Antivangelo di Marco Sambruna. Una lettura critica (ma sim-patica)

Perché e dove questi autori sbagliano nell’identificare il Cristianesimo come errato? È una differenza di principî o alcune critiche partono da principî condivisibili? Se partono da alcuni principî condivisibili dove sta l’errore, dunque? Quando Nietzsche afferma che il risentimento è all’origine della religione cristiana, sbaglia in quanto il risentimento non è negativo per la formazione della persona? Oppure in quanto il Cristianesimo non ha a che fare con il risentimento? Quando Freud ridimensiona l’io a un’emergenza dell’inconscio e delle sue passioni, sbaglia perché l’uomo è fatto diversamente – perché l’io è in realtà trasparente e tetragono? O perché l’io è sì una funzione dell’inconscio, ma esso è tenuto a bada soltanto dai valori della religione – almeno nel passato1Nel senso che, per Freud, questa efficacia della religione è oramai terminata: cf. AV, 155-158. Le opere freudiane di riferimento, che Sambruna riprende, sul ruolo della religione della società sono “L’avvenire di un’illusione” e “Il disagio della civiltà” (del 1927 e 1929 rispettivamente, nel volume 10 delle Opere della Boringhieri).? O perché l’io è anche eminentemente passionale/pulsionale, ma la razionalizzazione dell’analisi non è sufficiente senza il coenergismo di risorse di senso superiori? La deriva emotiva del nichilismo è un errore perché la “vecchia” impostazione cartesiana (e vittoriana) del governo della ragione era corretta o perché essa è un errore di segno opposto? L’emotivismo e spontaneismo etico da dove traggono la loro attrattività?

Diversi sono peraltro gli autori che hanno provato a rispondere a queste domande da un punto di vista in sintonia con la fede cattolica o con un pensiero ad essa ispirato o apparentabile. Scheler e Girard riprendono l’analisi psicologica del risentimento rovesciando dall’interno l’accusa nietzscheana. Il primo, nel suo stupendo saggio “Il risentimento nell’edificazione delle morali” mostra l’estraneità del Cristianesimo essenziale con il risentimento. Il secondo rintraccia nell’abbandono della trascendenza a livello sociale, psicologico e antropologico, la causa dello scatenarsi del risentimento come crisi mimetica –  in “Menzogna romantica e verità romanzesca”, ad esempio. MacIntyre in “Dopo la virtù” cerca di rifondare un’etica razionalmente fondata analizzando gli intenti della modernità nell’etica filosofica2Chiunque conosca questi lavori mi scuserà per la brutalità delle sintesi mal abbozzate dei lavori di questi tre pensatori.. Tornando a Fabro, la sua opera filosofica è una continua rilettura della modernità come un’avventura della libertà, avventura di cui è evidenziato ogni errore e la radice della futura inconsistenza, ma non senza simpatizzare con l’intento profondo che la anima. Questi alvei mi paiono più fruttuosi per un confronto critico con la modernità. D’altra parte l’autore è ben conscio che il male del nichilismo si presenti sub specie boni, apparendo come bene – «buono da mangiare, gradito agli occhi e desiderabile per acquistare saggezza» (Gn 3, 6) – eppure non sembra voler discutere dove stia la radice dell’inganno. E dunque alle domande precedenti il saggio non dà risposta, anche se sono domande essenziali e cattoliche, nel senso in cui alla fede cattolica è propria quella ricerca appassionata del vero precisamente come fondamento del contrasto verso ciò che è falso.

