno sarà in Italia il “Dantedì”: una giornata dedicata al ricordo, allo studio, alla celebrazione di Dante Alighieri.

Ottima la decisione del Consiglio dei Ministri e ottime anche le sue motivazioni. Secondo il ministro Franceschini, che ha proposto l’iniziativa, “Dante è l’unità del paese, Dante è la lingua italiana, Dante è l’idea stessa d’Italia”. L’unanimità con cui l’idea è stata accolta è già un primo frutto del Dantedì e dovrebbe far ri-flettere (proprio in senso etimologico:”piegarsi di nuovo”) sulle radici profonde, cristiane e culturali, dell’identità italiana.

Però, dispiace doverlo dire, la scelta della data, 25 marzo, presentata come quella, possibile, dell’inizio del viaggio dantesco nell’aldilà, è sbagliata. E sbagliata è anche quella dell’8 aprile, comunemente presente nei commenti scolastici alla Divina Commedia.

Benvenuto “Dantedí”: la data è sbagliata (ma va bene lo stesso)

La data esatta è il 5 aprile 1300, martedì della settimana santa.

È Dante stesso che in due passi del suo Poema dichiara che uscì dalla selva oscura e iniziò il suo “cammino” in coincidenza del plenilunio post-equinoziale (dopo il 21 marzo), che nel 1300 non fu il 25 marzo o l’8 aprile , bensì al primo mattino del 5 aprile:

1. Virgilio, nel secondo giorno del viaggio, incita Dante a passare dalla quarta bolgia degli indovini alla quinta dei barattieri; gli dice di fare in fretta, perché la luna sta tramontando, e poi aggiunge:

«e già iernotte fu la luna tonda:
ben ten de’ ricordar, ché non ti nocque
alcuna volta per la selva fonda».

Sì mi parlava, e andavamo introcque.

Inf. XX, 127-130

2. Dante incontra in Purgatorio, nella cornice dei golosi, l’amico Forese e, ricordandogli il comune periodo di traviamento, gli dice:

«Di quella vita mi volse costui

che mi va innanzi (Virgilio), l’altr’ier, quando tonda

vi si mostrò la suora di colui»,

e ’l sol mostrai 

Purg. XXIII, 118-121

La sorella (“suora”) del sole è la luna perché secondo la mitologia greca Apollo e Diana, sole e luna, erano fratelli gemelli, figli di Latona.

Dante “si ritrovò”, smarrito, “per una selva oscura” e ne uscì, guidato da Virgilio, mentre in cielo la luna diventava piena: erano precisamente le ore 5:39 del 5 aprile 1300.

Questa è quindi la data d’inizio del viaggio dantesco.

Tutta la questione è stata esaminata e (secondo noi) brillantemente risolta in uno dei saggi contenuti nel volume di Paolo Pecoraro “Le stelle di Dante”, che però i dantisti, con la lodevole eccezione di Giuseppe Giacalone nel suo ottimo e fortunato commento alla Commedia, mostrano comunemente d’ignorare.

Noi qui invece attingiamo proprio a “Le stelle di Dante” per esaminare ed escludere le due ipotesi dell’8 aprile 1300 e del 25 marzo 1301 come possibili date d’inizio del viaggio ultramondano di Dante e per risalire alla data esatta con tutti i suoi straordinari significati simbolici.

L’ipotesi dell’8 aprile

Quelli che fanno cominciare il viaggio l’8 aprile 1300 si fondano sul discorso del diavolo Malacoda, che, nella quinta bolgia dei barattieri, spiega a Dante e Virgilio che per proseguire devono raggiungere un altro ponte, essendo quello su cui vanno crollato sulla sesta bolgia per il terremoto avvenuto alla crocifissione e morte di Cristo, di cui il giorno precedente (cioè il giorno iniziale del viaggio dantesco) è anche l’anniversario:

Poi disse a noi: «Più oltre andar per questo
iscoglio non si può, però che giace
tutto spezzato al fondo l’arco sesto.

E se l’andare avante pur vi piace,
andatevene su per questa grotta;
presso è un altro scoglio che via face.

Ier, più oltre cinqu’ore che quest’otta
mille dugento con sessantasei
anni compié che qui la via fu rotta». 

