Carità & quarantena: la vera storia della Peste di San Carlo

L’imponente diffusione dell’epidemia di Covid-19 ha comportato la sospensione, su tutto il territorio nazionale, delle celebrazioni eucaristiche con concorso di popolo, validamente disposta dagli Ordinari diocesani ex can. 838 CIC, recependo in piena libertà le indicazioni fornite dalla CEI nell’interpretazione del Dpcm n.52/2020 ed in conformità al principio di reciproca collaborazione con lo Stato ex art. 1 del Concordato.

…parrebbe quasi che le ricostruzioni storicamente inaccurate di recente circolate abbiano risentito della nefasta influenza esercitata dalla pamphlettistica illuministica ed anticlericale del XVIII e del XIX secolo che, nel tentativo di imputare al campione ambrosiano della Riforma Cattolica la responsabilità della propagazione del contagio, aveva interesse a descrivere il Borromeo come totalmente incurante delle necessarie precauzioni sanitarie.

La grave e sofferta decisione adottata con sollecitudine ed alto senso di responsabilità dall’episcopato italiano per tutelare la salute pubblica, autentico esercizio di carità pastorale e prudenza evangelica, ha suscitato la reazione querimoniosa e scomposta di taluni, per lo più identificabili con oppositori e critici dell’attuale pontificato, i quali, privi di sensus Ecclesiæ ed incuranti del dovere morale di custodire non solo i propri fratelli ma anche i pastori, hanno pervicacemente invocato forme di ostruzionismo e disobbedienza ecclesiale, in sprezzante spregio alla salvaguardia della salute dei fedeli, in particolare quelli segnati da maggiore vulnerabilità, e degli stessi sacerdoti, con l’inevitabile conseguenza di esporli al concreto pericolo di divenire vittime del contagio ed al contempo veicoli della pandemia (sembrano ravvisarsi echi catari nella rivendicata e superba indocilità all’autorità della Chiesa e nel tentativo di opporre il fine supremo della salus animarum alla tutela della salute del corpo). Per legittimare tale malintesa concezione dell’ecclesialità, che confonde lo zelo ed il coraggio con l’incoscienza e la temerarietà, è stata richiamata la condotta esemplare tenuta da una figura straordinaria di pastore e maestro, San Carlo Borromeo, durante l’epidemia di peste che afflisse Milano nel 1576-1577. Chiaramente l’operazione risponde ad una finalità strumentale, volta ad instaurare surrettiziamente una contrapposizione artificiosa tra il comportamento del santo Cardinale e la premurosa azione dei vescovi italiani, tacciati di pavidità con inusitata e menzognera insolenza. A tal proposito parrebbe quasi che le ricostruzioni storicamente inaccurate di recente circolate abbiano risentito della nefasta influenza esercitata dalla pamphlettistica illuministica ed anticlericale del XVIII e del XIX secolo che, nel tentativo di imputare al campione ambrosiano della Riforma Cattolica la responsabilità della propagazione del contagio, aveva interesse a descrivere il Borromeo come totalmente incurante delle necessarie precauzioni sanitarie. 

È, d’altronde, fonte di rammarico ma non di stupore la virulenta quanto pretestuosa ostilità palesata con sempre maggiore “spirito di accanimento” (come direbbe Papa Francesco) da sedicenti cattolici contro il Vicario di Cristo ed il collegio episcopale, dato che perfino San Carlo Borromeo dovette soffrire un analogo trattamento, che si sostanziò in

una totale oppugnatione contra il Cardinale et se gli è messo in dubbio ogni buono ordine che havesse fatto al popolo. […] Questi tali movimenti causarono tanto sollevamento ne gli animi di molti, che in un certo modo quasi si è messa in dubbio ogni attione fatta dal Cardinale et l’obedienza, che se gli doveva […]. Si era eccitato un tale spirito di contraddittione et disobbedienza che infino da’ particolari non solo laici, ma ecclesiastici ancora et monache si contraddiceva ad ogni ordinatione che facesse il Cardinale. 

Relazione delle cose trattate in Spagna per ordine di San Carlo dal padre don Carlo Bascapè, Barnabita, poi vescovo di Novara, in Sala, Documenti circa la vita e le gesta di San Carlo Borromeo, Volume II, Milano, 1857, p. 72

Il medesimo San Carlo, del resto, fu un esempio così sublime di incrollabile e devota fedeltà al Vicario di Cristo e di rispetto per i suoi fratelli vescovi e cardinali che un cattolico, se veramente ne volesse onorare la memoria, lungi dal rivolgere al Papa o all’episcopato vergognose ed ingiuriose accuse, non potrebbe far altro che conformarsi a tale modello di virtù e di obbedienza, condannando al pari di San Carlo ogni forma di irrispettosa e sediziosa mormorazione. 

Riconosceva il Sommo Pontefice come vero Vicario di Dio e come tale l’onorava et ubbidiva, sentendo dispiacere estremo quando alcuno lo nominava con poco onore o di lui parlava senza rispetto; e fra tutti gli errori, che commettono gli eretici, gli dispiaceva sopra modo questo, che disubbidiscono al Papa et sparlano di lui. […] |

Si mostrò sempre ubbidientissimo al Sommo Pontefice, et a tutti i suoi ordini, eseguendolo con ogni prontezza e con gran sommissione di animo. […] Soleva rappresentare a Sua Santità i bisogni, et le cause, che gli occorrevano, pigliando in bene poscia quanto gli veniva ordinato, come se fosse venuto dalle proprie mani di Dio. Non si sentì lamentar mai una volta del Papa, ne de’ suoi ministri, in tanto cumulo di negozj ch’egli trattava continuamente in Roma […], rimettendosi totalmente alla determinazione che di là gli veniva, tenendo che tali determinazioni fossero le migliori: essendo la Santa Sede Romana governata dallo Spirito Santo. […] Vedendo un suo ministro molto intimo, che proruppe in una inconveniente querimonia contra il Sommo Pontefice: il che sentendo Egli lo riprese paternamente con queste parole: Avvertite che bisogna in ogni cosa ubbidire al Signore Iddio; il Sommo Pontefice tiene il Suo luogo, chi non ubbidisce a lui, non ubbidisce ne anche a Sua Divina Maestà.

