Sono sopravvissuta scrivendo

di Cristina Marginean Cocis

Sono convinta che l’atto creatore ha le radici nella stessa esistenza… direi che è la medesima rivelazione della nostra esistenza. Ho scritto per non morire.

Avevo 33 anni e la mia vita sembrava luminosa e chiara quando, all’improvviso, il cielo mi cadde addosso e mi resi conto che “nessuno mi aveva mai preparata a un dolore simile”. Mi fu diagnosticata una leucemia fulminante con minime possibilità di sopravvivenza e io ero incinta. Il mio orizzonte divenne buio. La prognosi era riservata e tutti si aspettavano il peggio per me e per il bambino nel mio grembo. Poi, la notte più buia della mia vita calò sulla mia stessa anima e mi lasciò un segno indelebile.

Pensavo che l’incontro con il mio buio non sarebbe stata cosa facile, anzi, avevo paura che lì dentro avrei potuto perdermi. Avevo preso la mia decisione e non c’era più via di ritorno. Avevo deciso di scendere e questa discesa, con tutto ciò che comportava, si doveva fare! Come? A mani vuote? Cominciavo a capire, o perlomeno a intuire, che non ero mai stata veramente sola e che il mio “zaino” era pieno con strumenti giusti sia per scendere sia per risalire! Ero diventata l’alpinista delle mie più profonde gole, la scalatrice dei più alti picchi di orgoglio e vanità, e per farlo avevo i miei veri punti di forza: la mia felice infanzia, le esperienze accumulate nella vita, l’amore che avevo ricevuto e dato e, soprattutto, avevo fede nel mio Dio. Avevo la consapevolezza della Sua esistenza e lo sentivo sempre più vivo in me, più forte, a ogni pensiero doloroso che mi toccava l’anima, al tormento che il mio cervello generava, con ogni battito del cuore del mio bambino caldo e morbido e forte e presente e vero.

Così cominciò il mio cammino nella solitudine. Isolata in una stanza sterile d’ospedale, in attesa di una morte scientificamente certa, ho sperimentato la paura, quella autentica e senza rimedio e senz’altro la disperazione. Il mio sangue, la linfa viva che doveva nutrire e sostenere la vita di mio figlio, diventava acqua. Come avrei potuto affrontare una tale prova? Si sa, la sofferenza non è una materia di studio e nessun insegnante, per quanto bravo, potrebbe mai insegnare alla nostra mente come si fa a soffrire, perché non con la mente si deve affrontare la sofferenza. Questa rivelazione, di quegli istanti infernali, è stata in verità, l’inizio della mia strategia: la strategia che dovevo trovare per non perdermi, per non dimenticare chi fossi, anche in prossimità della morte.

«È questo quello che siamo? Esseri fatti di gioie e disperazioni, esseri minuscoli creati per un secondo? È questo quello che siamo?… Piccoli orologi equipaggiati di un’anima dai quali scorre via il tempo? È questo quello che siamo, finissime linee tra due mondi – la vita e la morte – paralleli eppure così vicini da trovarsi in qualsiasi momento a rischio di collisione? Può anche darsi… Eppure siamo gli unici che osiamo a farci domande anche quando ci troviamo schiacciati, anche quando di caldo, dentro, si trova soltanto il cuore.

Questa è stata la via, questa è stata la strategia della mia sopravvivenza: seguire la forza trainante delle domande che diventarono lentamente vere e proprie rivelazioni introspettive e che toccavano da vicino la mia vita e quella di mio padre. E, quando tutto diventò disperazione, le sue vicende di vita diventarono magnetiche rievocazioni cariche di motivazioni autentiche per andare avanti. Esse presero forma concreta dentro di me, diventando sempre più potenti e reali compagne di viaggio. Capii così che le sue sofferenze, l’essere stato ingiustamente imprigionato e deportato nel Delta del Danubio durante il regime dittatoriale di Ceausescu diventavano vere e proprie lezioni che riconducevano alle mie radici e al mio sangue. Ed ecco che il mio isolamento stava diventando più sopportabile alla luce del suo modello di sofferenza: l’isolamento nella sua cella fredda, buia e umida.

È durante quelle giornate e ore interminabili che le prime righe del libro scritto qualche anno dopo, si delinearono nella mia mente e continuarono a scorrere dentro di me fino a risalire verso il cuore… poi fu facile: una volta raggiunto il cuore, ogni pensiero diventava diafano e spoglio di orgogli e superbie. In seguito, scrivere fu una dolce attesa delle mie stesse emozioni, una tenera fatica per dare a loro le parole più adatte, quelle in grado di renderle concrete senza appesantirle. Successe senza preavviso, come un richiamo e mi ritrovai tra le mani una matita che piano si appoggiò sulla carta. Cominciarono così a scorrere le parole, tante parole che si spingevano verso il bagliore caldo della carta non per riempire uno spazio vuoto ma per riempire la mia stessa anima. Tante di queste parole erano rivestite di suoni e di profumi che provenivano da lontano e che insieme si prendevano cura della mia continua guarigione e realizzazione, della mia identità.


Per scoprire cosa ci fa Cristina su Breviarium

Domani sera Cristina Marginean Cocis sarà a Roma: presenterà il suo libro all’Accademia di Romania (nel cuore del polmone verde dell’Urbe, Villa Borghese).

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Nella locandina qui di seguito trovate informazioni più dettagliate.Roma JPEG Accademia Zero positivo ok

Suggerisco di non perdere quest’occasione. Io ci sarò.

Giovanni Marcotullio

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