“Verteidiger des Glaubens”, presentato a Monaco il docufilm su/contro Benedetto XVI

Fotogramma dal docu-film di Christoph Röhl “Verteidiger des Glaubens”.

Martedì 14 maggio 2019 è stato presentato in anteprima mondiale al DOK.fest di Monaco, il docu-film “Difensori della fede” (“Verteidiger des Glaubens”), di Christoph Röhl, che giungerà nelle sale cinematografiche tedesche il prossimo 26 settembre. La proiezione ha avuto luogo nel cinema Rio Filmpalast in Rosenheimer Straße alle ore 20:30. Erano presenti lo stesso regista, il produttore Martin Heisler, e alcuni degli intervistati quali Doris Wagner e il professor Herman Häring, che hanno guidato un dibattito sui temi del film subito dopo la proiezione.

La difficoltà di un giudizio complessivo

La locandina del docu-film

Non è facile scrivere un giudizio sintetico sul film documentario , un tentativo di lettura della traiettoria personale ma soprattutto istituzionale del cardinale Ratzinger-Papa Benedetto ma anche, come ammesso dal regista nella discussione seguita alla proiezione, una resa dei conti con l’istituzione Chiesa cattolica, oltre la figura dello stesso Ratzinger.

Non è facile perché da un lato è un’opera di grande qualità. Le interviste sono ben tagliate, lo sviluppo del quadro emergente è coerente, la documentazione molto ricca e spesso di prima mano, lo spettro di testimonianze piuttosto ampio, le domande non vengono mostrate ma gli interlocutori (di qualunque opinione siano) sono liberi di esprimersi e non incalzati.

Il film è, tuttavia, un’opera a tesi, una tesi anche molto ben delineata e dichiarata fin dalle prime battute: la Chiesa ha fallito, la colpa è di chi non ha voluto adeguarla allo Zeitgeist, perdendo l’occasione di introdurre più democrazia, meno rigidezza in ambito morale, Benedetto forse in buona fede ma per mancanza di personalità avrebbe amplificato e aggravato tutto questo, protando allo sfacelo attuale e al disastro della mancata trasparenza nella gestione degli scandali di abusi (sessuali e non) da parte di sacerdoti e vescovi.

La scelta degli interlocutori del film ha fatto inarcare le sopracciglia a più di un astante alla premiere mondiale martedì sera. Ex-sacerdoti ora sospesi, allievi di Hans Küng, avversario storico di Benedetto, vittime di abusi sessuali (giustamente), ex consacrati, a fronte del solo mons. Georg Gänswein che, senza assumere toni apologetici, di fatto spiega molte delle apparenti contraddizioni sollevate legittimamente dagli altri protagonisti del documentario. Tuttavia anche la scelta dei tagli spesso invita a relativizzare rapidamente le affermazioni limipidissime di mons. Gänswein. Per completezza, interviene di quando in quando anche mons. Scicluna, stretto collaboratore di Papa Benedetto alla Congregazione per la Dottrina della fede.

Poche le voci di (veri) credenti

Ciò che manca, è stato rilevato, sono voci di semplici credenti che siano rimasti attaccati alla Chiesa, sebbene limitata e piena di peccato e corruzione. Christoph Röhl a questa obiezione ha replicato dicendo: «Tutti gli intervistati sono credenti».

Klaus Mertes s.J.

A lui, ateo, possiamo perdonare il fatto che un intervistato, il sacerdote gesuita Klaus Mertes, abbia candidamente ammesso di non aver la minima idea di cosa la Chiesa intenda che con un sacramento avviene un cambiamento ontologico: per lui non significa nulla (parole testuali). Secondo lui, formulazioni del genere fanno sì che i crsitiani si ritengano migliori degli altri, i giusti, trincerati nel loro castello. Del cattolicesimo non resta poi molto, se non una deformazione moralistica.

Un altro protagonista del documentario, un teologo salito sul palco al termine della proiezione, alla stessa obiezione dal pubblico ha dato una risposta ben più sconcertante: coloro che sono rimasti fedeli al Papa ci sono eccome, nel film. Sono le masse oceaniche che – parole testuali – sono solamente “decorazione”. Servono negativamente al Papa, che si conferma nella sua bolla e in questo modo si distacca ancora maggiormente dalla realtà dei problemi interni alla Chiesa e al Vaticano, illudendosi che vada tutto bene grazie a una pletora di sicofanti, in parte ignari e manipolati, in parte senza scrupoli.

Del resto nel film l’intera realtà delle comunità e movimenti ecclesiali, uno dei frutti più tangibili e duraturi del Concilio Vaticano II, viene liquidata nel film dal teologo cattolico Prof. Beinart come semplice ancora di salvataggio per un papato (quello di Giovanni Paolo II N.d.R.) che in pieno declino non sapeva a cosa appoggiarsi. Realtà che baratterebbero un appoggio incondizionato al Papa e una formale ortodossia dottrinale con l’acquisto di potere e controllo sulla stessa struttura ecclesiastica.