Il cristiano e il mondo

Il testo presenta un’analisi delle dottrine filosofiche della modernità alla radice del nichilismo, e in questa analisi sta lo scopo preciso del testo, come individuato dal sottotitolo stesso. Tuttavia, come evidenziato già in inizio di questa recensione, il problema esistenziale di fondo, rappresentato bene dal titolo del testo – “Antivangelo” – è quello del rapporto tra il cristiano e il mondo. Essenzialmente il nichilista è infatti, per Sambruna, colui che si oppone al Cristianesimo in quanto argine e fondazione dei valori – in sintesi, ad una “metafisica religiosa”. Ciò che importa dunque del nichilismo è di conoscere le radici della situazione nella quale il cristiano oggi è costretto a vivere ed operare, situazione vista dal punto di vista esistenziale, spirituale e pure psicologico. Tale situazione non può che essere quella di un conflitto mortale, posto che la figura esemplare dell’uomo moderno è il nichilista e il nichilista è colui che si oppone per principio al Cristianesimo. Il rapporto tra il cristiano e il mondo – questo mondo, “moderno” nel senso qui delineato – è quindi essenzialmente un conflitto. Secondo questa ricostruzione il conflitto non è, per così dire, costruttivo, un conflitto tra il singolo con la sua comunità e una serie di ostacoli alle esigenze etico-religiose. Il conflitto è epocale in quanto è il conflitto tra una società che vuole ottenere la distruzione del Cristianesimo e, ovviamente, il Cristianesimo stesso: un conflitto che vuole quindi decidere dell’eterno oggi, del Cristianesimo in queste ultime generazioni. In questo senso la definizione dell’epoca e della figura del nichilista come anti-cristica è del tutto calzante.

Questa visione del rapporto tra Cristianesimo e mondo non è una novità. L’idea di un’opposizione mortale tra il mondo e i seguaci di Gesù è già presente negli scritti neotestamentari, quantunque contemperato da visioni diverse. In Giovanni il “mondo” è il nemico essenziale e mortale di Gesù e dei suoi discepoli. Si può parlare addirittura di dualismo della decisione, in Giovanni, per sottolineare la realtà di un mondo che la presenza del Logos incarnato svela come in attiva opposizione a Dio e al suo Figlio3In Giovanni non abbiamo un dualismo cosmologico, né mitico né antropologico. Una ispirazione del tutto diversa dunque da altre correnti filosofiche e religiose: un certo estremo ascetismo filosofico e la gnosi sopra tutti.. Fin da subito, sia a livello etico che culturale si possono comunque ravvisare due visioni che vengono a comporsi nell’unità della fede apostolica, quella che vede nella cultura pagana un nemico mortale a cui rinunciare a tutti i costi, anche se usando spesso le armi del nemico in questa lotta, e quella che vede nella stessa cultura uno strumento formidabile per la fede, purché agisca un adeguato discernimento. Sambruna perciò approccia un problema che è senz’altro centrale e, al di là delle conclusioni e dei modi in cui è condotto il confronto tra il cristiano ed il mondo, esso è capitale e radicale pure per visioni altre rispetto alla sua nel dibattito interno al Cristianesimo.

Infatti questo saggio può essere inserito in quella visione interna al Cristianesimo che rileva negli ultimi 60-70 anni una degradazione della qualità generale del cristiano e parallelamente un’intensificazione e radicalizzazione del conflitto essenziale che il mondo conduce contro i cristiani in quanto tali. Essa può essere contrapposta, in genere, ad una visione per la quale la Chiesa è chiamata a porsi in un rapporto di positiva collaborazione con il “mondo” a livello sia sociale che culturale. Sollevando appena il velo della correttezza “politica”, sullo sfondo, anche di questo saggio, sta la querelle intra-ecclesiale o intra-cristiana tra le posizioni in genere polarizzate e banalizzate con il nome di progressiste e conservatrici. Queste due posizioni oggi si combattono aspramente, sussistendo una corrente di forte opposizione a Papa Francesco in una Chiesa che, sostanzialmente, riceve il magistero del nostro Pontefice con rispetto filiale4Sussiste, è vero, il sospetto che alcuni di coloro che sostengono l’attuale (unico) Papa, più che seguirlo intendono arruolarlo ad una propria agenda di “riforma”. Tuttavia moltissimi esponenti della corrente critica verso il Pontefice – chiamato spesso semplicemente “Bergoglio” in segno di mancata fiducia in lui come Papa – utilizza metodi e modi indegni eticamente e disonesti intellettualmente, che peraltro ad utilizzare gli stretti criterii di ortodossia rivendicati, difficilmente potrebbe continuare ad essere chiamata cattolica. Infatti i varii Viganò, Socci e diversi blog e scrittori potrebbero essere definiti cattolici, sì, ma cattolici adulti, nel senso prodiano del termine. Infatti selezionano dal Magistero pontificio ciò che rientra nella propria visione interpretativa dell’attuale Papa per avere ragioni per attaccarlo. Se i cattolici adulti alla Prodi selezionavano della dottrina cattolica ciò che era loro congeniale per potersi definire cattolici, i cattolici adulti di quest’area selezionano ciò che dell’insegnamento pontificio stimano contrario alla dottrina della fede cattolica – interpretata anch’essa, adultamente, con molte selezioni e silenzi – per poter attaccare il Papa e i proprii avversarii.. Intendo riferirmi a questi conflitti e a queste posizioni per avere un retroterra interpretativo utile a comprendere quello che ho definito il nodo centrale – esistenziale (-filosofico) e religioso – di questo saggio. A ciò sono anche spinto dalla necessità impostami dal fatto che Sambruna non presenta alcuno degli interlocutori e ambienti intellettuali con cui sicuramente ha discusso – in concordia od opposizione – sia la sua idea della società attuale come nichilista che l’interpretazione della modernità come attacco al Cristianesimo. Poiché quindi ho rilevato nel rapporto cristiano-mondo il movente centrale del pensare cristallizzato in questo saggio, sono costretto a ipotizzare io stesso la visione che sostiene questo lavoro.

