Buon #Dantedí a tutti: la data è sbagliata (ma va bene uguale)

Due formule

Confrontiamo innanzitutto due diverse formule:

  • (Purg. I 19): “Lo bel pianeto che d’amar conforta
  • (Purg. XXVII 96): Venere “d’amor par sempre ardente”.

«Nella prima si legge l’iniziativa, il coraggio, la forte decisione: e sono virtù marziane, virili. Nella seconda si legge la vitalità, la generosa corrispondenza, l’affetto appassionato: e sono virtù piuttosto femminili e venusiane». Il che non vuol dire che le prime appartengano esclusivamente agli uomini e le seconde alle donne: quando un padre accarezza un figlio, nella culla, e usa con lui “l’idioma / che prima i padri e le madri trastulla”, esercita l’amore di tipo venusiano; e parimenti, quando una madre si sacrifica in tanti modi, a volte eroicamente, per il bene dei figli, esercita un amore di tipo marziano.

Lo spostamento dei troni

Anche Dante in un primo tempo cadde nell’errore di attribuire a Venere il monopolio delle influenze di amore. In un passo del Convivio (II,v,13-15) infatti, tale monopolio è attribuito alle intelligenze motrici del cielo di Venere, identificate nel coro angelico dei Troni, “li quali fanno lo movimento di quello cielo, pieno d’amore, dal quale prende la forma del detto cielo uno ardore virtuoso per lo quale le anime di qua giuso s’accendono ad amore”.

E infatti tutti i commentatori citano questo passo a proposito de “lo bel pianeto che d’amar conforta”,che secondo loro è Venere. Nessuno di loro però ricorda quello che invece è arcinoto: che nella Commedia (Par.IX,61-62; Par.XXVIII,103-105) il Poeta ha cambiato parere, attribuendo il cielo di Venere al coro dei Principati, e spostando i Troni al cielo di Saturno, facendo così suo l’ordine delle gerarchie angeliche fissato nel De Coelesti Hierarchia da Dionigi Areopagita, che, convertito da san Paolo, ebbe poi da lui, “rapito” in Paradiso (2Cor.12,2 e Inf.II,28) rivelazioni dirette riguardanti i cerchi angelici. A Dante interessa a tal punto correggere il suo errore del 5

Convivio, da costruire in Paradiso una apposita, simpatica scena: accomunando nel suo errato precedente parere sull’ordine delle gerarchie angeliche papa san Gregorio Magno, fa dire a Beatrice, che tale ordine ha appena spiegato:

“Dïonisio con tanto disio
a contemplar questi ordini si mise,
che li nomò e distinse com’io.

Ma Gregorio da lui poi si divise;
onde, sì tosto come li occhi aperse
in questo ciel, di sé medesmo rise.

E se tanto secreto ver proferse
mortale in terra, non voglio ch’ammiri:
ché chi ‘l vide qua su gliel discoperse

con altro assai del ver di questi giri”.

Par. XXVIII,130-139

Il sorriso di autocompatimento attribuito a san Gregorio è in realtà un sorriso di autocompatimento che Dante rivolge a se stesso per lo sproposito che ha scritto nel Convivio circa Venere e i Troni.

Perché Dante insiste così tanto sullo spostamento Troni-Principati? Perché cerca ripetutamente di correggere il suo errore (v. anche Par.VIII 34-37)?

Perché tale errore non era puramente tecnico, ma verteva sulla concezione stessa di amore, e sulla distinzione e complementarietà fra amore maschile marziano e amore femminile venusiano.

La conclusione è che, nel passaggio dal Convivio alla Commedia, Dante ritratta la sua teoria circa gli influssi di Venere: da una parte li ridimensiona (togliendoli ai Troni) e dall’altra li precisa come attinenti al sentimento femminile (assegnandoli ai Principati). Venere non ha più il monopolio delle influenze d’amore!

Il Dio d’amore

Se tutti i dantisti non fossero caduti nell’equivoca automatica interpretazione de “lo bel pianeto che d’amar conforta” con Venere, in fondo non sarebbe stato difficile identificarlo con Marte, perché, ad esempio, in tutta la poesia lirica, dottrinaria, realistico-giocosa del Duecento la raffigurazione del dio d’Amore (che troviamo miniata anche nei codici) non è quella di Cupido bambolotto alato e grassottello, ma quella del barone armato e corazzato che o è Marte-Intelligenza angelica del pianeta rosso, o è analogo a queste entità, collegato con esse per somiglianza e per dipendenza. E questo perché il Medio Evo cristiano non poteva accontentarsi di rappresentare l’amore, l’affetto più profondo e drammatico di cui l’uomo faccia esperienza, nel paffutello e capriccioso fanciullo saettatore di cuori.