Giussano, Vita di San Carlo Borromeo, Libro VIII,  Cap. III, Brescia, 1613, pp. 451-452

Le numerose testimonianze dei contemporanei del Borromeo ed i  dettagliati resoconti cronachistici relativi alla drammatica epidemia del 1576-1577 restituiscono un quadro molto diverso dalla narrazione distorta e caricaturale propinata dai commentatori tendenziosi che vorrebbero presentare il cardinale come l’araldo di quel soggettivismo esasperato, ammantato di apparente quanto insincero fervore, che riduce i Sacramenti ad oggetto di pretese e egoistiche rivendicazioni, fino alla consapevole accettazione del rischio di pregiudicare la salute altrui, con il totale sovvertimento del significato stesso del Sacrificio eucaristico che ne consegue. 

Nei primi giorni del 1576 Milano era pervasa dalla grande gioia e trepidazione suscitate dalla decisione di Gregorio XIII di accogliere la supplica del cardinale Borromeo con la quale il santo Arcivescovo aveva richiesto al Pontefice l’estensione del Giubileo, celebrato a Roma nel 1575, alla diocesi ambrosiana, per consentire ai milanesi ed ai lombardi impossibilitati a recarsi nell’Urbe durante l’anno precedente di lucrare l’Indulgenza. Con il solenne avvio dell’anno giubilare straordinario, il 12 febbraio, in città affluirono migliaia di pellegrini provenienti da tutta la diocesi. Informato della diffusione della peste a Trento, Venezia e Mantova, inizialmente derubricata a semplice febbre influenzale, in aprile il marchese d’Ayamonte Antonio de Guzman y Zuñiga, Governatore di Milano, introdusse rigide limitazioni ai pellegrinaggi, disponendo che l’ingresso in città fosse consentito solo a piccoli gruppi di una dozzina di persone in possesso della “bolletta”, un documento, rilasciato dalle autorità sanitarie del territorio di provenienza, che attestasse l’assenza di sintomi riconducibili al morbo pestilenziale. San Carlo, per ridurre l’afflusso di pellegrini a Milano, stabilì che il Giubileo potesse essere celebrato

anco nella diocesi, deputando le chiese in ciascuna pieve, afinché quelli che non erano potuti venire alla città non restassero privi di un tanto tesoro.

Marcora, Il processo diocesano informativo sulla vita di San Carlo per la sua canonizzazione, in Memorie storiche della diocesi di Milano, vol. IX, Milano, 1962, p. 467

Nonostante il Tribunale di Sanità, con il progredire del contagio nei comuni del Ducato, avesse precauzionalmente adottato provvedimenti sempre più stringenti volti a prevenire il propagarsi della pestilenza all’interno dello Stato milanese, quali l’isolamento dei borghi colpiti dalla peste, l’introduzione di restrizioni per l’accesso alla città, la sospensione di ogni manifestazione ed evento che comportasse assembramenti di persone, la limitazione dei commerci, la diuturna sorveglianza delle sei Porte rimaste aperte al transito dei soli possessori di “bollette” e la quotidiana pulizia delle strade, i primi casi di peste si verificarono a Milano durante il mese di luglio. L’epidemia divampò definitivamente al principio della seconda decade d’agosto, durante la visita di Giovanni d’Austria, che lasciò immediatamente la città. Mentre anche il marchese d’Ayamonte si affrettava a fuggire ritirandosi con la sua corte a Vigevano, imitato da larga parte dell’aristocrazia e perfino da molti membri delle magistrature cittadine trasferitisi nelle loro residenze di campagna, San Carlo, che si era recato a Lodi per assistere il vescovo Antonio Scarampo, ormai prossimo al trapasso a causa della peste, decise di tornare immediatamente a Milano.

Estendendosi ulteriormente la pestilenza le autorità milanesi misero in isolamento i quartieri divenuti focolai del contagio, introdussero un obbligo di denuncia dei casi accertati e presunti di peste e decisero di allestire fuori dalla cinta muraria un primo nucleo di 250 capanne ove ricoverare gli appestati ed i sospetti in modo da evitare il sovraffollamento del lazzaretto di Porta Orientale. Entro la fine di agosto la diffusione della peste divenne inarrestabile e, vanificate le speranze che i cordoni sanitari attuati potessero contenere la sua propagazione, arrivò fino al centro della città. Gli ammalati cominciarono ad essere trasferiti al lazzaretto, ove i ricoverati erano tenuti divisi a seconda che fossero infetti, sospetti o convalescenti.

