Distanti ma uniti: creatività e ministero ecclesiale nelle pandemie

A map of the Trastevere neighborhood in Rome at the time of the 1656 plague epidemic is seen in Cardinal Girolamo Gastaldi's 1684 manual containing guidelines for responding to a plague. In the upper left is the Jewish Ghetto. The cardinal's guidelines were based on his experience during the plague in 1656 when Pope Alexander VII put him in charge of running Rome's lazarettos, where people were separated for isolation, quarantine and recovery. (CNS photo/courtesy Rare Book Collection, Lillian Goldman Law Library, Yale Law School) See VATICAN-LETTER-PANDEMICS-CHURCH May 14, 2020.

Dinnanzi all’insorgenza di fenomeni epidemici, dalle pestilenze fino all’attuale pandemia di Covid-19, la Chiesa ha sempre agito con grande sollecitudine, sapiente prudenza ed alto senso di responsabilità, garantendo assistenza spirituale ai fedeli, adoperandosi per continuare ad assicurare sostegno e prossimità alla popolazione ed attuando al contempo misure precauzionali volte alla tutela della salute pubblica.

La sollecitudine della Chiesa dinnanzi all’urgenza di prevenire le occasioni di contagio ha comportato, nel tempo presente così come nei secoli scorsi, l’adozione di provvedimenti rigorosi la cui influenza si è inevitabilmente riverberata sulla partecipazione dei fedeli alla celebrazione dei Sacramenti.

Le fonti e le testimonianze cronachistiche narrano di come gli Ordinari diocesani intervenissero per disporre l’introduzione di limitazioni alla vita liturgica in tempo di epidemia, quali il divieto di svolgimento delle processioni, la sospensione della celebrazione delle Solennità cum populo e la chiusura di alcune chiese, specialmente quelle più frequentate dai fedeli, allo scopo di prevenire la formazione di assembramenti che avrebbero favorito la propagazione del contagio, e parimenti emanassero normative di carattere igienico-sanitario che di regola prevedevano il distanziamento, la frequente aerazione delle chiese, la disinfezione degli oggetti venuti a contatto con sospetti di contagio e la dispensa dall’osservanza di precetti quali l’astinenza dalle carni in tempo di Quaresima.

Quando la gravità delle pestilenze impose l’adozione di quarantene determinanti il confinamento in casa di intere città, l’autorità ecclesiastica dovette individuare ed implementare forme e procedure di celebrazione ed amministrazione dei Sacramenti alternative alle ordinarie. Di tale creatività pastorale, così come di collaborazione proficua tra potere pubblico e religioso, fu esempio mirabile ed insuperato San Carlo Borromeo che durante la peste del 1576-1577, avendo proposto alle autorità politiche l’indizione di una quarantena generale per tutti gli abitanti di Milano, estesa a laici e clero, si adoperò per consentire ai fedeli, impossibilitati ad uscire di casa per recarsi alle chiese dalla fine di ottobre del 1576 e per oltre tre mesi (e, in particolare, le donne ed i bambini per quasi un semestre), di assistere alle celebrazioni eucaristiche affacciati alle finestre delle loro abitazioni, predisponendo la costruzione, agli incroci delle strade, di altari sormontati da una colonna culminante in una croce, presso i quali celebrare le messe festive e feriali. Tale soluzione sarebbe stata adottata anche a Firenze all’epoca della peste del 1630, ove venne attuata una quarantena “attenuata” durante la quale l’Arcivescovo di Firenze de’ Bardi ordinò al clero regolare di rimanere nei propri monasteri ed istituti mentre il clero secolare ed i parroci furono incaricati di visitare le persone chiuse in casa.

