“Teologia”… è una parola! Un decalogo per l’aspirante teologo

di don Samuele Pinna

Se nel nostro tempo calciatori, comici e cantanti sono chiamati a parlare nelle Università, che sovente non disdegnano di attribuire loro una laurea honoris causa, non dovrebbe far stupire più di tanto quando ai nostri giorni si affibbia il titolo di “teologo” a chi proprio non compete, benché faccia tutto il possibile per apparire tale. Giacomo Biffi, che non è stato solo un illuminato pastore ma pure un grande teologo, l’aveva capito molti anni fa rifiutando di farsi annoverare nella repubblica dei teologi e Benedetto XVI, allora in Congregazione (lui sì teologo di razza, pro bono pacis dei detrattori), aveva dovuto pubblicare un’Istruzione sulla vocazione ecclesiale del teologo. Se ciò non fa notizia o meraviglia (in un tempo in cui lo stupore si è eclissato per il sensazionale) non dovrebbe lasciare comunque tranquilla la cattolicità. Quello del teologo è, infatti, un servizio necessario alla Chiesa. Un servizio, appunto, e per la Chiesa. Il teologo non può essere un libero battitore che in totale solitudine propone riflessioni sulla fede. In altre parole, il libero pensatore non è teologo, è (cosa in sé né giusta né sbagliata) un libero pensatore. Chi è allora il teologo? Perché a molti personaggi che girano un po’ dappertutto, spargendo le tesi più svariate e avariate, è attribuito questo titolo? Nella bella confusione di oggi, la risposta è dolorosamente semplice: non si conosce più il significato delle parole che si usano e, avendo eclissato la differenza tra vero e falso, ognuno dà il senso che gli piace, lo aggrada o lo conquista di più.

Il teologo è a servizio della Chiesa, si diceva, e non può che essere altrimenti. Il suo investigare intorno alla fede ha come fine quello di illuminare proprio il Credo che professa il popolo di Dio. Sarà suo compito allora portare “nuove” spiegazioni di verità “eterne” per renderle più fruibili al suo tempo o perché proprio nel suo tempo alcune questioni si sono originate. Sarà in seguito la Chiesa, mater et magistra, a valutare la bontà o meno di tali approfondimenti. Il teologo produce, poi, la teologia, disciplina antica e nobilissima, che affonda le sue radici nella Scrittura, è alimentata dalla Tradizione e prosegue il suo cammino nella storia avendo ben chiaro il fine ultimo d’ogni cosa. La teologia, nel lavoro del teologo, può essere suddivisa in gradi diversi, benché questi siano inscindibili; per citare un grande filosofo del secolo scorso, bisogna distinguere ma nell’unità.

Il grado basilare è quello della sapienza di ragione: è l’uso coretto della nostra intelligenza creata che, per funzionare al meglio, deve seguire un metodo e applicare le sue funzioni. Non siamo ancora propriamente nella disciplina teologica, ma la teologia non può sussistere senza questo primo elemento che è l’uso di ragione: non c’è teologia senza intelligenza.

Un secondo grado è la sapienza della fede. L’intelligenza indaga il mistero divino e trova in Gesù Cristo l’oggetto e il soggetto della teologia. In altri termini, la teologia ha come suo oggetto la res della Parola di Dio che, consumandosi in Cristo, permette di dire il sapere che ha come “oggetto ultimo” Gesù Cristo stesso. La fede, nell’esercizio della fides qua (l’atto di fede) e della fides quæ (il contenuto della fede), è il luogo dove la teologia trova la sua probabilità e la sua consistenza. La teologia non si ferma – per così dire – alla soglia di Dio, ma entra nel mistero poiché si lascia condurre con l’accoglienza e la disponibilità della fede: la teologia è l’emergenza del mistero. Ecco il campo della teologia: è l’iniziativa di Dio che apre il proprio mistero convitando il credente. L’autorità della teologia, anche nel suo progresso (ossia nel suo approfondire la comprensione della Rivelazione), si costituisce a partire dalla sua logica interna, dove il ragionamento, espresso mediante formule analogiche, si muove da un mistero soprannaturale a un altro. La sua autorità deriva allora dalla profondità delle sue esplicitazioni insieme alla loro intrinseca esattezza dovuta al rigore del loro concatenamento. Tuttavia,