Fin dall’inizio dell’epidemia il cardinale Borromeo, dopo avere pubblicato un “Aviso comune a tutto il clero secolare e regolare della diocesi di Milano per l’oratione da farsi per i sospetti e pericoli di peste” in cui esortava i sacerdoti a soccorrere i malati, scelse otto suoi stretti e fidati collaboratori affinché lo accompagnassero nell’assistenza quotidiana agli appestati. Venuto a conoscenza che i medici si rifiutavano di visitare gli ammalati rinchiusi nel lazzaretto, limitandosi ad impartire delle sommarie istruzioni per il tramite di messaggeri, San Carlo decise di visitare i reclusi ma, per l’opposizione del Tribunale di Sanità, dovette inizialmente limitarsi a benedire e confortare i degenti dall’esterno. Il santo Arcivescovo, consapevole di esporsi al contagio nell’esercizio del suo ministero, per non divenire vettore del morbo, cominciò a conferire con i suoi interlocutori tenendoli a distanza, a cambiare spessissimo ed a lavare in acqua bollente i suoi abiti, a purificare ogni cosa che toccava con il fuoco e con una spugna imbevuta d’aceto che portava sempre con sé; nelle sue visite per Milano teneva le monete per le elemosine all’interno di orci colmi d’aceto e, sull’esempio dei monatti,

faceva portare una bacchetta bianca in mano, longa, per tener lontano le persone,

Marcora, Il processo diocesano…, vol. IX, Milano, 1962, p. 507

affinché nessuno potesse correre rischi per la sua presenza. Redasse in quei giorni il suo testamento, lasciando ogni suo bene all’Ospedale Maggiore. 

Ed acciocché il sospetto della persona sua e di quelli che immediatamente lo servivano, non portasse danno o timore agli altri, quando cominciò a trattare con gl’infetti di peste e amministrar loro i Santi Sacramenti, comandò che si astenessero dal servizio della sua persona, tenendosi per sospetto, facendo portare avanti a se una bacchetta anche fuori di casa, affinché niuno de’ netti dal contagio si accostasse a lui.

Giussano, Vita di San Carlo Borromeo, Libro IV, Cap. III, Brescia, 1613, p. 190

Per assistere spiritualmente gli infetti il Borromeo convocò sacerdoti e religiosi da tutta la diocesi, rivolgendosi in particolare ai chierici svizzeri, che avevano fama di non temere la peste, ed ottenne dall’Ayamonte che la direzione del lazzaretto fosse affidata a padre Paolo Bellintani ed ai cappuccini.

Andava in tutti i conventi, cercando padri et sacerdoti per questo servitio, et Iddio Benedetto gli dava gratia di trovare quasi quanti gliene bisognavano, et gli faceva venir in casa sua et quivi li tenea a sue spese. 

Marcora, Il processo diocesano…, vol. IX, Milano, 1962, p. 699

Anche papa Gregorio XIII volle manifestare la sua vicinanza al sofferente popolo milanese accordando al Cardinale, con breve del 10 settembre, la facoltà di concedere l’Indulgenza plenaria agli appestati ed a coloro che li assistevano (il 12 marzo 1577 il Pontefice estenderà la concessione dell’indulgenza anche al clero regolare e secolare impegnato nel soccorso e nell’amministrazione dei Sacramenti a malati e sospetti di peste).

Osservando che donne e bambini erano maggiormente soggetti al contagio, il Tribunale di Sanità, d’intesa con il Consiglio dei LX Decurioni, ne decretò la quarantena, stabilendo che dal 1º ottobre tutte le donne ed i loro figli

da anni quindici in giù non resuscisero fora di casa per niuno modo. 

Diario di Giambattista Casale (1534-1598), in Memorie storiche della diocesi di Milano, vol. XII, Milano, 1965, p. 291

Per impetrare da Dio la grazia della fine dell’epidemia San Carlo dispose lo svolgimento di quattro processioni alle quali avrebbero potuto prendere parte solo gli uomini adulti, divisi in due file di una sola persona e distanti l’una dall’altra circa tre metri, vietando la partecipazione degli infetti e dei sospetti di contagio. Il Borromeo guidò, a piedi scalzi e con una corda al collo, la prima processione dal Duomo fino alla Basilica di Sant’Ambrogio. Il 5 ottobre si svolse la seconda ed il giorno successivo San Carlo decise di portare in processione il Sacro Chiodo della croce di Cristo, conservato in un reliquiario posto nel semicatino absidale del Duomo a quaranta metri d’altezza sopra l’altare maggiore; in tale occasione l’Arcivescovo stabilì che

ogn’anno si portasse solennemente in processione et che stasse esposto sopra l’altare maggiore del domo per lo spacio di quarant’hore.

Marcora, Il processo diocesano…, Vol. IX, Milano, 1962, p. 229

La quarta processione ebbe luogo il 9 ottobre seguendo un itinerario circolare attorno al centro della città. 

Lungi dall’ignorare le prescrizioni della scienza medica del tempo, San Carlo, procuratosi decine di trattati di medicina e circondatosi di un gruppo di eminenti medici, cattedratici e clinici, provvide all’emanazione di minuziose misure precauzionali rivolte al clero ed al popolo milanese e dirette a contrastare la diffusione dell’epidemia, quali il cambio e la bollitura degli abiti a scopo di disinfezione dopo le visite agli infetti, la raccomandazione di non toccare vesti e giacigli dei malati, il lavaggio e la purificazione delle mani con l’aceto o con la fiamma di un cero, il divieto di commerciare, a pena di scomunica, gli oggetti appartenenti ai contagiati e l’intinzione delle monete destinate alle elemosine nell’aceto. Pionieristiche risultarono le disposizioni impartite dal Borromeo in materia di derattizzazione, dato che solo nel XIX secolo si sarebbe scoperto che l’ospite più comune del batterio della peste è proprio il topo (un profondo e raffinato studioso delle Scritture quale San Carlo potrebbe avere tratto ispirazione per questa disposizione dal fatto che in 1Sam 6, 1-12 era già stato instaurata una connessione tra insorgenza della peste e presenza dei topi: «Fate dunque immagini dei vostri bubboni e immagini dei vostri topi che infestano la terra e datele in omaggio al Dio d’Israele»).  