San Carlo, spendendosi quotidianamente con instancabile zelo ed amorevole sollecitudine a visitare, confortare ed amministrare i Sacramenti ai milanesi reclusi, sani ed ammalati, operò sempre con grande prudenza e responsabilità, non volendo che a causa sua o del clero diocesano i fedeli fossero messi in pericolo. Consapevole di esporsi al contagio nell’esercizio del suo ministero, per non divenire vettore del morbo, si attenne alle norme igieniche considerate efficaci dalla scienza medica coeva. Dal momento in cui cominciò a visitare i malati si considerava lui stesso un sospetto di contagio e per questa ragione, antesignano delle regole di distanziamento sociale, si teneva lontano dai sani affinché non gli si avvicinassero rischiando di ammalarsi. Quando poi riteneva di essersi esposto troppo si poneva in auto-isolamento per almeno sette giorni e si asteneva dal comunicare ed interagire con altre persone, disponendo che anche i sacerdoti della sua diocesi tenessero eguale contegno.

Il Borromeo, esortando alla preghiera, alla penitenza ed alla conversione, ordinò al contempo ai fedeli di ubbidire alle disposizioni dei magistrati e delle autorità pubbliche rimanendo sempre vigilanti ed a tale scopo emanò una serie di decreti contenenti minuziose misure cautelari rivolte al clero e al popolo per contrastare la diffusione dell’epidemia. Dopo che la sua proposta di sottoporre l’intera città alla quarantena venne accolta dal Governatore di Milano e dalle istituzioni pubbliche, San Carlo promulgò un decreto nel quale comandava al clero regolare e secolare di osservare l’isolamento domiciliare, ad eccezione dei sacerdoti e religiosi destinati all’assistenza spirituale e materiale della popolazione. Nonostante a metà dicembre del 1576 si registrasse un rallentamento del contagio, le autorità pubbliche, d’intesa con il Cardinale, decisero di prolungare la quarantena (che avrebbe avuto termine per l’intera popolazione maschile e femminile solo alla fine di marzo del 1577), per non dare occasione al morbo di progredire nuovamente, scelta dolorosa ma necessaria che comportò l’impossibilità per i fedeli di celebrare in chiesa la Solennità del Santo Natale. Una situazione analoga, pertanto, a quella occorsa nel presente tempo di pandemia di Covid-19, con la Quaresima e la Santa Pasqua trascorse in quarantena, al pari dei milanesi del XVI secolo che si trovarono a vivere l’Avvento ed il Natale reclusi nelle proprie case.

Indubbiamente la Chiesa, corpo di Cristo chiamato ad accudire le sue membra più fragili e sofferenti, ha sempre mostrato una particolare sensibilità ed attenzione per l’accoglienza e la cura dei malati in virtù del riconoscimento della dignità insopprimibile ed inestimabile della vita della persona umana, fatta ad immagine del suo Creatore. È solo con il cristianesimo, infatti, che, in attuazione del comandamento nuovo del Signore, si afferma la concezione dell’ospedale come luogo di ricovero aperto ad accogliere e curare ogni uomo, indipendentemente dalla sua condizione sociale, tanto più in presenza di sconvolgimenti epocali quali le epidemie.

Nell’attuale frangente segnato dalla pandemia proprio la consapevolezza, da parte dell’episcopato, della grave responsabilità di tutelare il bene comune e la salute dei fedeli e dei ministri, autentico esercizio di carità e sapienza evangelica, ha determinato, da un lato, l’adozione di misure sofferte volte al contenimento del contagio quali la sospensione temporanea delle Missæ cum populo e, dall’altro, la promozione e la sperimentazione di modalità nuove di vicinanza al popolo di Dio, sul modello del cardinale Borromeo.

Come Papa Francesco ha più volte ricordato, l’autentico annuncio evangelico deve essere fondato sulla testimonianza e sul servizio ai fratelli. In questi mesi di pandemia la Chiesa ha saputo dare attuazione a tale insegnamento facendosi prossima ai fedeli, ai sofferenti ed ai bisognosi, con il richiamo a conservare viva la speranza nell’infinita misericordia del Signore della vita. Nell’assistenza spirituale e nel sostegno materiale assicurato dalla Chiesa ai malati di SARS-CoV-2 , ai congiunti dei defunti ed alle famiglie impoverite così come nella dedizione delle centinaia di sacerdoti che, conformandosi al Buon Pastore nell’adempimento del loro ministero, hanno donato la propria vita per soccorrere i sofferenti è rifulsa luminosa la stessa amorevole e premurosa sollecitudine di San Carlo, di Papa Alessandro VII, di vescovi quali il card. Altieri di Albano, mons. Arrigoni di Lucca e mons. Ramazzotti di Pavia così come di tanti presbiteri e consacrati dediti al soccorso di appestati e colerosi. 

