Buon #Dantedí a tutti: la data è sbagliata (ma va bene uguale)

La Commedia: poema di Dio perché poema dell’io

Lo dimostra il fatto che dopo la folgorante intuizione del mistero dell’Incarnazione, che dovrebbe costituire il culmine e quindi la conclusione del suo viaggio, Dante aggiunge invece ancora qualcosa:

A l’alta fantasia qui mancò possa;
ma già volgeva il mio disio e ‘l velle,
sì come rota ch’igualmente è mossa,

l’amor che move il sole e l’altre stelle.

Par. XXXIII 142-145

Per intendere appieno questi ultimi decisivi versi bisogna ricordare che “l’amor che move il sole e l’altre stelle” non è immediatamente quello di Dio che muove l’universo, ma quello degli angeli-motori che, con amore e per amore di Dio muovono le sfere celesti del “sole” e dell’”altre stelle” (cfr. Par. I 76-77: … la rota che tu sempiterni / desiderato, con la stessa immagine della “rota”). Il tutto nel quadro della provvidenza astrale con cui Dio fa piovere doni e influenze benefiche sulla terra:

Ecco le schiere
del trïunfo di Cristo e tutto ‘l frutto
ricolto del girar di queste spere!

Par. XXIII 19-21

esclama Beatrice, mostrando a Dante le schiere di tutti i beati, salvati da Cristo anche grazie alle buone disposizioni seminate negli animi degli uomini dalle intelligenze angeliche che muovono le “spere, i nove cieli dell’universo dantesco.

E veniamo alla conclusione di Dante. “A l’alta fantasia qui mancò possa “: alla sua “fantasia” venne meno la capacità di andare oltre, la visione era conclusa. “Ma già”, ma ormai – sembra dire il Poeta – la meta era raggiunta. Si ritrova cambiato, fa una nuova esperienza di libertà: lo stesso amore che fa volgere gli astri intorno a Dio, muoveva il suo desiderio e la sua volontà come una “rota”, una sfera celeste, è mossa dalle intelligenze angeliche con moto uniforme, senza alterazioni.

Desiderio e volontà ora vanno insieme: Dante, grazie alla visione del mistero dell’Incarnazione, fa esperienza dell’unità di se stesso, si trova, si ritrova, può tornare a dire “io”, perché “l’io è il crocevia tra il rapporto con il Mistero e il rapporto col niente” (L.Giussani).

Èla dinamica dell’incontro con Cristo, sempre, in ogni epoca. Cinque secoli dopo, l’esito dell’iter dantesco è identico a quello del manzoniano Innominato, letteralmente “l’uomo senza nome”, senza identità, il quale, davanti alle braccia stese del cardinale Federigo, 19

ha finalmente l’umiltà di chi si riconosce non autosufficiente e “dopo aver tentato di sottrarsi, e resistito un momento, cedette, come vinto da quell’impeto di carità, abbracciò anche lui il cardinale, e abbandonò sull’omero di lui il suo voltotremante e mutato. L’Innominato, sciogliendosi da quell’abbraccio, si coprì di nuovo gli occhi con una mano, e, alzando insieme la faccia, esclamò:’Dio veramente grande! Dio veramente buono! io mi conosco ora, comprendo chi sono; le mie iniquità mi stanno davanti; ho ribrezzo di me stesso; eppure…! eppure provo un refrigerio, una gioia, sì una gioia, quale non ho provata mai in tutta questa mia orribile vita!”.

L’Innominato ha trovato un nome, può tornare a dire “io” e fa esperienza di quella gioia che aveva ostinatamente cercata, anche lui, “per via non vera, imagini di ben seguendo false, che nulla promission rendono intera” (Purg. XXX 130-132).

Nella “notte dell’Innominato”, così simile alla “selva oscura” di Dante, Cristo si rivela attraverso gl’incontri, imprevisti e sorprendenti, con l’umile Lucia-luce; con il gioioso e premuroso popolo cristiano che s’incammina, all’alba, accompagnato dallo “scampanare a festa lontano”, per incontrare il cardinale; con il cardinale stesso, magnanimo e paterno. Tutte persone concrete che diventano altrettanti “segni”, in cui la presenza di Dio è certezza.

Il cammino (interrotto!) del gran veglio

Dopo l’ultima, decisiva visione “Dante – dice Valeria Capelli – è pronto per fare al mondo quel grande annuncio della verità dell’uomo e della storia a cui darà il nome di Commedia”, innalzando la sua vicenda personale a un significato universale, proponendo il “cammino” del suo “io” come paradigmatico di quello di ogni uomo alla ricerca del significato e della realizzazione di sé.