Con il progredire dell’epidemia il lazzaretto di Porta Orientale e le 250 capanne supplementari non furono più sufficienti ad accogliere i malati. 

San Carlo propose pertanto al Governatore, al Tribunale di Sanità ed ai Decurioni l’adozione di due provvedimenti: la destinazione dei circostanti terreni extra-urbani all’edificazione di capanne ove ricoverare i malati e la proclamazione di una quarantena generale per l’intera città, estesa a laici e clero.

L’Arcivescovo consigliò due grandi provvedimenti. Fu il primo di condurre ad affitto amplissimi spazi di terreno fuori della città, a ciascuna delle sue porte; circondarli di terrapieni e di fosse onde nessuno potesse uscirne; ed ivi far trasportare i sospetti di peste in case di legno o di paglia, in mezzo alle quali volle che sorgesse una cappelletta per dirvi la Messa ed amministrarci i Sacramenti. L’altro fu di pubblicare una generale quarantena per la quale i cittadini sacerdoti o laici, uomini, donne, fanciulli, tutti dovessero per quaranta giorni serrarsi in casa […]. |Furono queste cose diligentemente eseguite senza molta difficoltà per la efficace cooperazione del santo  Pastore, il quale raccolse nell’arcivescovado buon numero di religiosi d’ogni Ordine, specialmente cappuccini, che insieme convivessero e fossero pronti ad accorrere dovunque abbisognasse. 

Sala, Biografia di San Carlo Borromeo, Milano, 1858, p. 69-70

Fuori da ciascuna Porta vennero così costruite migliaia di capanne di paglia destinate ad ospitare gli infetti ed i sospetti di peste; disposte a schiera, ciascuna capanna era separata dall’altra da circa tre metri e mezzo di terreno. All’interno dei nuovi lazzaretti vennero erette una grande croce ed alcune cappelle di legno, sopraelevate di circa tre metri rispetto alle camere degli appestati, in modo che gli infermi potessero assistere dalle loro capanne alle celebrazioni eucaristiche ivi celebrate quotidianamente.

Il Cardinale teneva che niuna cosa, che potesse essere di giovamento a gli infermi e a’ poveri, fosse fuori dell’officio suo. 

Bascapè, I Sette Libri della Vita e de’ fatti di San Carlo, Libro IV, Cap. V, Bologna, 1614, p. 315

Il 15 ottobre il Tribunale di Provvisione, accogliendo la proposta del Borromeo, decretò la quarantena generale per tutti gli abitanti di Milano, estendendo il divieto di uscita anche agli uomini, a decorrere dal successivo 29 ottobre, concedendo alle famiglie due settimane di tempo per provvedere all’acquisto di viveri e beni di prima necessità prima dell’avvio della misura. Il 18 ottobre San Carlo emanò un analogo editto indirizzato al clero secolare e regolare, comandando «alle persone Ecclesiastiche che similmente si contenessero in casa»1Giussano, Vita di San Carlo Borromeo, Libro IV, Cap. V, Brescia, 1613, p. 205. ed esentando dall’osservanza del precetto di “stare in casa ritirato”2Bascapè, I Sette Libri della Vita e de’ fatti di San Carlo, Libro IV, Cap. VII, p. 334. solo i sacerdoti ed i religiosi destinati all’assistenza spirituale e materiale della popolazione. Il Cardinale, richiamando i milanesi alla penitenza ed alla preghiera, esortò i fedeli

a confessarsi et comunicarsi innanzi al giorno determinato, et poi ubbidire prontamente al bando de’ magistrati.

Il primo giorno di quarantena ogni parrocchia fu incaricata di censire gli abitanti del rispettivo rione rinchiusi nelle case, predisponendo nuovi controlli ogni due giorni per verificare il rispetto delle disposizioni ed accertare eventuali violazioni. Dal 29 ottobre la città meneghina, fino a quel momento florida e potente, parve

allhora ridotta quasi in solitudine, le Chiese vote [vuote], le piazze abbandonate. 

Bascapè, I Sette Libri della Vita e de’ fatti di San Carlo, Libro IV, Cap. V, Bologna, 1614, p. 317

Con l’inizio della quarantena la cessazione di ogni attività commerciale ed artigianale portò all’indigenza metà degli abitanti di Milano, privati di ogni mezzo di sussistenza e spesso ridotti a mendicare, aumentando ulteriormente il pericolo di propagazione del contagio. Dinnanzi al rifiuto del regno di Spagna di provvedere al sostentamento di quasi 60.000 persone, adducendo a motivo del diniego le onerosissime spese militari sostenute per la repressione dei ribelli protestanti nelle Fiandre, furono le istituzioni municipali, il Consiglio dei LX Decurioni e soprattuto i cittadini più abbienti, in primis il Borromeo stesso, a dovere fronteggiare le spese straordinarie, assumendosi generosamente l’onere del mantenimento a domicilio di poveri ed affamati «per lo spatio di più di sei mesi». San Carlo affidò ad un sacerdote per ogni Porta il compito di visitare quotidianamente «ciascuna casa infetta o sospetta di peste, soccorrendo con denari, sale grosso, et anco butiro [burro] i bisognosi»3Marcora, Il processo diocesano…, vol. IX, Milano, 1962, p. 246.

Il Borromeo stabilì che

sette volte al giorno si facesse oratione in ciascuna casa, et per ricordarlo a ciascuno al suo tempo, ordinò che nella chiesa metropolitana et nelle chiese parochiali si sonasse sette volte per l’oratione

in modo che i milanesi potessero invocare l’aiuto divino stando

affacciati alle finestre, facendo l’oratione communemente ad alta voce, ciascuno della sua contrada cantando a vicenda le lettanie, et altre preci et orationi. 