Con il perfezionamento del protocollo d’intesa stipulato tra la CEI ed il Governo, chiamato a disciplinare le misure di prevenzione e di sicurezza atte a consentire la ripresa delle celebrazioni eucaristiche cum populo, non può sfuggire come le soluzioni individuate, fondate essenzialmente sul distanziamento sociale e sul rigoroso rispetto di stringenti norme igieniche che ogni Ordinario ha la potestà di declinare nell’ambito del suo specifico contesto diocesano, rispondano alla medesima ratio delle disposizioni adottate dalla Chiesa dinnanzi agli analoghi fenomeni epidemici che si ha dovuto affrontare attraverso i secoli, sia pure implementate e calibrate alla luce delle più recenti conoscenze scientifiche.

È poi evidente come le soluzioni cui ricorse San Carlo per consentire ai fedeli di assistere alla celebrazione del Sacrificio eucaristico e di ricevere i Sacramenti fossero espressione della medesima creatività pastorale che, nell’attuale situazione, ha animato l’operato di tanti vescovi, sacerdoti e del Pontefice stesso, adoperatisi per continuare a farsi prossimi al popolo di Dio, anche impiegando le nuove tecnologie di comunicazione quali strumenti di evangelizzazione. Allo stesso modo, come San Carlo inviò non pochi membri del clero diocesano ad assistere, confessare e comunicare i fedeli, adottando tutte le precauzioni che la medicina del tempo riteneva adeguate a proteggere dal contagio, anche nel tribolato momento presente sacerdoti e religiosi sono quotidianamente e pazientemente dediti, nelle chiese (che sono sempre rimaste aperte), negli ospedali e nelle residenze private, ad impartire i Sacramenti nell’osservanza delle imprescindibili prescrizioni igienico-sanitarie e della normativa vigente.

Emblema della sollecitudine della Chiesa nei confronti dell’umanità ferita è il ministero di Papa Francesco che sin dall’inizio della pandemia non ha mai smesso di manifestare la sua paterna e premurosa vicinanza al popolo di Dio, con la decisione di trasmettere in diretta, fino alla ripresa delle Messe con concorso di popolo, le celebrazioni eucaristiche da lui quotidianamente officiate, con le meditazioni quotidiane che costituiscono una preziosissima esposizione omiletica del suo alto magistero ed un’esortazione alla preghiera perseverante, con la concessione dell’Indulgenza plenaria ai malati di Covid-19, ai medici, agli operatori sanitari, ai familiari delle vittime ed a tutti coloro che pregano per loro, per giungere allo storico momento straordinario di preghiera del 27 marzo culminato nell’adorazione del Santissimo Sacramento e nella Benedizione Urbi et Orbi impartita dal Santo Padre. Ognuna di tali iniziative si inserisce pienamente nel solco della Tradizione e della missione salvifica della Chiesa, al punto da rinvenirsi pressoché inalterate, nel loro nucleo originario, durante le passate epidemie (si pensi all’Indulgenza plenaria concessa da Gregorio XIII durante la peste di San Carlo e quella di Alessandro VII nella pestilenza del 1656).

Anche in quest’epoca di pandemia, ove molti uomini hanno riscoperto la centralità della fede, la Chiesa ha dimostrato come la legge della Salus animarumratio, fine supremo e principio ispiratore dell’intero ordinamento canonico (can. 1752 CIC), si coniughi ed al contempo inveri il principio ciceroniano secondo il quale Salus populi suprema lex esto, poiché la tutela della salute e della vita trova il suo fondamento ed il suo autentico significato nella salvezza che il Signore Gesù, Medico delle anime e dei corpi, è venuto a donare.


di Carol Glatz

Catholic News Service

La decisione della Chiesa Cattolica di approvare il divieto di assemblea per il culto pubblico e le altre dolorose restrizioni successivamente adottate a causa del COVID-19 riflette la sua risalente consapevolezza che la fede, il servizio e la scienza non sono in conflitto tra loro.

