Antivangelo di Marco Sambruna. Una lettura critica (ma sim-patica)

Jacqueline Gomes, Original Sin Rebirth, Winsor & Newton Oil & Silver Metal Leaf on Galleria Gesso Primed Canvas Board, 2017

Ricapitolando, il credente laico o consacrato oggi deve scegliere fra tre alternative: custodire nell’occultamento la propria fede per salvaguardarla dagli occhiuti occhi mondani, a prezzo dell’isolamento; esporre la propria fede per uscire dall’isolamento, a prezzo della derisione, custodire nell’occultamento la propria fede e contemporaneamente offrire al pubblico una versione laicista, ossia artefatta di se stesso, a costo della scissione schizoide, foriera di nevrosi. Una scelta di fede coraggiosa senza se e senza ma imporrebbe di rigettare come menzognera la terza alternativa e di accettare il ruolo scomodo imposto dalla prima o dalla seconda condizione a seconda del carattere e del temperamento personale.

Marco Sambruna, L’antivangelo. Radici filosofiche del nichilismo moderno, Edizioni Radio Spada, Cermenate 2019, p. 1901D’ora innanzi questo testo sarà citato direttamente con la sigla AV seguita da una virgola e dal numero della pagina o delle pagine in questione..

Così Sambruna introduce il quadro conclusivo nel quale espone quello che per lui è il problema dell’esser-cristiano oggi nel suo saggio “L’antivangelo. Radici filosofiche del nichilismo moderno”. Se ho ben compreso l’intentio auctoris – l’intenzione profonda che muove un uomo a pensare e a mettere per iscritto questi pensieri – questo è il problema su cui il testo riflette e medita, il problema esistenziale profondo che muove la riflessione. È il nichilismo infatti, secondo il nostro autore, a disegnare la situazione essenziale nella quale il cristiano vive ed opera. In essa egli è posto di fronte ad una scelta netta:

  • una fede sofferta (per l’opposizione o per l’isolamento);
  • una lenta conversione al catto-liberismo (o catto-progressismo), che avviene per gradi, per «diventare un uomo nuovo conforme alla nuova religione laicista» (AV, 191)2E più in generale il capitolo conclusivo alle pagine 187-196 per quanto si va dicendo.;
  • come terza possibilità una scissione schizoide tra l’adesione interiore di fede ed un’esteriore figura conforme alle esigenze dell’epoca. Il testo è quindi mosso da uno dei problemi fondamentali del cristiano in situazione oggi, che è anche un luogo teologico fondamentale: il rapporto tra il cristiano e il mondo – il cristiano e la fede cristiana, come adesione personale e come Cristianesimo.
La copertina del libro di Sambruna

La stessa conflittuale vitalità delle opinioni all’interno della Chiesa cattolica oggi, catalizzate agli estremi da coloro che attaccano – pur cattolici presunti ortodossi – il Papa e coloro che ugualmente si servono del Papa per una propria agenda3Sebbene ritenga adeguata questa espressione di polarità per abbracciare la conflittualità delle opinioni esse non sono soggette ad un giudizio indifferente., tale conflittualità trova precisamente nel rapporto tra Cristianesimo (cattolico) e mondo – nel pensiero, nella società, nella cultura – contemporaneo il punctum dolens. Sambruna identifica nel nichilismo l’atteggiamento spirituale della società oggi e perciò il contesto in cui il cristiano in occidente si trova a vivere ed operare. In quale rapporto dialettico stanno la fede cristiana e il mondo, oggi? Cosa si deve intendere per nichilismo? A queste domande vuole rispondere il saggio, che vale la pena ripercorrere per poi proporre qualche rilievo critico.