Vera narrazione del successo della peste. Raccolta da Giacomo Filippo Besta, procuratore milanese, Milano, 1578, p. 29

Poiché tali rinchiusi in quarantena «non potevano andare alle Chiese e ricevere | il frutto delle cose sacre»4Bascapè, I Sette Libri della Vita e de’ fatti di San Carlo, Libro IV, Cap. VII, Bologna, 1614, pp. 334-335. , San Carlo dispose che ad ogni incrocio, in luoghi visibili dalla maggioranza delle case, fosse eretto un altare, che avrebbe costituito il basamento di una colonna sormontata da una croce (le cosiddette “crocette”), presso il quale celebrare le messe festive e feriali, cosicché i fedeli segregati potessero partecipare ai sacri riti dalle finestre delle loro abitazioni.

Per gli essercitii spirituali di questo tempo ordinò prima che ognuno sentisse Messa divotamente ogni dì; per il cui fece ergere molti Altari per le vie croci, e luoghi cospicui della Città, per dar comodità a tutti di sentir la Messa stando in casa propria.

Giussano, Vita di San Carlo Borromeo, Libro IV, Cap. VII, Brescia, 1613, p. 234

Ogni giorno i sacerdoti incaricati di recarsi presso le case dei reclusi in quarantena per confessare e comunicare i loro abitanti attraversavano le contrade portando un sedile di cuoio

et quelli che volevano confessarsi dimmandavano il sacerdote che passava dalle finestre, et esso si metteva con il suo scagno [sedile] alle porte, et venivano a basso a confessarsi, avendo per tramezzo l’anta della porta.

Marcora, Il processo diocesano…, vol. IX, Milano, 1962, p. 700

I fedeli che dopo avere celebrato il sacramento della Riconciliazione intendevano comunicarsi dovevano avere cura di collocare un piccolo tavolo fuori dalle porte delle loro case, in modo che i sacerdoti potessero sapere dove fermarsi. Per comunicare i reclusi ed evitare al contempo che il ministro stesso potesse divenire veicolo del contagio, secondo le norme emanate dall’Arcivescovo la particola doveva essere posta

in una lunetta de argento et senza tocare la bocha di quello che lo riceveva li comunicava etiam che fuseno in suspeto dil ditto malle.

Diario di Giambattista Casale (1534-1598), in Memorie storiche della diocesi di Milano, vol. XII, Milano, 1965, p. 302

San Carlo ordinò inoltre che i sacerdoti, una volta amministrata l’Eucaristia, dovessero passare il pollice e l’indice sopra la fiamma di una candela allo scopo di disinfettarle. Da parte sua il Borromeo, durante la quarantena, continuò a visitare i milanesi reclusi, sani ed ammalati, per portare loro i Sacramenti ed il conforto derivante dalla sua paterna presenza.

Il Cardinale deputò alcuni religiosi affinché visitassero quotidianamente i malati, per prestare loro assistenza spirituale ed impartire i conforti religiosi. Per incoraggiare il suo clero innanzitutto con l’esempio, l’Arcivescovo stesso provvide personalmente ad amministrare i Sacramenti dell’Eucaristia e della Confermazione recandosi quotidianamente dagli appestati rinchiusi nelle loro case o ricoverati nel lazzaretto ed alle capanne. Non meno premuroso si mostrò nel farsi prossimo ai numerosi sacerdoti ammalatisi nell’adempimento del proprio ministero. 

Lui communicava frequentemente ancora le persone appestate, et le cresimava lui stesso etiam quelli che erano moribondi.

Marcora, Il processo diocesano…, vol. IX, Milano, 1962, p. 506

Per tutta la durata della pestilenza San Carlo si dedicò con instancabile ed incessante zelo ed amorevole sollecitudine a soccorrere e confortare i bisognosi, i malati ed i moribondi, provvedendo ad ogni loro bisogno spirituale e materiale, percorrendo a piedi l’intera città anche dopo il tramonto.

Il cardinale scorreva ogni giorno, hora a San Gregorio [al lazzaretto], et hora a una Porta, et hor a un’altra, in tal modo che ogni settimana visitava tutti li appestati della città. 

Marcora, Il processo diocesano…,  vol. IX, Milano, 1962, p. 674

Visitando le capanne distribuiva generi alimentari ed elemosine e si intratteneva a consolare e conversare con ciascun ricoverato; domandava da quanto tempo

che vi erano, di che parochia fossero, se erano confessati […], di poi gli dimandava di bisogni temporali: se gli mancava cosa alcuna del vivere e de medicamenti, se gli mancava altra cosa come paglia, coperte et simile altre cose. 

Marcora, Il processo diocesano…, vol. IX, Milano, 1962, p. 700

Il Cardinale non smise mai di agire con grande prudenza e senso di responsabilità, non volendo che a causa sua o del clero diocesano i fedeli fossero esposti ad eventuale contagio o messi in pericolo in qualsivoglia modo.

Non ometteva però in nessuna occasione le necessarie cautele nè mettevasi a rischio senza necessità. Quando poi avea fatto qualche azione pericolosa di contagio, per sette giorni almeno astenevasi dal comunicare con altri, ed in tutto da se stesso servivasi, e ciò volea che si facesse ancora dagli altri sacerdoti e curati. 

