Michelangelo, Platone e Tommaso antidoti alla “cancel culture”

Solo il genio di Michelangelo Buonarroti seppe intuire nell’immota bellezza di un blocco di marmo i lineamenti della futura Pietà tanto da cesellare quell’inerte masso con preveggenti colpi di Scalpello. Il latino affida tutte queste operazioni al termine “Ablatio”: un togliere per sprigionare la plastica bellezza della forma.

Si tratta di abradere ciò che appare ancora informe, lasciando trasparire lineamenti delicatamente maestosi. Quello dell’artista è quindi un togliere preveggente, non un elidere per l’insulsa pretesa di emendare il passato. Nonostante l’atto compiuto sia, almeno apparentemente, lo stesso, molto diverso mi appare l’orizzonte in cui si situano le odierne culture della cancellazione. Il loro aspetto più inquietante infatti non risiede tanto nelle molteplici accuse, che muovono a personaggi storici, colpevoli di interpretare la società secondo i loro paradigmi ineluttabilmente diversi dai nostri; ma nella mentalità antidialettica che le pervade.

Sì, perché mentre il dialogo platonico ci conduceva in un orizzonte argomentativo che includeva la possibilità di esaminare diversi punti di vista valorizzando la dimensione inclusiva della verità: oggi ci si limita ad elidere ciò che nonsi condivide. Una posizione che, essendo teoricamente assai povera, conduce ad una “canonizzazione” del presente, deprivato di ogni profondità storica, come se fosse il solo orizzonte possibile.

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Provvisti di questo scarno equipaggiamento culturale i teorici della cancellazione propongono l’abbattimento di monomenti e il bando di intere civiltà o di pensatori che, vissuti in paradigmi difformi dal nostro, ne rifiutano i dogmi, tanto più presenti quanto meno avvertiti. Facendo proprio un simile punto di vista, come non riscrivere la storia del pensiero, bandendo i misogini Aristotele e Paolo di Tarso? E come non vedere in Pitagora, che aveva una concezione anche sacrale del numero, un mero precursore della matematica moderna? Lungi dal rappresentare una questione oziosa, questa prospettiva elide il senso stesso dello studio, non più concepito come esodo, spossessamento dalle proprie certezze e acquisizione – non necessariamente condivisione – di altri paradigmi valutativi.

Anche l’apprendimento, nella società del frammento deve farci ristagnare nel noto, come se ogni altra epoca storica fosse esistita solo per precedere la nostra e ogni sistema filosofico traesse la sua legittimità dall’aver antecedentemente intuito valori che oggi riteniamo cogenti. Ma il pensiero è cosa ben diversa perché appare problematico, tanto che, persino al compulsivo cancellatore, ardisce porre una fondamentale domanda. Esiste un nesso, e se sì quale, tra queste aberrazioni culturali e il fatto che ormai cospicue frange delle società occidentali siano impegnate ad odiare sé stesse?

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Nel nostro emisfero una corrente di pensiero, sorta nel mondo anglosassone e progressivamente diffusasi anche nell’Europa mediterranea, vede nella storia del uomo occidentale solo un cumulo di nefandezze ed errori, essendo incapace di valorizzare quanto di durevole il suo pensiero ha prodotto nella logica filosofica prima e nella rivoluzione scientifica poi. Noi occidentali non ci piacciamo: fisicamente, culturalmente, antropologicamente; vorremmo essere diversi da come siamo e, soprattutto da come siamo stati. Questo nuovo iconoclasmo che si accanisce, oltre che sulle immagini anche sui concetti, diffonde un non pensiero intollerante in cui l’altro non ha diritto di esistere. Oltre che problematica la riflessione filosofica è anche paradossale, e forse proprio il paradosso è l’orizzonte più adatto per concludere queste riflessioni.

Ai tempi di Tommaso d’Aquino, cioè nell’autunno del Medioevo, anche su questioni capitali come, ad esempio, se Dio esista, il ”sed contra” – «ma al contrario» – era sempre possibile. Prima di offrire la sua determinazione, comunque aperta a nuovi sviluppi, Tommaso, teologo e frate domenicano, esaminava le ragioni di chi credeva che Dio non esistesse. Non le condivideva, certo, ma le conosceva e non le cancellava perché era convinto dialetticamente di poterle sconfiggere.

Chi si rifugia nell’intolleranza dell’abrasione invece, non riuscirebbe a sostenere le sue opinioni in un dibattito, che non è solo disputa accademica, ma il fondamentale atteggiamento di chi tiene conto dell’altro che, come me, anche se in modo diverso, pensa ed esiste.

Se insegnata bene, cioè in una feconda compenetrazione tra dimensione storica e sapere teoretico, la filosofia può donare a ogni giovane questa consapevolezza, una competenza utile per la vita: quella di far vincere l’ardua fatica del confronto, sulla tentazione della cancellazione che, presente nei social, rischia di travolgere idee e persone.

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Informazioni su Alessio Conti 7 articoli
Nato a Frascati nel 1974, Alessio Conti è attualmente docente di storia e filosofia presso il Liceo Scientifico statale Bruno Touschek di Grottaferrata. Dottore di ricerca in discipline storico filosofiche, ha pubblicato con l'editrice Taυ due libri (Fiat lux. Piccolo trattato di teologia della luce [2019], e Storia della mia vista [2020]). Già docente di religione cattolica per la Diocesi di Roma, è attivo nel mondo ecclesiale all'interno dell'Azione Cattolica Italiana di cui è responsabile parrocchiale del gruppo adulti. Persona non vedente dalla nascita, vive la sua condizione filtrandola grazie a due lenti, quella dello studio, e quella di un'ironia garbata e mordace, che lo porta a vivere, e a far vivere, eventi e situazioni in modo originale.

1 commento

  1. Ottimo e stimolante articolo, va divulgato tra i giovani e non solo! Una base essenziale per una convivenza civile tra persone, civiltà, etnie diverse ma non per questo “nemiche”. Fondamentale per qualsiasi dialogo.

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