Il testo inizia in maniera molto opportuna con un’introduzione tesa a definire chi siano i nichilisti e quali siano le correnti del nichilismo moderno. A seguire il corpo centrale del testo, che espone le riflessioni di quattro pensatori sul Cristianesimo e il nichilismo. I pensatori sono Feuerbach, Nietzsche, Marx & Engels (contano per uno) e Freud. A parte Feuerbach gli altri autori sono precisamente quelli che seguendo Ricœur sono detti i maestri del sospetto4Espressione di Ricœur per indicare una sorta di scuola del sospetto. «La dominano tre maestri che in apparenza si escludono a vicenda, Marx, Nietzsche e Freud. È piú facile mettere in mostra la loro comune opposizione a una fenomenologia del sacro, intesa come propedeutica alla “rivelazione” del senso, che non il loro articolarsi all’interno di un unico metodo di demistificazione. Relativamente facile è constatare che queste tre imprese hanno in comune la contestazione del primato dell’“oggetto” nella nostra rappresentazione del sacro, nonché del “riempimento” della mira intenzionale del sacro tramite una sorta di analogia entis che ci inserirebbe nell’essere in virtú di una intenzione assimilatrice. Facile è anche riconoscere che si tratta di un esercizio del sospetto che per ogni singolo caso è differente. Sotto la formula negativa, “la verità come menzogna”, si potrebbero porre questi tre esercizi del sospetto. Ma il senso positivo di queste imprese siamo ancora lontani dall’averlo assimilato, siamo ancora troppo attenti alle loro differenze e alle limitazioni che i pregiudizi del loro tempo fanno subire ai loro epigoni ancor piú che alle imprese stesse» (P. Ricœur, Dell’interpretazione. Saggio su Freud, Il Saggiatore, Milano, 1967, pagg. 46 ssg., grassetto mio).. Termina il saggio una conclusione che esprime il motore esistenziale di questo testo, di cui abbiamo citato un passo all’inizio. In una breve recensione non si può sottoporre ad analisi la complessa ed estesa sezione centrale di presentazione dei singoli filosofi sotto la luce della desacralizzazione del sacro come ciò che è proprio della filosofia moderna (per Sambruna). In realtà sarebbe questo che ci si aspetterebbe da una recensione fatta da un “filosofo”, e per questo – exscusatio non petita accusatio manifesta – giustificherò questa mancanza con due riflessioni.

  1. Sambruna svolge la presentazione del pensiero di questi autori sotto un preciso taglio interpretativo generale non interno a ciascun pensatore, ma alla finalità della sua riflessione e alla periodizzazione della modernità filosofica, letta come sviluppo del processo di desacralizzazione primariamente rivolta al Cristianesimo.
  2. Un primo rilievo critico formale è l’apparato di citazioni “liquido” ed irregolare in questa sezione centrale. Non che ci si aspettasse una tipologia di citazioni puntigliose, ma in Feuerbach esse sono assenti, scarsissime specialmente in Marx e Freud, mentre un po’ più dense nella parte di Nietzsche. Quello che manca, al di là dell’indizio “numerico”, è un riferimento preciso alle basi testuali o alle fasi del pensiero dei varii pensatori, che permettano un orientamento maggiore e la possibilità di indicare approfondimenti in modo puntuale. Legato a questo limite è quello, corrispondente, di non trovare indicato nemmeno un autore di riferimento, che fosse corroborante o in opposizione, per la considerazione della modernità filosofica. L’apprezzamento dell’originalità e primitività di una riflessione di cui si è responsabili in prima persona e come tale presentata al pubblico è senz’altro impagabile5Intendo primitività nel senso kierkegaardiano di un un pensiero che rimane ancorato alle impressioni e agli interessi fondamentali del singolo uomo esistente, quindi un pensiero che derivi da un contesto vitale vissuto in prima persona. Un atteggiamento dunque in cui, senza nessuna esclusione del rigore concettuale, il pensiero sia ancorato all’io dell’uomo, senza astrazioni fantastiche. Per uno sviluppo di questa idea cf. S. Kierkegaard, La dialettica della comunicazione etica ed etico-religiosa, in Idem, Scritti sulla comunicazione, Orthotes Editrice, Napoli – Salerno 2015, pp. 51-52.59.74 ssg.. Un passo esemplificativo: «Alle volte si diventa scrittori a furia di letture – non con la propria primitività. Non si sa con se stessi se si è uomini, ma mediante una conclusione: perché si è come gli altri. Chissà se poi qualcuno lo è! E ai nostri tempi, mentre d’altronde si è dubitato di tutto, a nessuno viene il dubbio di chiedere: chissà se qualcuno di noi è un uomo!» (ibidem, p. 59).. D’altra parte proprio nel momento in cui si intende esporre non già soltanto il fenomeno del nichilismo, ma le sue radici filosofiche, dei riferimenti primari articolati ai filosofi sono importanti, così come pure quelli dei pensatori ispiratori o compagni in un percorso. Molti sono i pensatori che hanno fornito visioni complessive del nichilismo e del rapporto tra Cristianesimo e modernità filosofica e sociale: Fabro, Maritain, Amerio, De Lubac, Del Noce e molti altri.