Sala, Biografia di San Carlo Borromeo, Milano, 1858, p. 71

Per assistere i suoi concittadini e figli, per nutrirli e finanche per vestirli utilizzò gran parte del suo patrimonio, come testimoniò il cappuccino Giacomo da Milano, in una lettera del 4 ottobre 1576:

va spessissime volte al lazareto et consola li ammorbati, inanima li officiali, vede il cimitero dove si sepelliscono i morti contagiosi, […] va alle capanne, alle case sarate, con tutti parla, tutti consola. A tutti provvede quanto può, anco temporalmente del suo, de ogni cosa che si truova in casa. Hormai non ha da vivere et è fatto poverissimo.

Lettera di un padre cappuccino scritta da Milano nell’infierire della peste, in San Carlo Borromeo nel III centenario della canonizzazione, Milano, 1910, p. 328

Dalla metà di dicembre del 1576 la propagazione del contagio parve rallentare. In considerazione del miglioramento della situazione sanitaria si decise di prolungare la quarantena, per non dare occasione al morbo di progredire nuovamente, «fin che si vedesse ben nettata tutta la Città da peste, con consenso pure del Cardinale»5Giussano, Vita di San Carlo Borromeo, Libro IV, Cap. X, Brescia, 1613, p. 246. , sebbene San Carlo fosse dispiaciuto che il popolo non potesse celebrare il Santo Natale nella casa del Signore e che

i christiani […] ancora fussero impediti di andare alle Chiese.

Bascapè, I Sette Libri della Vita e de’ fatti di San Carlo, Libro IV, Cap. X, Bologna, 1614, p. 364

L’Arcivescovo ordinò pertanto ai parroci che la benedizione natalizia delle case fosse effettuata in strada «colla maggiore divozione e gravità». Il 19 gennaio 1577, vigilia della ricorrenza di San Sebastiano, si svolse una nuova processione per invocare l’intercessione del santo, nativo di Narbona ed educato a Milano secondo un’antica tradizione. Ad essa, solennemente guidata da San Carlo, presero parte solo il Governatore, il Senato, i Decurioni, le autorità civili ed il clero milanese, essendo la cittadinanza ancora sottoposta alla quarantena. Il 1º febbraio 1577, dopo oltre tre mesi di reclusione coatta della popolazione, il marchese d’Ayamonte allentò i rigori della quarantena, prevedendo che i soli padri di famiglia potessero uscire dalle loro case in determinati orari e consentendo la riapertura di alcuni esercizi commerciali. 

Il 24 marzo la facoltà di uscire nelle ore diurne fu estesa a tutti i maschi di età superiore a dodici anni mentre alle donne ed ai bambini fu concesso di recarsi nelle chiese per confessarsi ed assistere alla messa in preparazione dei riti pasquali. Il 7 aprile il popolo milanese, autorizzato dal Governatore, poté celebrare liberamente la Pasqua, venendo la Risurrezione del Signore a coincidere con la liberazione di Milano dall’epidemia. 

Il 3 maggio, ridotta ormai la quarantena alle sole ore notturne, San Carlo tornò a portare in processione per le vie di Milano il Sacro Chiodo, seguito dal clero, dalle autorità civili e, per la prima volta da sette mesi, da tutta la popolazione milanese, stretta attorno al proprio eroico vescovo e pastore in rendimento di grazie al Signore. Egli esortò sempre i milanesi a non allentare la vigilanza, per evitare che la furia della peste tornasse ad infierire, ed allo stesso tempo a riporre le loro speranze principalmente nella “clemenza divina” piuttosto che nelle sole “diligenze humane”.

Nella primavera del 1577, saputo che la peste flagellava ancora le campagne, il Borromeo si recò fino ai confini della diocesi ambrosiana

facendo con quei meschini appestati l’istessa opera di carità che aveva già fatta in Milano. […] cresimava l’infetti di peste sino in Valtravaglia et nel lago Maggiore […] dove il signor cardinale attendeva a fare in tutti i luoghi i medesimi officii di pietà e gli ministrava questi santi sacramenti et soccorreva i poverelli de quei paesi di larghe lemosine.

Marcora, Il processo diocesano…, vol. IX, Milano, 1962, p. 206

San Carlo visitava i borghi ed i paesi fino a tarda notte, amministrando i Sacramenti

prima allo sani, poi allo sospetti, terzo alli infetti, et questo officio soleva fare in piazza in luogo largo, acciò le persone potessero stare separate in modo tale che il contatto non causasse l’infettione.

Marcora, Il processo diocesano…, vol. IX, Milano, 1962, p. 702

Il Cardinale chiese al Papa l’indizione di un nuovo Giubileo straordinario per la diocesi di Milano, che Gregorio XIII benignamente concesse con breve del 7 maggio 1577, stabilendo che le tre processioni prescritte dal Pontefice per poter lucrare l’indulgenza plenaria si tenessero il 9, l’11 ed il 12 ottobre.

Con i primi giorni di dicembre del 1577 non si verificarono più nuovi casi di contagio ed il 20 gennaio 1578 il Tribunale di Sanità potè dichiarare definitivamente debellata l’epidemia, ripristinando tutte le attività commerciali all’interno del Ducato. Un ruolo determinante ebbero senz’altro gli avveduti provvedimenti disposti dalle autorità civili e religiose che, in assenza di profilassi adeguate e di terapie efficaci, riuscirono a limitare sensibilmente la diffusione della pestilenza, che a Milano cagionò circa 17.000 decessi a fronte delle 70.000 perdite patite da Venezia.