«Cosa merita la nostra speranza di cristiani?»

Ed è a questo punto che, essendo io personalmente uno di tali elementi decorativi a svariate udienze – ma non sentendomi per nulla privo di domande, e anche di indignazione per tanti comportamenti scandalosi di alti ecclesiastici – ho dovuto deglutire un paio di volte per non perdere quello che per me è il vero pugno nello stomaco (stavolta in positivo) di questo film: porre drammaticamente la domanda su cosa meriti la nostra speranza in quanto cristiani. Abbiamo una tale fiducia nella verità del crisitanesimo e della Chiesa da poter affrontare fino in fondo gli episodi evidenziati nel documentario, senza minimizzarli, o metterli in dubbio o relativizzarli?

Come anche le inchieste giornalistiche degli ultimi dieci anni, pur tra qualche eccesso e sensazionalismo, non possono essere liquidate senza farci i conti. In questo il film purtroppo ha ragione: tali inchieste sono state al contrario una sanissima spinta alla Chiesa per investigare seriamente al proprio interno, per dare finalmente libero corso alle indagini della magistratura ordinaria, per potare i propri rami corrotti senza più il complesso dell’immagine della Chiesa da salvaguardare, novelli grandi inquisitori, lasciando invece spazio al coraggio della verità – cosa che il film purtroppo non riconosce (a torto) a Benedetto, il primo a “pagare il conto” lasciato scoperto da tanti altri prelati che lo hanno preceduto o circondato, e che purtroppo neppure il beato Giovanni Paolo II ha potuto affrontare fino in fondo – l’entità esorbitante degli scandali è comunque emersa alcuni anni dopo la sua morte.

Mons. Charles Jude Scicluna

Per questo, a mio avviso, il film merita di essere visto da chi vive la fede senza paura di eventuali crisi, di baratri senza fondo di miseria umana, che – parole di mons. Gänswein – non erano certo una novità per papa Benedetto, ma l’entità sempre più enorme ha choccato lo stesso Pontefice, preso sempre più da tristezza e frustrazione. Mons. Scicluna testimonia di averlo visto spesso battere i pugni sul tavolo sconfortato, ogni volta che lo scandalo si allargava alla luce di nuovi documenti.

Troppo prono al cliché il ritratto di Benedetto XVI

Il film va visto, dicevo, anche al netto delle sue tesi, piuttosto semplicistiche e unilaterali, e ormai ben poco originali. 

Christoph Röhl, il regista

La descrizione oscilla fra un Benedetto pavido e quindi timoroso di implementare le riforme conciliari che il mondo della teologia cattolica (secondo il regista) sperava da lui, cosa che avrebbe portato ai malfunzionamenti di cui sopra, i quali sarebbero stati evitati se la Chiesa avesse abbracciato una struttura democratica, anziché di monarchia assoluta. Non mi addentro in speculazioni teologiche cui ha risposto egregiamente lo stesso Benedetto, più o meno ogni qual volta abbia parlato all’intellighenzia ecclesiastica tedesca (a memoria, intervento a Friburgo nel settembre 2011, forse il più limpido).

In altri passaggi del film, invece, si suggerisce un vero e proprio cinismo del Prefetto-Pontefice, come nella vicenda (centralissima nel film) dei legionari di Cristo e del loro fondatore, padre Maciel, al centro di numerosi scandali. Secondo le voci dominanti nel film, per Papa Benedetto era importante l’ordine, l’ortodossia, la cieca fedeltà al Papa, e quindi sarebbe stato disposto a chiudere un occhio per comunità o movimenti con queste caratteristiche, anche a scapito di “incidenti di percorso”, passando sopra alle vittime. Un novello Caifa, insomma, per cui «è meglio che muoia un solo uomo per il popolo e non perisca la nazione intera».

Questa opinione è indifendibile. Manca colpevolmente, a questo riguardo, qualunque riferimento all’incontro storico di Papa Benedetto XVI con vittime di abusi a Malta (18 aprile 2010). Si mostra invece uno spezzone da “giornalismo d’assalto” in cui un giornalista chiede conto al cardinale Ratzinger uno statementsul caso Maciel, e Ratzinger gli risponde che non ha ancora elementi sufficienti, ma sarà lieto di ospitare il giornalista in seguito per fornirgli spiegazioni. Il tutto mentre, appena uscito di casa, sta per salire in macchina. Anche la Lettera Pastorale ai cattolici dell’Irlanda (del 19 marzo 2010) e le circostanziate testimonianze di mons. Gänswein e mons. Scicluna contraddicono nella maniera più assoluta questo cinismo. Mai Benedetto ha minimizzato la gravità di questi crimini, a differenza di altri alti prelati visti nel film – fra tutti, i più cinici appaiono Sodano con la sua famosa definizione di “chiacchiericcio” e l’ex-arcivescovo di Dublino, Desmond Connell, che si produce in giustificazioni talmente grottesche da far rumoreggiare l’intera sala.