Il Concilio Vaticano II è l’evento ecclesiale centrale del XX secolo, ed è qui che può essere riconosciuto il sorgere della esteriorizzazione della contrapposizione tra le due diverse visioni del compito e della posizione della Chiesa nella società contemporanea. Con questo Concilio infatti la Chiesa cattolica inaugurò un tentativo di ricostituire un rapporto positivo con la cultura e la società contemporanee e moderne non a partire da affermazioni generiche di positività o ottimismo, ma dalla convinzione di fede che l’agire di Dio non sia stato sospeso per qualche secolo o decennio in alcuni ambienti confinati della Chiesa, ma sia invece pienamente operante nella storia. Credo che questa convinzione, derivante dalla fede cristiana, non possa e non debba mai essere abbandonata e sia precisamente il discrimine che, se tolto, consente di scivolare in consacrazioni del mondo così com’è o così com’era. In questo senso credo che la permanenza della visione “tradizionalista” o “conservatrice” così come di quella “progressista” – nominando con questi termini inadeguati gli approcci estremi che ora qualificheremo – riguardo al giudizio critico della contemporaneità e dei rapporti con il Cristianesimo, testimonino indirettamente che la posizione del cristiano nell’esistenza oggi, nel mondo, sia un luogo teologico ineludibile. Il senso in cui la convinzione di fede sull’agire di Dio nella storia dovrebbe illuminare il campo di battaglia culturale, esistenziale, politico e sociale va però esposto.