Il 20 dicembre 1577 San Carlo volle pubblicare, con finalità eminentemente pedagogiche e formative, un “Libretto de Ricordi per il vivere christiano”, rivolgendosi in particolare «a padri, et madri, et capi di casa, et fameglia, mastri, o capi di botteghe, et lavoranti» della diocesi di Milano. Destinatario principale dell’opera era dunque il laicato, chiamato ad un autentico e sincero proposito di rinnovamento interiore e di conversione del cuore che scaturisse dalla meditazione sulla natura e sul senso della terribile epidemia dalla quale il Signore aveva liberato la città e dal proponimento di porre Dio al centro della propria esistenza. Delineando e proponendo un modello di vita cristiana incentrato sulla morigeratezza dei costumi e sull’esercizio della misericordia così come sulla preghiera personale e sull’adorazione nell’ambito delle rispettive occupazioni domestiche, familiari e lavorative, quasi precorrendo la riflessione sulla chiamata alla santificazione nella quotidianità, San Carlo volle in primo luogo confermare la fede del suo gregge nel Signore della vita che desidera la salvezza ed il bene dei Suoi figli.

Così pietosa è stata con noi la mano de Dio nel flagello della pestilenza, con quale ci ha visitato in questi tempi, che bene possiamo da qui anco intendere come egli cerchi solo la conversione et la vita, non la morte nostra.| […] Habbi sempre Iddio avanti a gl’occhi, in conspetto del quale stai, et che di continuo ti vede. Habbi di continuo l’occhio alla providenza di Dio, pensando che nessuna cosa viene senza sua volontà, et tutto per cavarne bene.

Libretto de i Ricordi al popolo della città et diocese di Milano dati dal’Illustriss. Card. di S. Prassede, Arcivescovo per il vivere christiano, Milano, 1578, pp. 2-8

Lungi dal ridursi al mero svolgimento di processioni, l’azione di San Carlo Borromeo fu dunque orientata dall’urgenza di contemperare, dinnanzi ad una drammatica emergenza, la necessità di sovvenire alle esigenze spirituali dei fedeli con l’adozione di provvedimenti atti a prevenire efficacemente la diffusione incontrollata dell’epidemia. Per questa ragione il cardinale Borromeo si fece promotore, presso le istituzioni pubbliche, dell’opportunità di disporre la quarantena generale per l’intera città di Milano, accettandone anche l’ulteriore prolungamento, ben consapevole che tale misura avrebbe comportato l’impossibilità per il suo sofferente gregge di recarsi nelle chiese, che, come lui stesso scrisse, «restarono solitarie» per mesi, ed addirittura di celebrare la solennità del Santo Natale. Allo stesso tempo, pur destinando sacerdoti e religiosi alla cura spirituale e materiale dei reclusi in quarantena e dei malati, il Cardinale decretò che il clero non incaricato del soccorso agli appestati dovesse rispettare le disposizioni inerenti alla quarantena ed all’isolamento in casa, enunciate in un suo specifico editto, proprio per evitare che i sacri ministri potessero divenire inconsapevoli propagatori dell’epidemia. 

Nel contesto di una costante e complicata collaborazione con l’autorità politica, San Carlo si adoperò con singolare acume e sottile ingegno per consentire ai fedeli di assistere alla celebrazione del Sacrificio eucaristico e di ricevere i Sacramenti, ove fosse possibile. L’edificazione degli altari-crocette per le vie della città, la realizzazione delle cappelle sopraelevate tra le capanne, l’orazione comunitaria dalle finestre delle case ad orari prestabiliti e le particolari modalità di amministrazione di Eucaristia e Riconciliazione summenzionate furono espressioni di quella medesima creatività che, nell’attuale situazione, ha animato l’operato di tanti vescovi e sacerdoti che si sono ingegnati per continuare a farsi prossimi al popolo di Dio nell’annuncio della Parola del Signore, impiegando sapientemente le nuove tecnologie di comunicazione quali strumenti di evangelizzazione, attraverso la trasmissione quotidiana ed in diretta di Messe, adorazioni eucaristiche, Viæ Crucis, benedizioni, catechesi quaresimali, recite di rosari e momenti di riflessione e meditazione, perfino ricorrendo a modalità inconsuete e peculiari quali le celebrazioni sui tetti delle chiese con l’ausilio di altoparlanti (per quanto il Signore Gesù li abbia nobilitati a luoghi adeguati all’annuncio evangelico). Come San Carlo inviò non pochi membri del clero diocesano ad assistere, confessare e comunicare i fedeli reclusi, divisi dall’uscio delle loro case, adottando tutte le precauzioni che la medicina del tempo riteneva adeguate a custodire dal contagio, anche nel grave momento presente sacerdoti e religiosi sono quotidianamente e pazientemente dediti, nelle chiese, negli ospedali e nelle residenze private, ad impartire i Sacramenti nella rigorosa osservanza delle imprescindibili prescrizioni igienico-sanitarie e della normativa vigente, confortando le tante persone che si sentono smarrite, sole ed impotenti e che trovano ristoro anche solo in una conversazione telefonica con il loro pastore (tenendo conto che oggi, a differenza di quanto accadde durante il rigido isolamento imposto durante l’epidemia del 1576-1577, rimane consentito recarsi nelle proprie chiese per confessarsi e raccogliersi in preghiera dinnanzi al tabernacolo). La CEI e le Diocesi, peraltro, hanno provveduto ad emanare dettagliate disposizioni, indicazioni e suggerimenti per celebrare i Sacramenti in modo tale da proteggere i fedeli dal contagio e prevenire un’eventuale infezione dei ministri, predisponendo al contempo, al pari del Borromeo, misure supplementari di sostegno economico che, in sinergia con le Caritas diocesane, intervengano a favore di quelle famiglie maggiormente provate dalla sospensione delle attività economiche e lavorative. Numerose strutture, locali e perfino seminari, inoltre, sono stati messi a disposizione dalle Chiesa locali per ospitare medici, personale sanitario, volontari e poveri.