Clericalismo: la diagnosi di Francesco è corretta

Se si guarda al film senza lasciarsi distrarre dalla sua parzialità, emerge fortissima la problematica di fondo, quello che Papa Francesco definisce clericalismo, ciò che a taluni cattolici pare una diagnosi riduttiva se non fuorviante. Lo dice in modo esemplare e senza reticenze il cardinale di Dublino Diarmuid Martin in un passaggio del documentario in cui individua l’aggravante degli abusi (malvagi in sé, certamente) nell’abuso di potere, ovvero dal fatto che un prete sfrutta e manipola la fiducia e il rispetto del popolo cristiano nei suoi confronti per compiere ciò che compie e anche per avere la fondata sensazione che se la caverà senza procedimenti. E purtroppo non serve nascondersi dietro a un dito: spesso andò a finire davvero così, impunemente. Siano rese grazie a Diarmuid Martin per avere dato pieno appoggio (per primo?) alle indagini della magistratura irlandese, anche questo gli viene riconosciuto nel film.

L’arcivescovo di Dublino,
mons. Diarmuid Martin

Lo stesso clericalismo fece sì che l’attivista Doris Wagner, ella stessa vittima di abusi e protagonista principale del documentario, per anni non avesse osato guardare in faccia alla cosa, convincendosi che andasse bene così. È purtroppo osservazione ricorrente che le stesse vittime sviluppavano, paradossalmente, sensi di colpa.

Come dice il libro di Geremia, «maledetto l’uomo che confida nell’uomo» (Ger 17,5): per me rimane questo l’insegnamento (involontario) di questo film. Sia nel momento in cui un prelato pretende di farsi Grande Inquisitore di dostoevskiana memoria, e salvare l’immagine della Chiesa con menzogne o anche silenzi o coperture colpevoli, dimenticando che la Chiesa la costruisce e la salva Nostro Signore, non la nostra scaltra opera di public relation. Se la Chiesa pretende di portare agli uomini la Verità incarnata non può avere paura di affrontare qualsiasi verità, come disse splendidamente Benedetto a Ratisbona a proposito del logos cristiano.

E viceversa, «maledetto l’uomo che confida nell’uomo» anche per quanto riguarda l’illusione dei vari intervistati che il male si estirpi con un sistema più perfetto, come se non fosse nell’abisso dell’animo umano il profanare quanto c’è di più sacro. Come intendere che una Chiesa meno “conservatrice” e più democratica avrebbe evitato tutto questo – dimenticando che svariati presunti “riformatori”/progressisti erano coinvolti fino al collo, come denunciò in un attacco senza precedenti il cardinale Schönborn nel 2010, rompendo ogni convenzione e tabù diplomatico.

E «maledetto l’uomo che confida nell’uomo» anche per noi, se basiamo la nostra fede sulla presunta integrità umana degli uomini di Chiesa, prossimi o in cariche elevate. Perché, dopo un film così, un’eventuale fede in una presunta superiorità morale di persone in quanto cristiane, non ha alcuna chance di sopravvivere.

Fotogramma del docu-film
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2 Commenti

  1. Confidare in Dio Padre in Cristo Gesù, è la migliora via. L’uomo e ogni uomo è peccatore…compreso me. Ma la grazia di Dio, non Ha limiti.

    Grazie.

  2. Salve!

    non andrò a vedere il film come non sono andato a vedere
    la passione di Cristo di Gibson e nemmeno altri film
    sui temi religiosi o della fede proprio perchè sono
    fatti da uomini e tendono sempre tutti ad esprimere
    il giudizio di chi li fa sopra gli altri.
    Però recentemente ho visto “uomini di Dio”.

    Come ho avuto modo di dire altre volte
    anche in qualche riunione di fedeli, i film
    sono delle opere essenzialmente commerciali
    come anche commerciale è facebook e tutti
    insieme sono fatti per fare gli interessi economici
    e magari anche sociali e politici di chi li fa di chi
    li produce di chi li gestisce (facebook)…

    Quindi secondo il mio modesto parere i cristiani
    dal Papa in giù o meglio dal bambino di pochi
    giorni appena battezzato in uno sperduto
    villaggio africano fino al papa, nessuno dei cristinai
    dovrebbe farsi coinvolgere da situazioni commerciali
    in partciolar modo proprio quelle che sfruttano
    l’idea cristiana della vita o peggio la fede…

    saluti

    MM

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