La democrazia è sempre meglio di altri sistemi. Lo spiega Popper

Sergio Mattarella alla 50ª edizione delle Settimane Sociali

Soffocata dai rovi di un dibattito politico polarizzato e deludente, la democrazia è simile a una rosa, dai colori sempre più sbiaditi e dal profumo vieppiù flebile che rischia di morire se non ne abbiamo cura. Ma il filosofo Karl Popper ci può sostenere in questa impresa, sostituendo alla classica domanda su chi abbia il diritto di comandare il quotidiano impegno a costruire, promuovere e difendere il solo sistema politico i cui governanti possano essere sostituiti dai governati senza spargimento di sangue in virtù di un confronto aperto, libero e critico.

I sistemi totalitari fondano, con diverse declinazioni ma analoga violenza, un presunto diritto di alcuni uomini a opprimerne altri: l’appartenenza ad una classe, ad una razza, ad un partito legittimerebbero questo diritto. Ma un simile potere è arbitrario: per questo, anche contro le moderne democrature, la democrazia, pur con tutti i suoi limiti, va difesa.

Mentre i totalitarismi novecenteschi parevano invincibili, tanto da costringere il pensatore austriaco all’esilio a causa delle origini ebraiche, la sua attenzione teoretica ha affiancato agli interessi epistemologici una riflessione sulle scienze sociali. Anche dal loro punto di vista, in una feconda circolarità metodologica, Popper rinviene lo stesso falsificazionismo fallibilista secondo cui un solo errore, che è sempre possibile, ci costringe a rivedere all’infinito le nostre acquisizioni.

Proprio l’errore si tramuta così in uno sprone alla ricerca di soluzioni sempre meno inadeguate ai problemi da cui sorge la stessa speculazione. Tali accorgimenti sono pertanto contingenti ma validi, almeno fino a quando non se ne trovino di più rispondenti al problema: e questa ricerca, aperta e infinita, dialogica e comunitaria, è appunto la democrazia.

In un simile paradigma l’indagine, che abbandona il metodo induttivo, si invera in soluzioni basate sul confronto il cui presupposto è una società aperta e, non meno importante, un’opinione pubblica capace di vagliare criticamente le varie argomentazioni. L’informazione, la scuola, l’associazionismo, rappresentano oggi altrettanti presidî di questa tipologia di società.

Le si oppongono i sistemi chiusi ed intolleranti di chi, credendo di aver scoperto le inesorabili leggi della Storia, è pronto a giustificare qualsiasi aberrazione pur di vederle applicate.

In un simile schema Platone, Hegel e Marx sono i filosofi che, più di altri, hanno fornito armi all’arsenale del totalitarismo novecentesco, inteso non come deviazione dai loro sistemi, ma alla stregua di un’ineluttabile conseguenza delle loro speculazioni.

In Platone a governare, avendo contemplato il bene più di altri, sono i filosofi; in Hegel la coincidenza tra l’ambito del reale e quello del razionale conduce al giustificazionismo di qualsiasi circostanza storica, vista come una manifestazione necessaria dello Spirito Assoluto; in Marx, argomenta l’autore de La società aperta e i suoi nemici, sono stati gli stessi marxisti ad impedire che le tesi del teorico del comunismo si sviluppassero in senso scientifico, elaborando ipotesi ad hoc per fronteggiare le non poche smentite della storia alle previsioni del filosofo di Treviri. Si sarebbe dovuto, invece, mutare il modello interpretativo, ma questo avrebbe presupposto proprio quella società aperta che la dittatura del proletariato negava in radice.

Popper non amava la dialettica, grazie alla quale però si potrebbe argomentare che anche questa sua strenua difesa della democrazia rischia di degenerare nel “cattivo infinito” dell’ideologia. E questo accade quando, solo per fare un esempio, governi democraticamente eletti ingannano le loro stesse opinioni pubbliche facendo apparire come motivati da ragioni ideali conflitti scatenati per criteri economici. Ma, anche in questo caso, è la società aperta che ci permette di denunciare un simile stato di cose, a differenza di quanto accadrebbe in un sistema tirannico o dittatoriale che rende la critica impossibile.

Informazioni su Alessio Conti 14 articoli
Nato a Frascati nel 1974, Alessio Conti è attualmente docente di storia e filosofia presso il Liceo Scientifico statale Bruno Touschek di Grottaferrata. Dottore di ricerca in discipline storico filosofiche, ha pubblicato con l'editrice Taυ due libri (Fiat lux. Piccolo trattato di teologia della luce [2019], e Storia della mia vista [2020]). Già docente di religione cattolica per la Diocesi di Roma, è attivo nel mondo ecclesiale all'interno dell'Azione Cattolica Italiana di cui è responsabile parrocchiale del gruppo adulti. Persona non vedente dalla nascita, vive la sua condizione filtrandola grazie a due lenti, quella dello studio, e quella di un'ironia garbata e mordace, che lo porta a vivere, e a far vivere, eventi e situazioni in modo originale.

2 commenti

  1. Prof, condivisibile in pieno. La democrazia è meno peggio della dittatura. Ma è un male, seppure minore, perchè non è determinato così il criterio delle leggi. Se la democrazia è quella dell’occidente, ossia formata dal paradigma relativistico, che esclude ogni vero, allora si chiama democrazia formale. Se invece fosse una democrazia sostanziale, che riconosce la legge naturale ( la sua triplice declinazione di rispetto della vita dal concepimento alla morte naturale, del matrimonio indissolubile tra uomo e donna – ossia della famiglia monogamica aperta alla procreazione – e della libertà educativa), allora sfuggiremmo alla “cassa d’acciaio” della modernità post cristiana, anti-natalista e totalitaria in modo soft, perchè fondata sullo stesso principio hegeliano d’immanenza dei totalitarismi hard.

    • Caro Paolo, grazie per il tuo commento e per la attenta lettura. Popper è un liberale, non possiamo chiedergli di condividere in toto una piattaforma cristiana, ma possiamo e, a mio avviso, dobbiamo confrontarci con lui.

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