L’amore (vestito) al tempo di Puuung

Diventare “una carne sola” è espressione della chiamata che Dio rivolge come coppia all’uomo e alla donna. Il congiungersi dei corpi, nel matrimonio, è indizio di un’unione che non esclude la carne, ma, contemporaneamente, la trascende, legando l’uomo e la donna in una comunione dal valore inestimabile. Ma la contemporaneità ha spesso banalizzato l’amore tra uomo e donna, riducendolo alla rappresentazione di abbracci roventi e gesti languidi. Come se l’unione fisica avesse finito per circoscrivere l’amore fino ad ingabbiarlo in sé. Più che cogliere il rimando tra eros ed agape, di cui ha splendidamente scritto Benedetto XVI nella Deus caritas est, molti degli artisti contemporanei si sono concentrati sul primo, spingendo in periferia la seconda. Ma non si può colpevolizzare unicamente l’arte. È il nostro stesso sguardo ad essersi smarrito. Lo suggerisce una tra le preghiere, dall’incontestabile afflato poetico, di don Tonino Bello. Nella meditazione su Maria come “donna del primo sguardo”, il vescovo, rivolto alla Vergine Madre, scriveva:

I tuoi occhi vestirono di carità il Figlio di Dio. I nostri invece, spogliano con cupidigia i figli dell’uomo. Al primo contatto delle tue pupille con la sorgente della luce si illuminarono gli sguardi delle generazioni passate. Quando, invece, spalanchiamo noi le nostre orbite, contaminiamo anche le cose più sante e spegniamo gli sguardi delle generazioni future.

Esistono, tuttavia, delle eccezioni. L’artista coreana Puuung (che ho conosciuto grazie a questo post di uno trai i blog più gradevoli in circolazione) travalica i rigidi confini odierni dell’attenzione esclusiva alla sfera sessuale, ridonandoci (per quanto possibile nella scena di questo mondo segnato dal Peccato Originale) uno sguardo meno contaminato e contaminatore. Le sue illustrazioni si presentano simultaneamente come tenui e penetranti. Il suo tratto lieve e la delicatezza dei soggetti – unita ai colori autunnali che suggeriscono intimità e calore – offrono all’osservatore una prospettiva differente con cui scrutare, ma diremmo anche contemplare, l’amore umano. L’uomo e la donna (la coppia) di Puuung non rotolano sopra un letto, seminudi e travolti dalla passione, ma si tengono per mano, si abbracciano, arrossiscono guardandosi negli occhi, si baciano dolcemente, con i vestiti addosso. L’intimità non perde la sua forza, anzi le illustrazioni sembrano indicare che essa è già in atto, cercata e trovata ma non esibita. L’amore non è certo una questione di vestirsi o di denudarsi, ma la strada intrapresa da Puuung, perlomeno in molte delle sue illustrazioni, appare sostanzialmente differente (e paradossalmente molto più trasgressiva) al confronto con le scorciatoie intraprese da altri artisti.

 

Puuung ci restituisce anche la “sostanza” dell’amore. Questa è fatta di quel quotidiano di gesti di cui i film non parlano più: lei che aiuta lui a regolare la barba con il rasoio, lui che le sistema la coperta mentre lei dorme infreddolita, loro che cucinano insieme. Quell’ esserci l’uno per l’altra nella quotidianità, anche se in modi differenti perché consoni alla differenza che sussista tra uomo e donna, è quasi scomparso dai nostri radar, così condizionati da i segnali che ci spingono verso forme precarie e facilmente solubili di stare insieme. Commentando l’espressione biblica “aiuto che gli corrisponda” con cui Dio motiva la creazione della donna, così si esprime l’Amoris Lætitia, al n. 12:

L’espressione originale ebraica ci rimanda a una relazione diretta, quasi “frontale” – gli occhi negli occhi – in un dialogo anche tacito, perché nell’amore i silenzi sono spesso più eloquenti delle parole. È l’incontro con un volto, un “tu” che riflette l’amore divino ed è «il primo dei beni, un aiuto adatto a lui e una colonna d’appoggio» (Sir 36,26), come dice un saggio biblico. O anche come esclamerà la sposa del Cantico dei Cantici in una stupenda professione d’amore e di donazione nella reciprocità: «Il mio amato è mio e io sono sua […] Io sono del mio amato e il mio amato è mio» (Ct 2,16; 6,3).

Puung, vestendo i corpi e mettendo a nudo le anime, ha spiegato ai nostri sguardi questo senso di appartenenza. Se vogliamo trovare una pecca, si avverte, nelle illustrazioni, l’assenza di un figlio: la presenza ricorrente di un gatto, pur piacevole, non riesce a far dimenticare che manca un bambino. Ma chissà che anche l’artista coreana non scopra prima o poi che l’amore, se è vero, è chiamato ad essere fecondo.

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