per la grande sproporzione che vi è tra la miseria del suo essere e la nobiltà della sua vocazione, il teologo isolato è costretto a dubitare di se stesso. Qui non si tratta di una questione di essenza, ma di esistenza: non è in discussione la teologia, ma il teologo.

Ch. Journet

Quest’ultimo, del resto, non ha il compito di coniare nuovi dogmi o di mutare le verità di fede, ma qualcosa di più avvincente. Il teologo deve interpretare ogni piccolo dettato del sacro deposito alla luce di tutta la Rivelazione: non può, nel fare questo, considerare solo il primo, l’ultimo o il penultimo Concilio o quello che dice quel tale o quel talaltro studioso. Deve, invece – per quanto ne è capace –, penetrare il mistero stesso della Trinità, operazione questa tra le più suggestive e incantevoli.

Infine, un ultimo grado della teologia è la sapienza mistica, che san Tommaso d’Aquino (il più grande teologo nella storia della Chiesa, anche qui con pro bono pacis dei novatori di verità) pone a principio di tutto: essa

una conoscenza per connaturalità, è un’esperienza soprannaturale infusa; nessun sforzo umano, nessun ragionamento umano possono ottenerla; non è la contemplazione intellettuale dei filosofi, che lascia separati l’oggetto e il soggetto, ma è una contemplazione di amore, di unione sperimentale, che va oltre la pura fede, perché coinvolge i doni dello Spirito Santo.

P. Viotto

Come capire, dunque, chi è davvero teologo? Ecco un “decalogo”, tra molti possibili.

  1. Il teologo mediante l’intelligenza approfondisce la fede, non la cambia, è a servizio della Chiesa e si sottomette alle sue direttive (perché sa che sono vere).
  2. Il teologo non inventa nuovi dogmi, ma tenta – laddove c’è necessità – di interpretarli in modo nuovo, secondo cioè le esigenze del suo tempo, senza mai snaturare la loro verità e attingendo dalla storia i vari approfondimenti già svolti.
  3. Il teologo deve conoscere con ampiezza tutta la dottrina cattolica e non può rileggere un articolo di fede staccato dagli altri.
  4. Il teologo deve tener conto solo di un “prima o poi”, ossia della distinzione tra il periodo apostolico (dove si conclude la Rivelazione) con quello postapostolico (gli ultimi tempi).
  5. Il teologo non è in concorrenza con gli altri teologi: ricerca la verità che gli si dona e non l’applauso e il consenso massmediatico, poiché è a servizio della Chiesa.
  6. Il teologo sa che negando un solo articolo di fede pure gli altri sono messi in crisi e tutta la struttura del Credo è destinata a crollare.
  7. Il teologo non usa la Sacra Scrittura contro la Tradizione, perché la Tradizione sta all’origine del Nuovo Testamento e della sua interpretazione (non c’è la Scrittura e poi la Chiesa, ma viceversa).
  8. Il teologo è a conoscenza che l’interpretazione del Magistero della Chiesa non è opzionale ma fondante la teologia.
  9. Il teologo vive nel nascondimento, non cerca la ribalta o il successo, la sua esistenza si consuma nello studio e nelle veglie.
  10. Il teologo sa che non c’è nulla di più bello che conoscere la verità di un Dio Trinità che è Amore e che si fa carne, muore e risorge per la nostra salvezza. Non vivrà, pertanto, una vita di ricerca “annoiata”, ma sempre feconda di bellezza fruibile nella contemplazione e possibile da riconsegnare con fedeltà.
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