Tutte queste iniziative sono i fecondi frutti di quella creatività che, suscitata dallo Spirito, Papa Francesco ha voluto lodare riconoscendone i tratti nell’azione di quei

sacerdoti che pensano mille modi di essere vicino al popolo, perché il popolo non si senta abbandonato; sacerdoti con lo zelo apostolico, che hanno capito bene che in tempi di pandemia non si deve fare il don Abbondio.

Prova incontestabile della fortezza e delle virtù eroiche di questi sacerdoti sia il fatto che la dedizione nel servizio ai fedeli ha portato ormai decine di questi martiri della carità, nell’integrale conformazione al Buon Pastore, a sacrificare la propria vita per soccorrere, nel momento della malattia e della sofferenza, le pecore loro affidate. 

Lo zelo che connotò la condotta di San Carlo Borromeo si riflette, pertanto, nei sacerdoti che celebrano quotidianamente l’Eucaristia sine populo in comunione spirituale con i fedeli che assistono, nella sollecitudine dei vescovi delle diocesi maggiormente afflitte dall’epidemia e nel ministero di Papa Francesco che, Vescovo della Chiesa che «presiede nella carità la comunione tra tutte le Chiese», ha voluto manifestare la sua paterna ed autorevole vicinanza fin dall’inizio della pandemia, disponendo la trasmissione in diretta della Messa da lui quotidianamente officiata nella cappella della Domus Sanctæ Marthæ, offrendo il Sacrificio eucaristico per i malati, le vittime e le famiglie colpite dal virus, invitando incessantemente i fedeli a pregare «con fede, perseveranza e coraggio», recandosi pellegrino alla chiesa di San Marcello al Corso ed alla Basilica di Santa Maria Maggiore per implorare l’intercessione della Vergine Salus populi Romani, concedendo speciali indulgenze «ai fedeli affetti dal morbo Covid-19 nonché agli operatori sanitari, ai familiari e a tutti coloro che a qualsivoglia titolo, anche con la preghiera, si prendono cura di essi» e promuovendo momenti di orazione quali la recita del Rosario in occasione della festa di San Giuseppe, l’invito rivolto a tutti i cristiani a pregare il Padre Nostro il 25 marzo, Solennità dell’Annunciazione del Signore, fino al momento straordinario di preghiera da lui presieduto il 27 marzo in piazza San Pietro, incentrato sull’ascolto della Parola di Dio e sull’adorazione del Santissimo Sacramento, culminato nella Benedizione Urbi et Orbi impartita dal Santo Padre con la concessione dell’Indulgenza plenaria nella forma stabilita dalla Chiesa. 

Preghiera in Piazza San Pietro e benedizione Urbi et Orbi (27 marzo 2020)

Nell’attuale momento di prova il santo e fedele popolo di Dio, come ai tempi di San Carlo, si unisce in docile, grata ed obbediente comunione intorno al Vicario di Cristo ed ai vescovi, i quali, condividendo e partecipando alle medesime sofferenze ed inquietudini dei fedeli, vicini nella preghiera e operosi nella carità, devono compiere scelte complesse e dolorose per il bene del gregge che sono chiamati a pascere. Il presente cammino quaresimale segnato dal digiuno eucaristico, nella consapevolezza che l’Eucaristia continua ad essere celebrata ed offerta per tutta la Chiesa, possa essere occasione propizia e feconda di conversione, conducendo a vivere il Mistero Pasquale con fiducioso abbandono nelle misericordia del Signore e rinnovata speranza nella salvezza e nell’autentica libertà che Gesù Risorto, vincendo le tenebre e la morte, è venuto donare. 

scritto da

Follow me!

Note

1. Giussano, Vita di San Carlo Borromeo, Libro IV, Cap. V, Brescia, 1613, p. 205.
2. Bascapè, I Sette Libri della Vita e de’ fatti di San Carlo, Libro IV, Cap. VII, p. 334.
3. Marcora, Il processo diocesano…, vol. IX, Milano, 1962, p. 246.
4. Bascapè, I Sette Libri della Vita e de’ fatti di San Carlo, Libro IV, Cap. VII, Bologna, 1614, pp. 334-335.
5. Giussano, Vita di San Carlo Borromeo, Libro IV, Cap. X, Brescia, 1613, p. 246.

Comments:

Una replica a “Carità & quarantena: la vera storia della Peste di San Carlo”

  1. Quando Rapetti Arrigoni afferma:
    ” (un profondo e raffinato studioso delle Scritture quale San Carlo potrebbe avere tratto ispirazione per questa disposizione dal fatto che in 1Sam 6, 1-12 era già stato instaurata una connessione tra insorgenza della peste e presenza dei topi: «Fate dunque immagini dei vostri bubboni e immagini dei vostri topi che infestano la terra e datele in omaggio al Dio d’Israele»)”
    Intende darsi da solo del profondo e raffinato studioso delle Scritture, che ha trovato un presunto riferimento alle pulci parassiti dei topi come causa della peste in una pericope veterotestamentaria?

    Altra domanda: si rende conto l’erede del nobile casato che il suo scritto non fa che confermare la differenza di comportamento tra il Borromeo e i nostri presuli? È lui stesso, citando testi del 600 che non è chiaro come abbia potuto consultare in piena pandemia (eredità del casato?), a confermarci che in piena quarantena il Borromeo fu sollecito nell’assicurare il conforto dei Sacramenti a tutto il popolo a lui affidato. Confessioni, Sante Messe nei crocicchi, ma persino le “superflue” (o meglio non strettamente necessarie per uscire bene dai Novissimi) Cresime erano assicurate a tutti coloro che lo chiedevano. Una bella differenza con le chiese aperte ma deserte di oggi.

Di’ cosa ne pensi