Inf. XXI, 106-114

Se il giorno precedente (cioè il giorno iniziale del viaggio dantesco) è anche l’anniversario di quel venerdì in cui avvenne la crocifissione di Gesù, allora l’inizio del viaggio va collocato al venerdì santo, che nel 1300 cadde l’8 aprile: così argomentano i sostenitori di questa data.

Ora tale argomentazione:

  1. è contraddetta dai suddetti due passi della Commedia, i quali affermano che Dante iniziò il suo viaggio nel giorno del plenilunio post-equinoziale del 1300, che fu il 5 aprile;
  2. non tiene conto che a parlare è un diavolo, che vuole ingannare e portare confusione. Infatti le parole di Malacoda sono menzognere, ingannevoli e mirano a farsi beffa di Virgilio e Dante sia riguardo al ponte, in quanto, come poi si vedrà, tutti i ponti sulla sesta bolgia, e non uno solo, sono franati; sia riguardo alla data dell’anniversario della crocifissione di Gesù, che egli determina usando non il calendario solare-liturgico-ecclesiastico, ma il calendario lunisolare (quello degli antichi Caldei, e degli ebrei antichi, medievali e moderni), che bada a far coincidere l’inizio di ogni mese con la luna nuova e quindi la metà del mese con la luna piena. Contando in anni lunisolari (cioè da plenilunio post-equinoziale a plenilunio post-equinoziale) si parte dal venerdì in cui Gesù fu crocifisso, che fu nel calendario ebraico il 15 del mese di Nisan, giorno del plenilunio post-equinoziale, e si arriva al giorno del plenilunio post-equinoziale del 1300 che fu il 5 aprile, data che mette d’accordo le informazioni di Malacoda con i due sopra ricordati riferimenti al plenilunio (Inf. XX,127-129 e Purg. XXIII, 118-121).
    Che poi Malacoda preferisca il calendario lunisolare ad altri, oltre che con la sua volontà d’ingannare e metter confusione, “si spiega – scrive Pecoraro – in quanto un demonio deve provare spiccata antipatia per il calendario liturgico, e quasi altrettanta per il Sole, universale simbolo divino (Conv. III 12; Purg. XIII 16-21; etc.), mentre può essere meno infastidito dalla Luna, se non altro perché questa si confonde talora con la Ecate infernale (“la faccia della donna che qui regge” dice Farinata degli Uberti – Inf. X 80)”.
  3. determina una cronologia non conveniente al “poema sacro”: se Dante iniziasse il viaggio il venerdì santo 8 aprile 1300, arriverebbe la domenica di Pasqua,10 aprile, in Purgatorio (che è invece una … Quaresima!) e arriverebbe in Paradiso il giovedì dopo Pasqua (il che non avrebbe alcun significato simbolico). “Iniziando il viaggio la mattina del 5 aprile, questo arriva invece coerentemente a concludersi nei cieli in una domenica di Pasqua ed è una Pasqua senza fine”.

L’ipotesi del 25 marzo

La proposta del 25 marzo 1301, come data d’inizio del viaggio dantesco, venne avanzata nei primi anni del secolo scorso dall’autorevole astronomo siciliano Filippo Angelitti ed è legata all’interpretazione di un passo controverso della Commedia.

Siamo sulla spiaggia dell’isola del Purgatorio. Dante e Virgilio sono appena usciti dall’inferno “a riveder le stelle”. Il “dolce color d’oriental zaffiro” del cielo notturno, che precede di poco l’alba, torna a dare”diletto” agli occhi del Poeta che, guardando verso est, vede un meraviglioso spettacolo astrale:

Lo bel pianeto che d’amar conforta
faceva tutto rider l’orïente
velando i Pesci ch’erano in sua scorta.

Purg. I, 19-21

Il bel pianeta che induce all’amore faceva risplendere tutta la parte orientale del cielo, nascondendo un po’ (col suo splendore) la costellazione dei Pesci, che si trovava al suo seguito (cioè in congiunzione con esso sulla fascia dello Zodiaco).