La questione chiave sta nel fatto che, fin dalla stessa Scrittura come Rivelazione di Dio, l’agire di Dio nella storia e nel mondo struttura un rapporto tra il cristiano e il mondo che non è riconducibile univocamente ad una sola declinazione del rapporto. Ovvero: l’agire di Dio è quello del medico, che cura ed accompagna, e pure agire che suscita l’opposizione del mondo tanto più questo agire si esprime in maniera più intensa. A livello etico e culturale quindi l’agire di Dio sembra prendersi cura dell’uomo laddove egli si trovi, assumendo le sue forme del vivere per tirarvelo fuori, e allo stesso tempo lo tira fuori dalle forme viziate in cui si trova lasciandolo lì dove egli è. La schiavitù è stata destituita di senso da Paolo senza che la forma di vita che regolava fosse cambiata minimamente – Paolo si appella a Filemone riconoscendo il suo diritto legale su Onesimo proprio mentre annulla ogni differenza di natura tra padrone e schiavo nel loro essere uomini davanti a Dio5La forma viziata della schiavitù è condannata e destituita di senso, mentre essa è lasciata intatta. Obietto a me stesso che comunque l’annullamento della forma sociale della schiavitù sarebbe stata attuata e doveva esserlo. E tuttavia contro-obietto che nessun colpo di spugna legale potrà mai eliminare la schiavitù realmente senza che senza la lettera di Filemone non venga tenuta sotto braccio, attaccata al cuore, con la sua ira profetica (Fm 1, 19-20).. La prostituzione legalizzata viene ormai condannata dalla Chiesa, con un tempismo illuminante, proprio quando viene ammesso un significato unitivo, persino ludico (cum grano salis) nell’atto sessuale tra i coniugi6Ciò che nella forma viziosa della prostituzione è inaccettabile assolutamente è la mercificazione delle donne e degli uomini coinvolti, che la rende una forma odiosa di violenza e di schiavitù. L’idea che l’atto sessuale abbia una finalità che ridondi sulla persona – e il piacere è il primo ridondare di un atto sull’agente stesso – proprio nel contesto relazionale coniugale significa riconoscere qualcosa che stava dove l’uomo viveva la propria sessualità e che prima era semplicemente “tollerato” e/o guardato con sospetto. Questo riconoscimento sembra una liberalizzazione della morale. In realtà carica il cristiano della necessità di un discernimento serio sul proprio agire, perché ogni ambito dell’uomo vada ricondotto alla sua giusta misura e al suo giusto luogo relazionale. Infatti riconoscere un legittimo aspetto “ludico” e unitivo nell’atto sessuale significa anche che non basta la copertura legale per rendere giusto e santo il suo esercizio – neanche quella matrimoniale, se la moglie o il marito sono trattati come prostituti. L’uomo in questo caso è stato “raggiunto” lì dov’era – riconoscendo pienamente la dimensione sessuale – proprio mentre sono sradicate di legittimità tutte le pratiche viziose e criminali che lo abbruttivano. Per l’aspetto propriamente teologico e dogmatico va detto che gli spunti qui e là presenti nella tradizione al riguardo – il concetto stesso di remedium concupiscentiæ – non sono annullati, ma portati a compimento. Infatti se intendiamo la parola rimedio in senso proprio, come non può essere un rimedio alla chiusura narcisistica (la concupiscenza) l’unione tra un uomo e una donna in un contesto relazionale autentico? Manca ancora in questo discorso la questione della differenza tra i sessi. Quanto detto qui sulla schiavitù infatti non coinvolge in egual misura l’uomo e la donna, come la storia insegna.. Le decisioni magisteriali nelle quali certo si concreta il discernimento ecclesiale accolgono e separano (il grano dalla gramigna) e a volte rifiutano mentre assumono7Tommaso accoglie Aristotele come configurazione della ragione pensante e come pensiero separando ciò che è buono da ciò che invece è dannoso. Mai acriticamente, semmai inclinando lo Stagirita dove era più opportuno. L’eternità del mondo ad esempio è rifiutata, ma discernendo ciò che la ragione del Filosofo poteva dirne e non ha detto – che il mondo può, eterno, essere creato – e ciò che non poteva dire – che il mondo avesse un inizio. Tertulliano rifiutava il pensiero filosofico come pericoloso, eppure l’inizio della terminologia concettuale in teologia lo dobbiamo a lui., sempre cercando ciò che Dio in quel tempo insegna riguardo a ciò che ha rivelato una volta per sempre in Cristo. Il rapporto stesso con il mondo mostra la coesistenza, sempre, della concordia apparentemente più profonda e del conflitto più radicale, e viceversa.

Note   [ + ]