Anche Dante prende le distanze dal mito antico di Venere e Cupido come “divinità” dell’amore:

Soleva creder lo mondo in suo periclo
che la bella Ciprigna il folle amore
raggiasse, volta nel terzo epiciclo;

per che non pur a lei faceano onore
di sacrificio e di votivo grido
le genti antiche ne l’antico errore;

ma Dïone onoravano e Cupido,
quella per madre sua, questo per figlio,
e dicean ch’el sedette in grembo a Dido.

Par.VIII 1-9

Prende le distanze dal mito, ma, come sempre nelle sue allusioni mitologiche, ciò non vuol dire che lo respinga del tutto. In questi versi sembra dire: il dio d’Amore è ben altra cosa da quel che immaginava quella gente!. Dante credeva nella proprietà del terzo cielo, quello di Venere, ma come tutte le altre influenze celesti, egli la riferisce a ben altra causa: alle intelligenze angeliche da Dio ispirate che di quel cielo sono i “movitori”, cioè, come abbiamo visto, la gerarchia dei Principati.

Questo principio, male inteso, torse
già tutto il mondo quasi, sì che Giove,
Mercurio e Marte a nominar trascorse.

Par. IV 61-63

Bene inteso” invece, quel principio, per cui gli astri esercitano una influenza sulla natura umana, esclude la riduzione del dio d’Amore al pagano Cupido, ma non per questo esclude l’idea di un dio d’Amore, che per Dante è una Intelligenza angelica di natura marziana, una delle Virtù che muovono il cielo di Marte.

È Dante stesso che ci presenta il dio d’Amore con forme decisamente marziane nei primi tre capitoli della Vita Nuova.

Questo dio-intelligenza angelica – racconta il Poeta – entrò nella sua vita a nove anni, il primo maggio 1274, quando egli vide per la prima volta “la gloriosa donna de la mia mente, la quale fu chiamata da molti Beatrice li quali non sapeano che si chiamare”, e si manifestò con un pauroso tremito che “apparìa ne li menimi polsi orribilmente”. Egli lo riconosce dicendo in solenne latino: “Ecce deus fortior me, qui veniens dominabitur mihi (Ecco un dio più forte di me, che arrivando mi dominerà).

E precisamente nove anni dopo, il primo maggio 1283, a 18 anni, quando Beatrice lo “salutoe molto virtuosamentetanto che gli parve allora vedere tutti li termini de la beatitudine”, la successiva “maravigliosa visione” del dio d’amore è una estremamente marziana “nebula di colore di fuoco, dentro a la quale io discernea un figura d’un signore di pauroso aspetto a chi la guardasse” ma “con tanta letizia, quanto a sé”; il quale signore, che gli dice: “Ego dominus tuus”, porta nelle braccia “la donna de la salute” avvolta in un “drappo sanguigno”, la costringe a mangiare il cuore del Poeta, “che in mano li ardea”; e scompare poi portandola al cielo in un drammatico preannuncio di amore e morte, di tragedia e di soprannaturale Speranza.

“Siffatta rappresentazione di Amore – scrive Pecoraro – non soltanto appare (per il ripetuto colore di fondo, per il contenuto e il significato) attinente a gli influssi severi del rosso pianeta Marte, ma anche contiene una valutazione positiva e favorevole sul significato e risultato ultimo di tali influssi.

Questa valutazione positiva sta nella interiore letizia del dio e nel fatto che la visione non si chiude su un fato di morte, ma su una promessa di cielo: ed è una valutazione specificamente dantesca”. Con tale valutazione Dante, tra l’altro, intesse contro quello che fu il “primo de li suoi amici”, Guido Cavalcanti, una segreta perenne polemica, che verte proprio sulla natura di Amore come ispirato dall’influenza di Marte.