Tutti i commentatori hanno da sempre identificato nel “bel pianeto che d’amar conforta” Venere. Anche l’Angelitti, che però, da serio studioso di astronomia, fece notare che nella prima decade dell’aprile 1300 il pianeta Venere fu visibile alla sera dopo il tramonto, e non al mattino prima dell’aurora, sicché Dante al primo mattino di giovedì 7 aprile 1300 non poteva averlo visto. E non volendo ammettere (come è giusto!) che Dante inventi a proprio arbitrio i suoi panorami celesti e stellari, propose di spostare la data d’inizio del viaggio al 25 marzo 1301 e quindi la visione del “bel pianeto” Venere al 27 marzo 1301, quando Venere fu effettivamente visibile prima del sorgere del sole.

Questo spostamento, che ha dato vita alla data del “Dantedì”, è stato ed è però ritenuto inaccettabile da tutti i più grandi dantisti. “Il riferimento al 1300 – afferma per esempio la Chiavacci Leonardi – è troppo preciso, proprio nel canto che segue quello del “bel pianeto”, perché si possa in base a questa osservazione (quella di Angelitti) spostare la data del viaggio, che ha una così rilevante convenienza ideale (il 1300 è l’anno del Giubileo!) con la storia narrata”.

La Chiavacci Leonardi si riferisce all’episodio che fissa in modo incontrovertibile al 1300 la data del viaggio dantesco.

Siamo ancora sulla spiaggia del Purgatorio. Di fronte a Dante e Virgilio da una navicella (“un vasello snelletto e leggero”) guidata da un angelo ( “il celestial nocchiero”), scende un gruppo di anime destinate alla purificazione. Tra loro Dante riconosce un suo amico, Casella, ed è sorpreso dal ritardo con cui questi arriva in Purgatorio, essendo egli morto molto tempo prima. “Com’è – gli chiede – che a te tanta ora è tolta?”: come mai ti è stato tolto tanto tempo (alla tua purificazione)?

Ed elli a me: «Nessun m’è fatto oltraggio,
se quei che leva quando e cui li piace,
più volte m’ha negato esto passaggio;

ché di giusto voler lo suo si face:
veramente da tre mesi elli ha tolto
chi ha voluto intrar, con tutta pace.

Ond’io ch’era ora alla marina vòlto
dove l’acqua di Tevero s’insala,
benignamente fu’ da lui ricolto.

A quella foce ha elli or dritta l’ala,
però che sempre quivi si ricoglie
qual verso Acheronte non si cala».

Purg.II 94-105

Dalla risposta di Casella veniamo dunque a sapere che da tutto il mondo le anime destinate al Purgatorio si raccolgono alla foce del Tevere e sono trasportate da un angelo nocchiero, che sceglie e accoglie nella sua barca quelle per cui è giunto il momento di partire. E questo spiega il suo ritardo. Tuttavia, aggiunge Casella, da tre mesi egli ha preso chiunque ha voluto entrare, tranquillamente.

Perché questa “amnistia”? Perche da tre mesi era iniziato il Giubileo, promulgato da papa Bonifacio VIII il 22 febbraio 1300, ma con la possibilità di lucrare l’indulgenza fin dal Natale precedente, cioè dal 25 dicembre 1299. L’indulgenza consiste nell’ottenere il condono della pena che, perdonato il peccato, resta da scontare nel Purgatorio come purificazione dalla tendenza ai propri vizi e Dante applica qui liberamente tale condono al tempo che le anime – secondo la sua invenzione –devono trascorrere in attesa alla foce del Tevere.

Le conferme del 1300 come anno del viaggio dantesco vengono dai molti luoghi del poema che offrono una data e portano tutti a tale anno (cfr. Inf.VI 67-69, X 79-81, XXI 112-4; Purg.II 98-9, XXIII 76-8; Par.XVII 80-1 ecc.). Citiamone soltanto altri due.

Nel canto X dell’ Inferno Dante raccomanda a Farinata degli Uberti di riferire a Cavalcante che suo figlio, Guido Cavalcanti, è vivo: “Or direte dunque a quel caduto, / che ‘l suo nato è co’ vivi ancor congiunto”; e allora siamo nel 1300 perché Guido morì il 29 agosto 1300 e nel 1301 non era più “co’ vivi congiunto”.

