Crisi dell’ortodossia in Ucraina e ipocrisia della Settimana ecumenica

Bartolomeo e Kirill a Istanbul il 31 agosto 2018

Oggi scoccano gli undici mesi dall’inizio dell’invasione russa in Ucraina, la guerra che Vladimir Putin ha voluto avviare il 24 febbraio 2022 come recrudescenza di ideologia zarista e sovietica.

Tra un mese fioccheranno i servizî speciali su tutti i media, ma quest’oggi – visto che la data cade alla vigilia del culmine della settimana per la preghiera per l’unità dei cristiani – mi sembra doveroso dare spazio a un aspetto forse meno illustrato dalla questione, e cioè sulle ripercussioni fratricide che la guerra sta avendo tra i cristiani ortodossi ucraini.

La situazione, da quel punto di vista, è tanto intricata quanto (generalmente) poco e male compresa/illustrata: oltre alla

  • Chiesa cattolica latina (assai minoritaria) e alla
  • Chiesa cattolica greco-ortodossa (guidata da mons. Svjatoslav Ševčuk),

ci sono una

  • Chiesa Ortodossa fondata nel 1990 da Mosca e rimasta formalmente, fino al 27 maggio 2022, nelle orbite moscovite (attualmente è guidata da Onufrij si Kiev) e una
  • piú recente autocefalia ortodossa istituita da Bartolomeo di Costantinopoli.

Dispiacerà a qualcuno, perché è invalsa anche tra i cattolici la consuetudine di rimpallarsi la favola della fondazione costantinopolitana da parte di sant’Andrea (o piú prosaicamente perché vige la parola d’ordine curiale “Papa Francesco è amico di Bartolomeo [e non di Kirill]”), ma l’atto della fondazione dell’autocefalia di Kiev da parte di Costantinopoli è stato giudicato un intervento a gamba tesa, canonicamente indebito e foriero di grandi lacerazioni, da altissimi vertici delle Chiese ortodosse. In particolare:

  • Anastasio di Tirana era intervenuto scrivendo due lettere a Cirillo, il 7 e il 15 novembre 2018, per invitarlo alla moderazione1Ne avevamo parlato il 28 novembre 2018.;
  • nello stesso periodo Ireneo di Serbia aveva definito l’intervento di Bartolomeo a Kiev «il piú grande errore nella storia del trono ecumenico»2Ne avevamo parlato il 30 novembre 2018.

È dolorosissimo, ma se la settimana di preghiera per l’unità dei cristiani può e/o deve significare qualcosa è necessario che le Chiese si battano sinceramente il petto: in Ucraina milioni di innocenti stanno scontando, sí, una guerra fredda pericolosamente ripassata in padella, ma tale guerra fredda non è solo tra Mosca e Washington (e/o Bruxelles/Strasbourg), bensí anche tra Mosca e Costantinopoli (e viceversa).

Se le (pretese) “seconda” e “terza” Roma hanno di che piangere, la prima (l’unica) non ha di che ridere: Francesco e Parolin dicono e ripetono (certamente in buona fede) di essere pronti a ogni mediazione per la risoluzione dei conflitti, però sanno benissimo che buone quote di parrhesía apostolica sono già state imbavagliate (se non sacrificate) sull’altare della diplomazia. Onofrio di Kiev ha preso le distanze da Mosca ma questo non è valso a quella Chiesa – legittima almeno quanto le altre – la solidarietà da parte di Costantinopoli, ovviamente, e neanche (apertamente) da parte di Roma.

In piú, il governo di Kiev ha sequestrato la cattedrale di Onofrio e si adopera per consolidare una “chiesa nazionale ucraina” – laddove l’operazione di consolidamento intende passare anche dalle revisione del Santorale (mediante la derubricazione dei “santi russi”!).

La follia di Putin sta già trascinando la Russia nel baratro di un rigido inverno economico, al quale per i prossimi decenni ne seguirà uno (ancora piú severo) di reazione sociale di stampo radicale. La Chiesa di Cristo può fare il suo solo passando per la porta dell’unità, che vuol dire verità e carità, e cominciando dal proprio interno: se non lo farà, povertà e miseria domineranno per primi Russia e Ucraina, e presto saranno accompagnati da secolarismo e individualismo.

A quel punto le riunioni, le processioni, le genuflessioni e i sinodi giungeranno al mondo come un teatrino in sordina, romantici relitti di tempi trapassati cui si concederà – nella peggiore delle ipotesi – di sbiadire nell’irrilevanza3Laddove nella “migliore” i misteri ecclesiali saranno rinverditi da un vasto battesimo di sangue.. Meglio pensarci per tempo.