Dante contro Guido Cavalcanti

4- Non possiamo indugiare su questo affascinante e drammatico argomento (agli interessati segnalo su Radio Maria due puntate della mia trasmissione “Dante, stelle e misteri” dell’11 marzo e 8 aprile 2018 – qui sotto fra i paragrafi). Basterà qui, ai fini della identificazione de “lo bel pianeto che d’amar conforta”, considerare con particolare attenzione il passo, diciamo così, marziano, della cavalcantiana canzone dottrinaria Donna me prega (vv. 2-3, 15-20): 

«un accidente, che sovente è fero,
ed è sì altero, ch’è chiamato amore (…)
In quella parte dove sta memora
prende suo stato, sì formato, come
diaffan da lume, d’una scuritate
la qual da Marte vene, e fa demora».

Guido Cavalcanti afferma che il sentimento di amore, “fero” e “altero”, prende esistenza e sede in quella parte dell’uomo in cui si trova la memoria, cioè nell’anima sensitiva, dove è posto in atto da una “scuritate”, una vera e propria pulsione malefica, irradiata da Marte. Guido fu averroista e, se non cataro, almeno appartenente a una famiglia di catari: e a ciò corrispondono tali sue pessimistiche affermazioni sulla natura di Amore.

Guido Cavalcanti contro Matelda (parte I)

L’averroismo attribuiva immortalità ed eternità all’Intelletto possibile unico, separato dalla persona umana, nella quale egli “abita” solo provvisoriamente, capace di fredde operazioni intellettuali ma non di affetti; e conseguentemente attribuiva il sentimento di amore all’anima sensitiva umana, riducendolo così ad un appetito fisico, per non dire animalesco.

Guido Cavalcanti contro Matelda (parte II)

Al malefico Marte cavalcantiano e averroista Dante contrappone “lo bel pianeto che d’amar conforta”: un Marte benefico, cattolico, che opera con intenti benevoli e risultati favorevoli, ispirando virile fermezza, eroismo combattente, irremovibile determinazione.

Il Novenne

5– “La prova più evidente – conclude Pecoraro – di questo preponderante influsso marziano, che Dante attribuisce a se stesso, è nella profezia di Cacciaguida” riguardo all’esilio del Poeta ( Par. XVII 55-60 e 70-81).

Tu lascerai ogni cosa diletta
più caramente; e questo è quello strale
che l’arco dello essilio pria saetta.

Tu proverai sì come sa di sale
lo pane altrui e come è duro calle
lo scendere e ‘l salir per l’altrui scale.

Lo primo tuo refugio e ‘l primo ostello
sarà la cortesia del gran Lombardo
che ‘n su la scala porta il santo uccello.

Con lui vedrai colui che impresso fue, 
nascendo, sì da questa stella forte,
che notabili fien l’opere sue.

Non se ne son le genti ancora accorte
per la novella età, ché pur nove anni
son queste rote intorno di lui torte.

Tutti i commentatori affermano che questo Novenne è Cangrande della Scala, signore di Verona, trovandosi poi costretti a identificare il “gran Lombardo” del v. 71 in suo fratello Bartolomeo della Scala, che di “grande” però non fece proprio nulla.

Il “primo rifugio” a Verona lo offrì invece appunto il “gran Lombardo”, cioè Can-grande, il quale quindi non è il Novenne del v. 80.

“Che Cangrande avesse nove anni nel 1300 è stato semplicemente dedotto dal v. 80, tautologicamente. In realtà, Cangrande nacque nell’aprile 1289 e quindi nel 1300 era undicenne.

Il novenne di Par. XVII, 76-81, è Dante stesso.

Per rendersi conto di ciò bisogna anzitutto badare al senso esatto delle parole di Cacciaguida: “pur nove anni / son queste rote intorno di lui torte”. Il dimostrativo queste fa intendere che trattasi delle rote, cioè delle rivoluzioni, del pianeta (Marte) in cui si trova la persona che sta parlando (Cacciaguida); e dunque i nove anni sono nove anni di Marte”. E poiché un anno di Marte (una “rivoluzione”, cioè un intero giro intorno alla Terra) ha la durata di 687 giorni, nove anni di Marte equivalgono a 6183 giorni terrestri.

“Orbene, 6183 giorni sono precisamente ed esattamente quelli trascorsi dalla sera del primo maggio 1283 alla sera del 4 aprile 1300, cioè dalla maravigliosa visione che Dante ebbe dei destini drammatici e ultraterreni del suo amore, al momento decisivo in cui egli si ritrova nella selva oscura e inizia l’iter di redenzione.