La Chiesa ha maturato secoli di esperienza sulle cose da fare e da non fare durante una pandemia – e lungi dall’assumere un atteggiamento antagonistico, è spesso stata in prima linea nel sostenere le misure di sanità pubblica considerate all’epoca come le più efficaci per contenere il contagio.

Una delle prime più importanti raccolte di linee guida di sanità pubblica per la quarantena fu pubblicata dal cardinale Girolamo Gastaldi nel 1684. Le quasi mille pagine in folio divennero «il manuale principale per una risposta alla pestilenza», ha scritto Anthony Majanlahti, storico canadese specializzato nella storia sociale di Roma:

I consigli [del Gastaldi] appaiono molto familiari nella Roma odierna: proteggere le porte; mantenere la quarantena; vigilare sul tuo popolo. Inoltre, chiudere i luoghi di aggregazione popolare, dalle taverne alle chiese.

Così lo studioso canadese in un articolo pubblicato online il 19 aprile dal titolo Una storia di malattia, fede e guarigione a Roma.

Le competenze del cardinale si basavano sulla sua esperienza durante la peste del 1656, quando papa Alessandro VII lo incaricò di gestire la rete romana dei lazzaretti, che erano ospedali nei quali le persone ammalate venivano separate dalla popolazione della città per l’isolamento, la quarantena e la convalescenza.

Il rigoroso sistema di confinamento coatto era il cardine dei protocolli approvati dalla pontificia Congregazione di Sanità, che Papa Urbano VIII istituì nel 1630 per entrare in azione ogniqualvolta insorgesse un’epidemia.

Mentre emanare e far osservare le disposizioni della Chiesa era più facile negli Stati Pontifici, dal momento che l’esercizio del potere spirituale e di quello temporale erano unificati in capo all’Autorità ecclesiastica, altrove «un rapporto di reciproca collaborazione» tra la Chiesa e le istituzioni pubbliche era spesso la norma, sebbene le due parti non fossero sempre in sincronia o esenti da tensioni, dice Marco Rapetti Arrigoni.

Ma quali che fossero le circostanze in cui i vescovi si trovarono ad operare durante le pestilenze e le pandemie, molti di loro individuarono comunque il modo di servire ed officiare con creatività, coraggio e responsabilità, osservando con prudenza quelle pratiche che si riteneva proteggessero loro stessi e gli altri dal contagio, ha detto al Catholic News Service.

Per evidenziare come le attuali restrizioni al culto pubblico ed all’amministrazione dei sacramenti abbiano avuto numerosi precedenti nella storia della Chiesa e non debbano essere considerate come attacchi cospirativi contro la religione, Rapetti Arrigoni ha pubblicato una serie di dettagliati resoconti storici, in italiano, su breviarium.eu, che documentano la reazione della Chiesa dinnanzi all’insorgenza delle epidemie nel corso dei secoli.

Ha raccontato al CNS come i vescovi diocesani fossero solerti nell’introdurre misure ritenute, all’epoca, efficaci per fermare la diffusione del contagio con restrizioni alle riunioni dei fedeli in assemblea e con un rafforzamento del distanziamento sociale, dell’igiene, della disinfezione e della ventilazione.

La Chiesa dovette trovare escogitare nuovi modi per amministrare i sacramenti e soddisfare le esigenze dei suoi fedeli, racconta in una risposta via email alle mie domande all’inizio di maggio.

A Milano, durante la pestilenza del 1576-1577, San Carlo Borromeo fece erigere colonne votive ed altari agli incroci cosicchè i residenti in quarantena potessero venerare la croce in cima alle colonne ed assistere alle celebrazioni eucaristiche dalle finestre delle loro case.