Dante che “mette tutto ‘l suo viso”, si specchia nel secondo cerchio trinitario, quello umano-divino di Cristo, compie il “cammino” interrotto, altrettanto universalmente paradigmatico, di un personaggio-simbolo creato dalla sua straordinaria fantasia di poeta-profeta: il Gran Veglio di Inf. XIV.

Nel cerchio dei violenti, per spiegare a Dante la “notabile” presenza di un fiume rosso, formato da acqua e sangue bollente, Virgilio comincia stranamente a parlare dell’isola di Creta:

“In mezzo mar siede un paese guasto”,
diss’elli allora, “che s’appella Creta,
sotto ‘l cui rege fu già ‘l mondo casto.

Una montagna v’è che già fu lieta
d’acqua e di fronde, che si chiamò Ida;
or è diserta come cosa vieta.

Dentro dal monte sta dritto un gran veglio,
che tien volte le spalle inver’ Dammiata
e Roma guarda come süo speglio.

La sua testa è di fin oro formata,
e puro argento son le braccia e ‘l petto,
poi è di rame infino a la forcata;

da indi in giuso è tutto ferro eletto,
salvo che ‘l destro piede è terracotta;
e sta ‘n su quel, più che ‘n su l’altro, eretto.

Ciascuna parte, fuor che l’oro, è rotta
d’una fessura che lagrime goccia,
le quali, accolte, fóran quella grotta.

Lor corso in questa valle si diroccia;
fanno Acheronte, Stige e Flegetonta;
poi sen van giù per questa stretta doccia,

infin, là dove più non si dismonta,
fanno Cocito”.

Inf. XIV 94-119

Chi è il Gran Veglio? È il simbolo dell’intera umanità e della sua storia; è l’Uomo, decaduto dopo il peccato originale, orrendamente ferito, grondante sangue e lacrime, che doveva andare, per riscattarsi e redimersi, dall’Egitto a Roma, dalla schiavitù alla libertà.

Il suo è il viaggio dell’avventura umana a cui tutti sono chiamati: da (A)damiata, la città di Adamo, dell’uomo naturale, a Roma, la città simbolo dell’incontro tra l’umano e il divino, “l’alma Roma” con il “suo impero”

la quale e ‘l quale, a voler dir lo vero,
fu stabilita per lo loco santo
u’ siede il successor del maggior Piero.

Inf. II 22-24

Il Gran Veglio però si è fermato a Creta, “nel mezzo del cammin”; ha smesso di camminare, si è appoggiato, in posizione di riposo, sul piede destro, che è affondato nella … creta ed è diventato di terracotta: il Grande-Uomo-Vecchio si è appoggiato alle sole forze umane, naturali, ha rifiutato l’umile apertura al Mistero, come l’Ulisse dantesco suo alter-ego, e il suo viaggio è fallito, si è bloccato. Guarda solo da molto lontano, “come süo speglio”, “quella Roma onde Cristo è romano” (Purg. XXXII 102): lo specchio “in cui riconoscersi e trovare la propria misura”, commenta la Chiavacci Leonardi.

E intanto sul suo corpo scorrono le lacrime e il sangue che, da Caino in poi, hanno fatto seguito alla prima ribellione contro Dio; si raccolgono ai suoi piedi e forano il terreno, formando un fiume sotterraneo che precipita nell’imbuto infernale fino al centro della terra, davanti a Lucifero, a cui riconducono così le tragiche conseguenze del peccato da lui ispirato.

Le stelle di Dante

È questa la vera conclusione della Commedia, poema di Dio perché poema dell’”io” umano in cerca di sé: solo specchiandosi nel volto di Cristo, ogni uomo “può riconoscersi, trovare la propria misura” e la risposta al suo desiderio di una vita piena e felice.

Ed è una conclusione già tutta racchiusa nella parola … conclusiva delle tre cantiche: stelle.

  1. E quindi uscimmo a riveder le stelle. (Inf. XXXIV 139)
  2. puro e disposto a salire a le stelle (Purg. XXXIII 145)
  3. l’amor che move il sole e l’altre stelle (Par. XXXIII 145)

Sembra quasi una firma. Una parola in cui Dante ha voluto racchiudere tutto se stesso, la verità e l’esperienza, riconquistate alla fine del suo viaggio: l’uomo è un essere finito, la cui vocazione, per realizzare se stesso, è quella di aprirsi e affidarsi , in un rapporto d’amore, al Mistero infinito che fa tutte le cose, capace di rispondere al suo desiderio (de-sideris: dalle stelle!) di senso e di felicità.