Che il Poeta-Viatore si presenti come novenne, cioè come “nato” il primo maggio 1283 non fa difficoltà: egli è “nato” in quel giorno, perché in quel giorno (Vita Nuova III) per la prima volta ottiene il saluto di Beatrice, e in quella sera gli è rivelato che Beatrice accetta il suo cuore per una vita che non sarà di questo mondo: sicché in quel giorno è veramente cominciata per Dante la sua “vita nuova”! 

In quanto poi al dantesco attribuirsi di essere stato “impresso… nascendo…da questa stella forte” (Marte,v.76-77, sopra citati), basti ricordare che, durante la gestazione del nascituro poeta, una cometa, diretta verso Marte e quindi ritenuta di genere “marziano”, attraversò il segno dei Gemelli (il segno di Dante) e “impresse” così a quel segno, a cui il Poeta attribuisce tanto significato, una particolare valenza marziana, attuatasi proprio nei giorni in cui si componeva il suo corpo nel grembo materno: quel “nascendo” del v.77 ha senso durativo. Il quale senso durativo vale anche riferendosi al movimento del pianeta Marte stesso, che occupò, in quel medesimo periodo, per due volte il segno dei Gemelli: eccezionale pluralità di interventi, per un risultato eccezionale.

«Lo bel pianeto che d’amar conforta»

Lo bel pianeto che d’amar conforta”, che ci permette di datare al 5 aprile 1300 l’inizio del viaggio dantesco, è dunque per Dante Marte, con la sua relativa Intelligenza angelica, perché la bellezza e la drammaticità dell’autentico amore è per lui legata al coefficiente “marziano” di questo: non per nulla eroismo è vicino a eros.

“E così Dante – conclude Pecoraro – mentre esprime in termini medievali, con Venere e Marte, il contrasto che Freud e Adler hanno per i loro lettori moderni rappresentato, e degradato, come fra libido e aggressività, supera e risolve il contrasto medesimo in una sintesi davvero superiore, dove lo spirito combattente è motivato da una scelta di amore, e dove l’amore per essere vero si traduce in offerta di sé fino all’estremo sacrificio”.

È qui il retroterra spirituale ove si colloca l’attribuzione dantesca di amore alto e forte a influssi marziani: un ideale di amore nel quale si privilegia non la gratificazione ma il sacrificio, non le dolcezze ma la fedeltà, non il rifiuto del dramma ma il farsi attivo e cosciente protagonista di esso.

25 marzo: la speranza di Dante fondata sull’Incarnazione

Va bene lo stesso perché il 25 marzo era una data importante per Dante. I cristiani in questo giorno fanno memoria dell’Annunciazione del Signore, cioè del concepimento verginale di Gesù nel grembo di Maria. Dante parla sempre solennemente dell’Incarnazione, cuore della Commedia perché cuore del Cristianesimo, realizzata da Dio “per l’una” e “per l’altra” delle sue vie, cioè attraverso la misericordia e la giustizia:

Né tra l’ultima notte e ‘l primo die
sì alto o sì magnifico processo,
o per l’una o per l’altra, fu o fie:

ché più largo fu Dio a dar sé stesso
per far l’uom sufficiente a rilevarsi,
che s’elli avesse sol da sé dimesso;

e tutti li altri modi erano scarsi
a la giustizia, se ‘l Figliuol di Dio
non fosse umilïato ad incarnarsi.

Par. VII 112-120

Dante, cattolico, sa bene che il Figlio di Dio si è incarnato per ricreare quella comunione d’amore tra l’umano e il divino che il peccato originale aveva interrotto: “Cristo è la testa del corpo, cioè della Chiesa: il Padre si compiacque attraverso lui, che ha ristabilito la pace per virtù del sangue della sua croce, di riconciliare con sé tutto ciò che esiste sulla terra e nei cieli” (Col. 1, 18-20).

Su tale certezza Dante fonda la sua Speranza, virtù di cui si presenta come campione assoluto. In Paradiso mentre sta per rispondere a san Giacomo, che gli ha chiesto di chiarire che cos’è la Speranza e se egli possieda questa virtù, Dante è inaspettatamente anticipato da Beatrice, che si rivolge all’apostolo e afferma:

La Chiesa militante alcun figliuolo
non ha con più speranza, com’è scritto
nel Sol che raggia tutto nostro stuolo:

però li è conceduto che d’Egitto
vegna in Ierusalemme per vedere,
anzi che ‘l militar li sia prescritto”.