Il santo esortò i singoli e le famiglie a pregare e stabilì che le campane delle chiese scandissero con i loro rintocchi sette momenti, durante la giornata, per l’orazione comunitaria, preferibilmente recitata ad alta voce da una finestra aperta.

Il santo, inoltre, incaricò alcuni sacerdoti di visitare i quartieri della città. Quando un cittadino segnalava il desiderio di celebrare il sacramento della Riconciliazione, il sacerdote sistemava il suo sgabello portatile in pelle fuori dalla porta chiusa del penitente per ascoltarne la confessione.

Nel corso della storia sono stati a lungo utilizzati diversi strumenti per amministrare l’Eucaristia assicurando al contempo il distanziamento sociale, tra i quali lunghe pinze o un cucchiaio piatto e una sorta di cannuccia per il vino consacrato o per la somministrazione del viatico. L’aceto o la fiamma di una candela venivano utilizzati per disinfettare gli oggetti e le dita del ministro.

Nel 1630 a Firenze, racconta Rapetti Arrigoni, l’arcivescovo Cosimo de’ Bardi aveva ordinato ai sacerdoti di indossare abiti cerati – nella convinzione che fungessero da barriera all’infezione –, di usare un drappo di stoffa da porre davanti a loro quando distribuivano la Comunione e di montare nel confessionale una tenda di pergamena fissata tra il confessore ed il penitente.

Rapetti Arrigoni ha raccontato che anche uno dei suoi antenati, l’arcivescovo di Lucca Giulio Arrigoni, attuò impegnative e sofferte disposizioni rivelatesi utili in passato quando il colera divampò nel 1854, oltre a visitare i malati, a distribuire elemosine ed a fornire conforto spirituale ovunque possibile.

I maggiori errori commessi dalle comunità, ha affermato, furono la minimizzazione e l’errore di valutazione circa la gravità dell’epidemia quando i primi casi di contagio cominciarono ad emergere e la successiva inazione o inadeguata reazione da parte delle autorità.

Ci sono stati anche grandi pericoli nell’allentare le restrizioni troppo rapidamente, ha detto, come avvenne nel Granducato di Toscana quando fu colpito dalla peste nel 1630.

Le autorità pubbliche avevano discusso così a lungo che un piano per una quarantena “morbida” non fu attuato fino al gennaio 1631 – più di un anno dopo che erano stati osservati i primi segni del morbo nell’autunno del 1629.

Nel piano adottato, numerose persone furono esentate dalla quarantena, in particolare commercianti ed altre figure professionali, al fine di prevenire il collasso della potente economia fiorentina, e molte attività commerciali, inclusi ostelli e taverne, furono autorizzate a riprendere l’attività dopo tre mesi di chiusura.

Conseguenza di questo “piano” di quarantena “morbida”, osserva Rapetti Arrigoni, fu che l’epidemia durò per altri due anni.

Anche oggi la Chiesa Cattolica e le altre religioni hanno un ruolo fondamentale nel prendersi cura di coloro che sono stati colpiti da malattie e nel contribuire a porre fine alle epidemie, ha affermato Katherine Marshall, ricercatrice presso il Berkley Center for Religion, Peace and World Affairs della Georgetown University e direttore esecutivo del World Faiths Development Dialogue.

Quando godono della fiducia delle loro comunità, le autorità religiose sono indispensabili per diffondere importanti protocolli sanitari, correggere informazioni false, essere da modello ed influenzare il comportamento delle persone, ha detto il 29 aprile durante un webinar sul ruolo della religione nella pandemia di COVID-19, promosso dall’International Partnership on Religion and Sustainable Development. Così la ricercatrice:

I loro ruoli possono essere falsamente presentati come “fede contro scienza”, come “fede contro autorità secolare”.

Ma i leader religiosi possono stringere rapporti di collaborazione con governi ed esperti sanitari ed aiutare a sviluppare iniziative efficaci e coordinate per l’assistenza e la ricostruzione.

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