Nella grande arte il cielo stellato, con la sua vastità e bellezza, rimanda sempre allo stesso tema di fondo: “che il cuore dell’uomo, l’avventura umana di ciascuno, ha a che fare col destino, con l’Essere, col Mistero che regge l’universo intero” (F.Nembrini):

(…) E quando miro in cielo arder le stelle;
dico fra me pensando:
a che tante facelle?
che fa l’aria infinita, e quel profondo
infinito seren? che vuol dir questa
solitudine immensa? ed io che sono?

Leopardi, Canto notturno di un pastore errante dell’Asia

Commenta l’astrofisico Marco Bersanelli: “Per Leopardi, che a quindici anni aveva scritto un intero trattato di storia dell’astronomia, il cosmo era il contesto nel quale si rispecchiava la domanda ultima dell’uomo, la sua esigenza di un significato esauriente per sé e per la realtà tutta”.

Van Gogh, Notte stellata sul Rodano

Come in Dante, come in Vincent Van Gogh. Ecco come il grande artista olandese parla del cielo stellato in una lettera del 1888 al fratello Theo:

“La speranza è nelle stelle. Credo che sia vero, e detto bene, e bellissimo, sono pronto a crederlo io stesso. (…) Ma non dimentichiamo che anche la Terra è un pianeta, e quindi una stella o un corpo celeste…”. E in un’altra lettera confidò al fratello che era spinto a quelle opere notturne da “un bisogno tremendo di – userò la parola – di religiosità, per questo alla sera vado fuori e dipingo le stelle”.

Van Gogh, Notte stellata

E la stessa domanda, di fronte al cielo stellato, la ritroviamo, secoli prima, nella Bibbia, nel salmo 8, dove la precarietà dell’uomo è riscattata dal suo essere creato “a immagine e somiglianza di Dio”:

O Signore, nostro Dio, […]
se guardo il tuo cielo, opera delle tue dita,
la luna e le stelle che tu hai fissate,
che cosa è l’uomo perché te ne ricordi
e il figlio dell’uomo perché te ne curi?

Eppure l’hai fatto poco meno degli angeli,
di gloria e di onore lo hai coronato:
gli hai dato potere sulle opere delle tue mani,
tutto hai posto sotto i suoi piedi.

Festeggiamo allora, con convinzione, il “Dantedì” il 25 marzo, il giorno dell’Annunciazione a Maria e dell’Incarnazione del Figlio di Dio: tutta la Commedia è sospesa all’istante dell’intuizione di questo mistero, di Cristo, del legame tra l’umano e il divino, che Dante racchiude nella sua parola conclusiva: stelle.

Raccogliamo l’invito di Dante stesso:

Guardando nel suo Figlio con l’Amore
che l’uno e l’altro etternalmente spira,
lo primo e ineffabile Valore

quanto per mente e per loco si gira
con tant’ordine fé, ch’esser non puote
sanza gustar di lui chi ciò rimira.

Leva, dunque, lettore, a l’alte rote
meco la vista (…)

Or ti riman, lettor sovra ‘l tuo banco,
dietro pensando a ciò che si preliba,
s’esser vuoi lieto assai prima che stanco.

Par. X 1-8; 22-24

Andiamo a cercare “nell’animo di Dante e nel suo messaggio spirituale e poetico – esorta Paolo Pecoraro – le cause che lo trassero a illuminare i suoi versi con sì frequente scintillio di stelle, con esse quasi iniziando le cantiche e letteralmente terminandole, con esse segnando i tempi della sua purificazione e scandendo i gradi della sua conquista.

Il punto è che la cultura medievale, e Dante che ne è la voce profetica, non sentono l’uomo come solo nell’Universo; e non sentono sola nell’Universo la Terra. La loro visione del mondo è cosmicamente unitaria, e in senso conoscitivo e in senso pratico. Essi sanno, cioè, che la natura è “sacramentale”: che racchiude ed esprime per simboli, anagogicamente, un’immensa profusione di verità divine e di spirituali impulsioni, offerte così a chi abbia mente e cuore per recepirle; e sanno, che quel che avviene in Terra non è indifferente ai cieli, e quel che operano i cieli non è senza effetto in Terra: i cieli astrali, non il solo cielo divino, o Empireo; innanzi al quale poi tutte le cose, e gli uomini e gli Angeli e i cieli astrali stessi, si muovono e procedono verso una universale unitaria operazione provvidenziale di vita” (Paolo Pecoraro – Le stelle di Dante).

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