Amare il Papa – cinque lettere di santa Caterina da Siena

Lettera CCCXLVI1Ad Urbano VI.

Al nome di Gesù Cristo crocifisso e di Maria dolce.

Santissimo e dolcissimo padre in Cristo dolce Gesù. Io Catarina, serva e schiava de’ servi di Gesù Cristo, scrivo a voi nel prezioso sangue suo; con desiderio di vedere tolta da voi ogni amaritudine e pena affliggitiva che affliggesse l’anima vostra; e, tolta la cagione d’ogni vostra pena, sola rimanga in voi quella dolce pena che ingrassa e fortifica l’anima, perchè procede dal fuoco della divina carità: cioè di dolerci e pigliare amaritudine solo delle colpe nostre, e del disonore di Dio che si fa nel corpo universale della religione cristiana e nel corpo della santa Chiesa; e della dannazione dell’anime degl’Infedeli, le quali sono ricomperate dal sangue di Cristo, come noi (del quale sangue, santissimo Padre, voi tenete le chiavi), e veggonsi queste anime nelle mani delle dimonia. Questa è quella pena che notrica l’anima nell’onore di Dio, e pascela, in su la mensa della santissima croce, del cibo dell’anime; e la fortifica, perchè ha tolta da sè la debilezza dell’amore proprio, il quale dà amaritudine che affligge e disecca l’anima, perchè l’ha privata della carità, ed è incomportabile a sè medesima. Ma quegli, che ha in sè questa dolce amaritudine, caccia l’amaro, perchè non cerca sè per sè, ma sè per Dio, e la creatura per Dio, e non per propria utilità e diletto; e cerca Dio per la infinita bontà sua, che è degno d’essere amato da noi, e perchè per debito il dobbiamo amare. E d’onde è venuta l’anima a questa dolce perfezione? col lume: perchè dinanzi all’occhio dell’intelletto si pose per obietto la verità di Cristo crocifisso, gustando per affetto d’amore la dottrina sua; e però se ne vestì, seguitandolo in cercare solo l’onore di Dio e salute dell’anime: siccome fece essa Verità, che per onore del padre e salute nostra corse all’obbroriosa morte della santissima croce, con vera umilità e pazienzia, in tanto che non fu udito lo grido suo per mormorazione; e col molto sostenere rendè la vita al figliuolo morto dell’umana generazione. Pare, santissimo Padre, che questa Verità eterna voglia fare di voi un altro lui; e sì perchè sete vicario suo Cristo in terra, e sì perchè nell’amaritudine e nel sostenere vuole che reformiate la dolce Sposa sua e vostra, che tanto tempo è stata tutta impallidita. Non, che in sè possa ella ricevere alcuna lesione nè essere privata del fuoco della divina carità; ma in coloro che si pascevano e pascono al petto suo, che per li difetti loro l’hanno mostrata pallida e inferma, succhiatole il sangue d’addosso con l’amore proprio di loro. Ora è venuto il tempo che egli vuole che per voi, suo istrumento, sostenendo le molte pene e persecuzione, ella sia tutta rinovata. Di questa pena e tribolazione ella n’escirà come fanciulla purissima, tagliatone ogni vecchio e rinovellato nell’uomo nuovo. Dilettiamoci adunque in questa dolce amaritudine, dopo la quale sèguita conforto di molta dolcezza. Siatemi uno arbore d’amore, innestato nell’arbore della vita, Cristo dolce Gesù. Di questo arbore nasca il fiore di concipere nell’affetto vostro le virtù e il frutto, partorendolo nella fame dell’onore di Dio e salute delle vostre pecorelle. Il quale frutto nel suo principio pare che sia amaro, pigliandolo con la bocca del santo desiderio; ma come l’anima ha deliberato in sè di volere sostenere infino alla morte per Cristo crocifisso e per amore della virtù, così diventa dolce. Siccome alcuna volta io ho veduto che la melarancia, che in sè pare amara e forte, trattone quello che v’è dentro, e mettendola in mollo, l’acqua ne trae l’amaro; poi si riempie con cose confortative, e di fuore si copre d’oro. E dove n’è ito quello amaro che nel suo principio con fadiga se la poneva l’uomo a bocca? Nell’acqua e nel fuoco. Così, santissimo Padre, l’anima che concipe amore alla virtù, nel primo entrare gli pare amaro, perchè è anco imperfetta; ma vuolsi ponere il rimedio del sangue di Cristo crocifisso, il quale sangue dà un’acqua di Grazia, che ne trae ogni amaritudine della propria sensualità; amaritudine dico affliggitiva, come detto è. E perchè sangue non è senza fuoco, perocchè fu sparto con fuoco d’amore; puossi dire (e così è la verità) che il fuoco e l’acqua ne tragga l’amaro, vuotatosi di quella che prima v’era, cioè dell’amore proprio di sè: poi l’ha riempito d’uno conforto di fortezza con vera perseveranzia, e con una pazienzia intrisa con mèle di profonda umilità, serrato nel cognoscimento di sè; perchè nel tempo dell’amaritudine l’anima meglio conosce sè e la bontà del suo Creatore. Pieno e richiuso questo frutto, apparisce l’oro di fuora, che tiene fasciato ciò che v’è dentro. Questo è l’oro della purità, col lustro dell’affocata carità, il quale esce di fuora manifestandosi in utilità del prossimo suo con vera pazienzia, portando costantemente con mansuetudine cordiale; gustando solo quella dolce amaritudine che doviamo avere, di dolerci dell’offesa di Dio e danno dell’anime. Or così dolcemente, santissimo Padre, produceremo frutto senza la perversa amaritudine; e da questo averemo che si leverà via l’amaritudine che oggi aviamo nelli cuori nostri e nelle menti, del caso occorso per li malvagi e iniqui uomini amatori di loro medesimi, e’ quali danno a voi e a’ vostri figliuoli pena per l’offesa che se ne fa a Dio. Spero nella bontà del dolce Creatore nostro, che ci leverà la cagione di questa pena, dando lume, o confondendo quelli che ne sono cagione. E la S. V., e noi matureremo li frutti delle virtù nella memoria del sangue di Cristo crocifisso, con vera umilità, come detto è; cognoscendo noi non essere, ma l’essere e ogni grazia posta sopra l’essere avere da lui. Così compirete in voi la volontà di Dio, e il desiderio dell’anima mia. Confortatevi, dolcissimo Padre, con vera umilità, senza alcuno timore; chè per Cristo crocifisso ogni cosa potrete; in cui è posta, e si fermi continuamente, la nostra speranza. Non dico più. Perdonate a me la mia grande presunzione. Umilmente v’addimando la vostra benedizione. Permanete nella dolce e santa dilezione di Dio.

Gesù dolce, Gesù amore.

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1. Ad Urbano VI.

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