Par. XXV,52-57

Dante fa qui un’affermazione veramente forte, impegnativa: ritiene di essere il cristiano che nel mondo dei suoi tempi ha più speranza di tutti e di aver meritato per questo da Dio la grazia del suo viaggio ultraterreno e della sua missione di poeta-profeta.

Perché tale primato? Perché questa grazia?

Dante non può avere “più speranza” degli altri nel senso di essere migliore di loro, ma nel senso che tale speranza si estende a molto di più che a una salvazione personale, in cui i problemi, gli affetti e le speranze della vita terrena sono tutt’al più uno scialbo ricordo: si estende alla salvazione, sul piano dell’eternità, di tutto quel che di valido, di realmente buono, vero, bello, l’umanità abbia amato e costruito nella vita terrena; cioè si estende all’intera storia umana.

Dante ha “più speranza” di tutti perché ogni avvenimento o affetto o scienza o struttura, ogni cosa che sia degna di essere apprezzata o rimpianta, è vista da lui come passibile di un eterno riscatto e di un’eterna riconquista grazie all’unione del Corpo (mistico!) con il Capo, Gesù Cristo, che, “facendosi carne, e restando presente attraverso la carne, cioè l’umanità reale di persone concrete, può abbracciare ogni situazione umana, entrare in ogni disagio, in ogni ferita, in ogni attesa del cuore” (J. Carron):

… l’umana specie inferma giacque
giù per secoli molti in grande errore,
fin ch’al Verbo di Dio discender piacque

u’ la natura, che dal suo fattore 
s’era allungata, unì a sé in persona
con l’atto sol del suo etterno amore.

Par. VII 28-33

Santa Maria del Fiore: il mistero della Vergine incinta1La cattedrale dell’Annunciazione (25 marzo)

Nel ventre tuo si raccese l’Amore,
per lo cui caldo ne l’etterna pace
così è germinato questo fiore.

Sono i versi 7-9 della preghiera che san Bernardo di Chiaravalle, all’inizio del canto XXXIII del Paradiso, rivolge alla Vergine. Il “fiore” è la “candida rosa”,”la forma general di Paradiso”: un’immensa rosa bianca formata dai beati stessi, come petali, nelle loro bianche vesti; “Nel ventre tuo si raccese l’Amore” si riferisce al primissimo istante in cui nel grembo di Maria, un 25 marzo, Gesù fu concepito di Spirito Santo e dunque si riferisce al primissimo, preciso istante dell’Incarnazione.

Questa immagine del “fiore” ha attirato l’attenzione di uno dei più grandi storici dell’arte contemporanei, lo statunitense Irving Lavin, che ne ha fatto la chiave interpretativa di un suo studio sul Duomo di Firenze, Santa Maria del Fiore.

Sono tante e tali le analogie che egli ha rilevato tra l’idea dantesca del Fiore empireo, la Rosa dei Beati, sviluppatasi dal Fiore-Gesù sbocciato nel grembo di Maria, passando per l’origine e lo sviluppo di Fiorenza, la Città del Fiore, che alla fine del suo saggio, La cristologia di Santa Maria del Fiore, Irving Lavin avanza l’ipotesi che Dante “nella sua veste di cittadino politicamente attivo e influente proprio nel periodo in cui i Fiorentini decisero di costruire la loro cattedrale, può bene aver avuto un ruolo nella sua concettualizzazione”. E a sostegno della sua ipotesi lo scrittore statunitense cita la testimonianza di un altro studioso, Domenico Cardini, il quale nel volume da lui curato, Il bel San Giovanni e Santa Maria del Fiore, rileva che Dante era un membro del Consiglio (comunale) dei Cento quando Arnolfo di Cambio, l’8 settembre 1294, fu incaricato dal Comune di Firenze del progetto di costruire il nuovo Duomo della città.

Insomma questi due autori affermano che molto probabilmente fu Dante a suggerire per la nuova cattedrale il nome di Santa Maria del Fiore con “un misterioso gioco di parole” – dice Irving Lavin -perché con il termine “Fiore” si allude contemporaneamente:

  1. a Maria, che ha il simbolo della sua purezza nel giglio, sempre presente nelle rappresentazioni  pittoriche dell’Annunciazione;
  2. a Firenze, che ha come stemma araldico proprio il giglio: è Fiorenza, la Città del Fiore;
  3. a Cristo, che viene da sempre identificato nel “fiore” della profezia di Isaia (11,1): dalla stirpe di David (il tronco di Jesse) spunterà un virgulto (Maria), dal quale sboccerà un fiore (Gesù).