E poi basterebbe il famoso primo verso della Commedia – “Nel mezzo del cammin di nostra vita – con il quale Dante, oltre a voler significare molto altro, c’informa che aveva 35 anni, perché , come egli stesso afferma nel Convivio (IV,XXIII,6-10) sulla scorta della Bibbia (Ps. 89,10) e dei medici e dei filosofi aristotelici, “lo punto sommo dell’arco di tutte le terrene vite è il trentacinquesimo anno”; e allora siamo nel 1300 perché è in quest’anno che Dante, nato il primo giugno 1265, compì i suoi 35 anni.

La soluzione

Come si esce da questa impasse? Con la geniale intuizione di Paolo Pecoraro: “lo bel pianeto che d’amar conforta”, che Dante contempla nel cielo orientale del Purgatorio all’alba di giovedì 7 aprile 1300, non è Venere: è Marte.

Paolo Pecoraro, Le stelle di Dante, 434

Lo si vede benissimo nello schema del cielo (qui allegato) di quel giorno e a quell’ora, che possiamo fissare alle 4:40, cioè all’incirca un’ora e mezza prima del sorgere del Sole, che in quel giorno fu in quel punto alle ore 6:13.

Questo schema è a disposizione di tutti e si può reperire facilmente su internet senza ricorrere al tradizionale “librone” della Società Filosofica di Filadelfia.

Su tale schema – attenzione! – tutti gli astronomi-dantisti sono d’accordo: alle ore 4:40 di quel 7 aprile 1300 l’unico pianeta che “faceva tutto rider l’oriente” era Marte. Il Sole e tutti gli altri pianeti erano sotto la linea dell’orizzonte e non erano quindi visibili. 

Marte è l’unico visibile, soddisfa a tutte le condizioni della descrizione di Dante, eppure tutti i commentatori, senza eccezione alcuna, non hanno mai pensato che il pianeta che “d’amar conforta” potesse essere Marte!

Come mai? Cosa è successo?

È successo che i commentatori si sono fondati – ironizza Pecoraro –

più su una, diciamo così, debolezza mascolina, che su una obiettiva valutazione razionale. Ragionando freddamente è facile capire che amore, a qualunque livello, comporta relazione, e relazione comporta due termini, e non un termine solo: in termini astrologici, se c’è Venere, ci vuole Marte, o qualcosa di simile. Ma è proprio per un inconscio pregiudizio maschilista, se non ci inganniamo, che a nessun commentatore passa per la mente che amore non possa evocare se non dolcezze soavità blandizie mollezze tenerezze etc., che sono faccende venusiane e non certo marziane.

L’amore venusiano, fatto di dolcezza-soavità-tenerezza, richiede insomma anche il suo naturale complemento, e cioè l’amore marziano, fatto di impegno, dono, fedeltà, sacrificio, lotta (a cominciare da quella contro il proprio egoismo), per il bene dell’altro. Non è forse questo, dopotutto, il Dante che lampeggia in quei versi della Commedia da cui hanno tratto forza i nostri uomini migliori nei tempi difficili del nostro Paese e che – ci auguriamo – con l’attuale, un po’ misteriosa, ripresa del “dantismo” sembra sia tornato a parlare al cuore e alla mente del nostro popolo?

Da una parte, infatti, è psicologicamente spiegabile che l’idea di amore evochi l’immagine di Venere, e non quella di Marte, ma dall’altra bisogna dire che risente anche

del decadimento dei costumi attuali – continua Pecoraro – l’idea che quando si parla di amore, non si possa pensare ad altro che alla sensibilità e magari alla sensualità. Ma amore è anche quello di un padre, di un marito energico, fattivo, lavoratore; è anche quello di un soldato che difende la sua patria.

I cavalieri del Medio Evo sapevano benissimo che da parte loro la miglior prova d’amore consisteva nel combattere eroicamente in difesa dei più alti ideali: la qual cosa certo neanche il più rozzo di quei prodi poteva ritenere equivalente a venusiani baci e carezze. Ma i dantisti non ci pensano, come non pensano alla prossimità di eros con eroe.

Come si vede, la questione della data del “Dantedì” porta ad approfondire e capire meglio un elemento essenziale del pensiero dantesco: la natura dell’amore, che, a qualsiasi livello, è una relazione, e richiede due termini, diversi e complementari, come appunto Venere e Marte.

La conferma arriva da tanti passi delle opere di Dante. Vediamone qualcuno:

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