1. Nel senso che, per Freud, questa efficacia della religione è oramai terminata: cf. AV, 155-158. Le opere freudiane di riferimento, che Sambruna riprende, sul ruolo della religione della società sono “L’avvenire di un’illusione” e “Il disagio della civiltà” (del 1927 e 1929 rispettivamente, nel volume 10 delle Opere della Boringhieri).
2. Chiunque conosca questi lavori mi scuserà per la brutalità delle sintesi mal abbozzate dei lavori di questi tre pensatori.
3. In Giovanni non abbiamo un dualismo cosmologico, né mitico né antropologico. Una ispirazione del tutto diversa dunque da altre correnti filosofiche e religiose: un certo estremo ascetismo filosofico e la gnosi sopra tutti.
4. Sussiste, è vero, il sospetto che alcuni di coloro che sostengono l’attuale (unico) Papa, più che seguirlo intendono arruolarlo ad una propria agenda di “riforma”. Tuttavia moltissimi esponenti della corrente critica verso il Pontefice – chiamato spesso semplicemente “Bergoglio” in segno di mancata fiducia in lui come Papa – utilizza metodi e modi indegni eticamente e disonesti intellettualmente, che peraltro ad utilizzare gli stretti criterii di ortodossia rivendicati, difficilmente potrebbe continuare ad essere chiamata cattolica. Infatti i varii Viganò, Socci e diversi blog e scrittori potrebbero essere definiti cattolici, sì, ma cattolici adulti, nel senso prodiano del termine. Infatti selezionano dal Magistero pontificio ciò che rientra nella propria visione interpretativa dell’attuale Papa per avere ragioni per attaccarlo. Se i cattolici adulti alla Prodi selezionavano della dottrina cattolica ciò che era loro congeniale per potersi definire cattolici, i cattolici adulti di quest’area selezionano ciò che dell’insegnamento pontificio stimano contrario alla dottrina della fede cattolica – interpretata anch’essa, adultamente, con molte selezioni e silenzi – per poter attaccare il Papa e i proprii avversarii.
5. La forma viziata della schiavitù è condannata e destituita di senso, mentre essa è lasciata intatta. Obietto a me stesso che comunque l’annullamento della forma sociale della schiavitù sarebbe stata attuata e doveva esserlo. E tuttavia contro-obietto che nessun colpo di spugna legale potrà mai eliminare la schiavitù realmente senza che senza la lettera di Filemone non venga tenuta sotto braccio, attaccata al cuore, con la sua ira profetica (Fm 1, 19-20).
6. Ciò che nella forma viziosa della prostituzione è inaccettabile assolutamente è la mercificazione delle donne e degli uomini coinvolti, che la rende una forma odiosa di violenza e di schiavitù. L’idea che l’atto sessuale abbia una finalità che ridondi sulla persona – e il piacere è il primo ridondare di un atto sull’agente stesso – proprio nel contesto relazionale coniugale significa riconoscere qualcosa che stava dove l’uomo viveva la propria sessualità e che prima era semplicemente “tollerato” e/o guardato con sospetto. Questo riconoscimento sembra una liberalizzazione della morale. In realtà carica il cristiano della necessità di un discernimento serio sul proprio agire, perché ogni ambito dell’uomo vada ricondotto alla sua giusta misura e al suo giusto luogo relazionale. Infatti riconoscere un legittimo aspetto “ludico” e unitivo nell’atto sessuale significa anche che non basta la copertura legale per rendere giusto e santo il suo esercizio – neanche quella matrimoniale, se la moglie o il marito sono trattati come prostituti. L’uomo in questo caso è stato “raggiunto” lì dov’era – riconoscendo pienamente la dimensione sessuale – proprio mentre sono sradicate di legittimità tutte le pratiche viziose e criminali che lo abbruttivano. Per l’aspetto propriamente teologico e dogmatico va detto che gli spunti qui e là presenti nella tradizione al riguardo – il concetto stesso di remedium concupiscentiæ – non sono annullati, ma portati a compimento. Infatti se intendiamo la parola rimedio in senso proprio, come non può essere un rimedio alla chiusura narcisistica (la concupiscenza) l’unione tra un uomo e una donna in un contesto relazionale autentico? Manca ancora in questo discorso la questione della differenza tra i sessi. Quanto detto qui sulla schiavitù infatti non coinvolge in egual misura l’uomo e la donna, come la storia insegna.
7. Tommaso accoglie Aristotele come configurazione della ragione pensante e come pensiero separando ciò che è buono da ciò che invece è dannoso. Mai acriticamente, semmai inclinando lo Stagirita dove era più opportuno. L’eternità del mondo ad esempio è rifiutata, ma discernendo ciò che la ragione del Filosofo poteva dirne e non ha detto – che il mondo può, eterno, essere creato – e ciò che non poteva dire – che il mondo avesse un inizio. Tertulliano rifiutava il pensiero filosofico come pericoloso, eppure l’inizio della terminologia concettuale in teologia lo dobbiamo a lui.

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