Per questi precisi motivi credo sia strategicamente importante l’attenta rilettura dell’introduzione, che delimita concettualmente il campo di riflessione e il suo quadro, per poi riprendere il tema fondamentale su enunciato, il rapporto cristiano-mondo.

Le figure del nichilista: la caduta della modernità

L’introduzione identifica quattro figure di nichilista seguendo le opere dei romanzieri russi Turgenev, Dostoevskij e Tolstoj; ogni figura è in qualche modo concretizzazione in existentia del pensiero dei quattro autori dopo analizzati.

  1. il positivista (Turgenev, “Padri e figli”), ideale della nuova umanità secondo Freud;
  2. il materialista, l’Ivan Karamazov di Dostoevskij, inveramento del materialismo dialettico di Marx ed Engels;
  3. il libertario ovvero lo Stavrogin de “I demoni” di Dostoevskij, con tratti in comune con il superomismo nietzscheano;
  4. l’umanitarista alla Tolstoj, la cui visione di vita trova manifestazione filosofica in Feuerbach (per questa suddivisione cf. AV, 8-9).

Al di là delle differenze, per Sambruna

ciò che li accomuna è la polemica contro la visione tradizionale dell’uomo e del mondo plasmata nel corso dei secoli dalla religione e soprattutto dal cristianesimo. È dunque l’apologetica anticristiana sviluppata secondo categorie filosofiche e protesa alla desacralizzazione del sacro a conferire la sua impronta alle radici della filosofia moderna.

AV, 9

A partire da questa categorizzazione di cui si individua subito il tratto sintetico che accomuna le varie figure, Sambruna espone le idee fondamentali della modernità filosofica o del nichilismo – modernità e nichilismo sembrano in qualche maniera equiparati.

Il pensiero moderno è caratterizzato da un’idea di progresso e di superabili del male il cui motore e scopo è la libertà illimitata dell’individuo. Il cammino che porta alla libertà illimitata non è soltanto una rimozione degli ostacoli della libertà – la morale, le norme religiose, “dio” – ma una vera e propria nuova religione, il cui dogma è la nullificazione di ogni norma o momento negativo della libertà. Conclusione inevitabile è la rimozione stessa della scelta:

Le scelte inderogabili sono continuamente dilazionate nel tempo a causa della paura dell’esaurirsi delle possibilità di scelta: una volta che questa è stata compiuta, ci incammina in una direzione ben determinata. Una scelta compiuta infatti impegna e richiede fedeltà alle conseguenze che comporta. La mancanza di serietà, prima ancora della mancanza di santità che ne è effetto e non causa, è il primo male che affligge l’uomo contemporaneo.

AV, 14-156Molto interessante il paragrafo sulla “scelta di non scegliere” come rifiuto di porre l’aut – aut mortale della scelta per rimanere nella pura possibilità: cf. AV, 14-16. Sambruna cita Kierkegaard, acutamente.