Riporto qui di seguito due interventi: i protagonisti sono degli amici ortodossi, che amano ugualmente Mosca e Costantinopoli, ma soprattutto che dall’inizio della guerra si adoperano per soccorrere i profughi e sostenere l’Ucraina devastata. Questo non soltanto li pone al di sopra di ogni sospetto, ma li rende degni della massima attenzione.


di Riccardo Scarpa

Secondo una visione liberale gli Stati, le istituzioni sovranazionali e le organizzazioni internazionali sono liberi e laici. Popolari – proprio alla lettera – in quanto il popolo, con i suoi ordinamenti politici, è autonomo rispetto alle credenze e alle organizzazioni clericali delle religioni positive. Questa separazione, poi, non è sempre facile da mantenere. I cittadini di uno Stato, spesso, sono anche credenti circa le verità di una religione positiva, oltre a essere inseriti nell’organizzazione della stessa.

Articolo di Ugo Franco su La Gazzetta del Sud, edizione di Reggio Calabria, sabato 21 gennaio, p. 30

La pienezza della separazione fra religione e politica e la fermezza delle istituzioni nel perseguirla e garantirla sono requisiti fondamentali per la caratura liberale di uno Stato. Tutti siamo, toto corde, con l’Ucraina, con il suo diritto a respingere, come nazione, la tentata invasione da parte della Federazione Russa. Però si resta non perplessi bensì allibiti quando si vede, da una parte, un Governo ucraino sostenere una chiesa ortodossa definita nazionale, aggeggiata con un “concilio di riunificazione” tra un cosiddetto Patriarcato di Kiev, istituito da un già pretendente al Patriarcato di Mosca e bocciato da quel Santo Sinodo, e una Chiesa autocefala ucraina sviluppatasi nell’emigrazione; e dall’altra, perseguitare la millenaria Chiesa ortodossa ucraina, perché autonoma ma canonicamente riconosciuta dal Patriarcato di Mosca, nonostante che il metropolita, Onofrio di Kiev, abbia sempre censurato l’invasione russa, definita un “disastro”, in quanto

il popolo russo e quello ucraino provengono dalla fonte battesimale del Dnepr e una guerra tra loro è una ripetizione del peccato di Caino, che uccide il suo stesso fratello per invidia.

Si potrebbe sottolineare come il metropolita Onofrio tratti con molta durezza i bombardamenti russi, che uccidono «un gran numero di civili, tra cui anzianidonne e bambini» e distruggono «infrastrutture umanitarie». Qui, semplicemente, non si ritorna sulla persecuzione di questa chiesa, già rilevata in precedenza e giunta fino alla confisca della sua antica cattedrale. Ma si rileva come, nel 2023, in barba a ogni rispetto per la libertà di credenza, un Governo si adoperi per costituire una chiesa “ufficiale”.

Non si entra nel merito, da liberali, su dove inizino e dove finiscano le competenze di Costantinopoli o di Mosca, ma di come l’autorità politica vi si inserisca. Si giunge fino al punto di discutere, sul culto, circa quali santi ammettere, per proibire tutti quelli “russi”.

L’unica voce a levarsi, in Italia, è quella di Padre Nilo, custode del nuovo monastero di San Giovanni Theristis di Stilo, in Calabria. In sintesi, è una richiesta d’intercessione ecumenica a cattolici, evangelici e ortodossi, riuniti nella settimana di preghiera per l’unità dei cristiani.

Autori

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Note

Note
1 Ne avevamo parlato il 28 novembre 2018.
2 Ne avevamo parlato il 30 novembre 2018
3 Laddove nella “migliore” i misteri ecclesiali saranno rinverditi da un vasto battesimo di sangue.
A riguardo Giovanni Marcotullio 267 articoli
Classe 1984, studî classici (Liceo Ginnasio “d'Annunzio” in Pescara), poi filosofici (Università Cattolica del Sacro Cuore, Università degli Studi di Roma “Tor Vergata”, PhD RAMUS) e teologici (Pontificia Università Gregoriana, Pontificio Istituto Patristico “Augustinianum”, Pontificia Università “Angelicum”, PhD UCLy). Ho lavorato come traduttore freelance dal latino e dal francese, e/o come autore, per Città Nuova, San Paolo, Sonzogno, Il Leone Verde, Berica, Ταυ. Editor per Augustinianum dal 2013 al 2014 e caporedattore di Prospettiva Persona dal 2005 al 2017. Giornalista pubblicista dal 2014. Speaker radiofonico su Radio Maria. Traduttore dal francese e articolista per Aleteia Italiano dal 2017.

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