Sant’Ambrogio riferisce l’altro versetto di Isaia (45,8), Si apra la terra e germogli il salvatore, al seno di Maria in questi termini: “Nel grembo della Vergine germinava la grazia del giglio”: potrebbe essere stata la fonte dell’ispirazione di Dante! 

È un mistero intrigante: il giglio collega strettamente Maria e suo Figlio a Firenze perché questo fiore era tradizionalmente associato all’Annunciazione, al 25 marzo, che è il giorno del concepimento verginale di Gesù, ma è anche il giorno della festa cittadina e il capodanno del calendario fiorentino, che cominciava appunto “ab incarnatione Domini” il 25 marzo.

E quindi Dante sarebbe all’origine non solo del nome, Santa Maria del Fiore, ma anche dell’ideologia spirituale, dei significati simbolici del modulo architettonico della Cattedrale di Firenze.

Santa Maria del Fiore presenta – secondo Lavin – alcune strane anomalie. La prima è la scelta dei materiali: infatti mentre l’esterno è tutto impreziosito, “incrostato” dice G.Villani, di marmi lavorati, policromi, cornici, colonne, statue, fogliami, pilastri, l’interno è disadorno, segnato dall’uso abbondante della pietra forte, la più comune delle pietre da costruzione fiorentine. Il contrasto potrebbe difficilmente risultare più assoluto se lo si paragona con le sontuose policromie esterne ed interne delle cattedrali di Pisa e Siena, soprattutto se si considera che i fiorentini intendevano superare con la loro cattedrale quelle dei rivali toscani affinché la loro chiesa potesse essere la più “bella e onorata di ogni altra in Toscana”.

Inoltre tale voluta anomalia è amplificata dal fatto che mentre all’esterno del Duomo la decorazione scultorea celebra Maria, all’interno, in una chiesa eretta “in onore e riverenza” di lei, la Vergine sembra stranamente dimenticata e il tema della decorazione divenne sempre più con il passare del tempo cristocentrico.

Quale il significato di tali stranezze, si chiede Irving Lavin?

La risposta da lui data è tanto suggestiva quanto esplicativa: la Cattedrale stessa è immagine di Maria. È una sposa adorna per lo sposo: il ricco rivestimento marmoreo esterno allude all’abito della sposa e la spoglia semplicità dell’interno richiama l’immagine del grembo della Vergine in cui fu concepito il Fiore, Gesù. Il Duomo celebra così il mistero della Vergine incinta, immagine della Chiesa, realtà umana che porta nel suo seno Gesù.

Così conclude il suo saggio Irving Lavin: È davvero allettante pensare la Cattedrale di Firenze, con il grande spazio a cupola della sua crociera inteso come contenitore uterino per il sacrificio di Cristo sull’altare, come una metafora dell’Incarnazione, festa durante la quale fu consacrata il 25 marzo 1436 e che segnava l’inizio dell’anno fiorentino. Il Duomo racchiude dunque l’intero processo di salvazione in una forma architettonica: l’esterno risplendente dedicato alla Vergine e ornato per celebrare il matrimonio di Cristo con la sua Chiesa, l’interno cupo che ospita Cristo nella sua forma sacramentale. Santa Maria del Fiore può essere pensata come un colossale reliquiario vivente: il contenitore – la sposa vergine e madre di Gesù; – il contenuto – il Salvatore del genere umano”.

Il 25 marzo può dunque andar bene per il “Dantedì, perché attraverso la Commedia e attraverso santa Maria del Fiore, nel momento storico in cui nel mondo occidentale risorgeva la presunzione di autosufficienza dell’uomo-solo senza Dio, Dante ribadisce con forza di poeta-profeta che soltanto dalla comunione con quel “Fiore-Gesù”, soltanto intorno alle “Santa Maria del Fiore” sparse per il mondo, possono nascere le “Fiore-nze”, le famiglie, le città, le nazioni “del Fiore-Giglio”, che confluiscono e confluiranno tutte, alla fine dei tempi, nella “Candida Rosa”, nel “Fiore” eterno, nella Gerusalemme celeste.

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1 La cattedrale dell’Annunciazione (25 marzo

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