La rinuncia alla scelta come decisione e la libertà illimitata conducono al relativismo etico, di per sé ateo e amorale. Altra vittima di questo percorso esistenziale e storico è la ragione, in quanto l’illimitatezza della libertà trova motore e senso in un’emotività del tutto priva dei legami o limiti che il logos fornisce all’esistenza umana, in maniera che il pathos sostituisca ethos e ragione nella guida dell’individuo7«L’uomo moderno ha subito una vera e propria mutazione antropologica che ha provocato la regressione psichica dominata dal principio del pathos, cioè dell’emotività anziché dall’ethos e dal logos cioè dalla morale e dalla razionalità ormai entrambe eclissatesi» (AV, 18-19)..

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Note

D’ora innanzi questo testo sarà citato direttamente con la sigla AV seguita da una virgola e dal numero della pagina o delle pagine in questione.
E più in generale il capitolo conclusivo alle pagine 187-196 per quanto si va dicendo.
Sebbene ritenga adeguata questa espressione di polarità per abbracciare la conflittualità delle opinioni esse non sono soggette ad un giudizio indifferente.
Espressione di Ricœur per indicare una sorta di scuola del sospetto. «La dominano tre maestri che in apparenza si escludono a vicenda, Marx, Nietzsche e Freud. È piú facile mettere in mostra la loro comune opposizione a una fenomenologia del sacro, intesa come propedeutica alla “rivelazione” del senso, che non il loro articolarsi all’interno di un unico metodo di demistificazione. Relativamente facile è constatare che queste tre imprese hanno in comune la contestazione del primato dell’“oggetto” nella nostra rappresentazione del sacro, nonché del “riempimento” della mira intenzionale del sacro tramite una sorta di analogia entis che ci inserirebbe nell’essere in virtú di una intenzione assimilatrice. Facile è anche riconoscere che si tratta di un esercizio del sospetto che per ogni singolo caso è differente. Sotto la formula negativa, “la verità come menzogna”, si potrebbero porre questi tre esercizi del sospetto. Ma il senso positivo di queste imprese siamo ancora lontani dall’averlo assimilato, siamo ancora troppo attenti alle loro differenze e alle limitazioni che i pregiudizi del loro tempo fanno subire ai loro epigoni ancor piú che alle imprese stesse» (P. Ricœur, Dell’interpretazione. Saggio su Freud, Il Saggiatore, Milano, 1967, pagg. 46 ssg., grassetto mio).
Intendo primitività nel senso kierkegaardiano di un un pensiero che rimane ancorato alle impressioni e agli interessi fondamentali del singolo uomo esistente, quindi un pensiero che derivi da un contesto vitale vissuto in prima persona. Un atteggiamento dunque in cui, senza nessuna esclusione del rigore concettuale, il pensiero sia ancorato all’io dell’uomo, senza astrazioni fantastiche. Per uno sviluppo di questa idea cf. S. Kierkegaard, La dialettica della comunicazione etica ed etico-religiosa, in Idem, Scritti sulla comunicazione, Orthotes Editrice, Napoli – Salerno 2015, pp. 51-52.59.74 ssg.. Un passo esemplificativo: «Alle volte si diventa scrittori a furia di letture – non con la propria primitività. Non si sa con se stessi se si è uomini, ma mediante una conclusione: perché si è come gli altri. Chissà se poi qualcuno lo è! E ai nostri tempi, mentre d’altronde si è dubitato di tutto, a nessuno viene il dubbio di chiedere: chissà se qualcuno di noi è un uomo!» (ibidem, p. 59).
Molto interessante il paragrafo sulla “scelta di non scegliere” come rifiuto di porre l’aut – aut mortale della scelta per rimanere nella pura possibilità: cf. AV, 14-16. Sambruna cita Kierkegaard, acutamente.
«L’uomo moderno ha subito una vera e propria mutazione antropologica che ha provocato la regressione psichica dominata dal principio del pathos, cioè dell’emotività anziché dall’ethos e dal logos cioè dalla morale e dalla razionalità ormai entrambe eclissatesi» (AV, 18-19).

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