Amare il Papa – cinque lettere di santa Caterina da Siena

Poiché dilaga endemica la vocazione a dare lezioni di papato al Romano Pontefice facendosi scudo del nome di Santa Caterina (oltre che di quello dell’Apostolo), ci piace riportare qui cinque lettere1Prese quasi a caso, tante erano le possibilità. studiando le quali più agevolmente si potrà cercare di imitare le virtù della Senese.

Lettera CCCX2A tre cardinali italiani.

Al nome di Gesù Cristo crocifisso e di Maria dolce.

Carissimi fratelli e padri in Cristo dolce Gesù. Io Catarina, serva e schiava de’ servi di Gesù Cristo, scrivo a voi nel prezioso sangue suo; con desiderio di vedervi tornati a vero e perfettissimo lume, e uscire di tante tenebre e cecità nella quale sete caduti. Allora sarete padria me; in altro modo, no. Sicchè, padri chiamo, in quanto voi vi partiate dalla morte, e torniate alla vita (chè, quanto che ora, sete partiti dalla vita della Grazia, membri tagliati dal capo vostro, onde traevate la vita); stando voi uniti in fede e in perfetta obedienzia a papa Urbano VI, nella quale obedienzia stanno quelli che hanno lume, che con lume cognoscono la verità, e cognoscendola l’amano. Perocchè la cosa che non si vede, non si può cognoscere; e chi non cognosce, non ama; e chi non ama e non teme il suo Creatore, ama sè d’amore sensitivo: e ciò che ama, e delizie e onori e stati del mondo, ama sensitivamente. Perch’ell’è creato per amore, non può vivere senza amore: chè, o egli ama Dio, o egli ama sè e il mondo d’amore che gli dà morte, ponendo l’occhio dell’intelletto, offuscato dall’amore proprio di sè, sopra queste cose transitorie che passano come il vento. Quivi non può cognoscere verità nè bontà veruna: altro che bugia non cognosce, perchè non ha lume. Chè veramente, se egli avesse lume, egli cognoscerebbe che di questo così fatto amore non ha nè trae altro che pena e morte eternale. Fagli gustare l’arra dell’inferno in questa vita:perchè è fatto incomportabile a sè medesimo colui che disordinatamente ama sè e le cose del mondo.

Oh cechità umana! Non vedi tu, disaventurato uomo, che tu credi amare cosa ferma e stabile, cosa dilettevole, buona e bella; e elle sono mutabili, somma miseria, laide, e senza alcuna bontà; non per le cose create, in loro, che tutte son create da Dio, che è sommamente buono, ma per l’affetto di colui, che disordinatamente le possiede. Quanto è mutabile la ricchezza e onore del mondo in colui che senza Dio le possiede, cioè senza il suo timore! che oggi è ricco e grande, e ora è povero. Quanto è laida la vita nostra corporale, che vivendo, da ogni parte del corpo nostro gittiamo puzza! Dirittamente un sacco pieno di sterco, cibo di vermi, cibo di morte. La nostra vita e la bellezza della gioventù passano via, come labellezza del fiore poi che é colto dalla pianta. Neuno è che possa rimediare a questa bellezza; conservare che non gli sia tolto quando piace al sommo giudice di cogliere questo fiore della vita col mezzo della morte: e neuno sa quando.

Oh misero, la tenebra dell’amore proprio non ti lassa cognoscere questa verità. Che se tu la cognoscessi, tu eleggeresti innanzi ogni pena, che guidare la vita tua a questo modo; porresti ad amare e desiderare Colui che è; gusteresti la verità sua con fermezza, e non ti moveresti come la foglia al vento; serviresti il tuo Creatore, e ogni cosa ameresti in lui, e senza lui nulla. Oh quanto sarà ripresa nell’ultima estremità, e con quanto rimproverio, questa cechità, in ogni creatura che ha in sè ragione, e molto maggiormente in quelli che Dio ha tratti dal loto del mondo, e posti nella maggiore cecellenzia che possono essere; d’esser fatti ministri del sangue dell’umile e immacolato Agnello! Oimè, oimè, a che v’ha fatti giungere il non avere seguitato in virtù la vostra eccellenzia! Voi fusle posti a nutricarvi al petto della santa Chiesa: come fiori, messi in questo giardino, acciocchè gittaste odore di virtù: foste posti per colonne a fortificare questa navicella, e il vicario di Cristo in terra:fuste posti come lucerna in sul candelabro per render lume a’ fedeli cristiani, e dilatare la fede. Voi sapete bene se avete fatto quello perchè fuste creati. Certo no, chè l’amore proprio non ve l’ha fatto cognoscere; chè in verità solo per fortificare e render lume e esemplo di buona e santa vita, voi foste messi in questo giardino. Che se voi l’aveste cognosciuta, l’areste amata, e vestitividi questa dolce verità. E dov’è la gratitudine vostra, la quale dovete avere a questa Sposa che v’ha nutricati al petto suo? Non ci veggo altro che ingratitudine: la quale ingratitudine disecca la fonte della pietà. Chi mi mostra che voi sete ingrati, villani, e mercennai? La persecuzione che voi, con gli altri insieme, avete fatta e fate a questa sposa, nel tempo che dovevate essere scudi, e resistere a colpi della eresia. Nella quale, sapete e cognoscete la verità, che papa Urbano VI è veramente papa, Sommo Pontefice, eletto con elezione ordinata, e non con timore, veramente più per spirazione divina, che per vostra industria umana. E così l’annunciaste a noi; quello che era la verità. Ora avete voltate le spalle, come vili emiserabili cavalieri: l’ombra vostra v’ha fatto paura. Partiti vi sete dalla verità che vi fortificava, e accostativi allabugia, che indebilisce l’anima e il corpo, privandovi della grazia spirituale e temporale. Chi ve n’è cagione? il veleno dell’amor proprio, che ha avvelenato il mondo. Egli è quello che voi, colonne, ha fatti peggio che paglia.Non fiori che gittate odore, ma puzza, che tutto il mondo avete appuzzato. Non lucerne poste in sul candelabro, acciocchè dilatiate la fede; ma, nascosto questo lume sotto lo staio della superbia, fatti non dilatatori, ma contaminatori della fede, gittate tenebre in voi e in altri.D’angeli terrestri, che dovreste essere posti per levarci dinanzi al dimonio infernale, e pigliare l’ufficio degli angeli reducendo le pecorelle all’obedienzia della santa Chiesa; e voi avete preso l’officio delle dimonia. Di quello male che avete in voi, di quello volete dare a noi, ritraendoci dall’obedienzia di Cristo in terra, e inducendoci all’obedienzia d’Anticristo, del membro del diavolo; e voi con lui insieme, mentre che starete in questa eresia.

Questa non è cechità d’ignoranzia, cioè, che venga per ignoranzia: non vi viene, che vi sia porto dalle creature una cosa, e sia un’altra. No: chè voi sapete quello che è la verità, e voi l’avete annunciata a noi, e non noi a voi. Oh come sete matti! che a noi deste la verità, e per voi volete gustare la bugia. Ora volete seducere questa verità, e farei vedere in contrario, dicendo che per paura eleggeste papa Urbano: la qual cosa non è; ma chi ‘l dice (parlando a voi non reverentemente, perchè vi sete privati della reverenzia) mente sopra il capo suo. Perocchè, quello che voi mostrate d’avere eletto per paura, apparve evidente a chiunque il volse vedere: ciò fu messere di Santo Pietro. Potreste dire a me: «Perchè non credimi: meglio sappiamo noi la verità, che lo eleggemmo, che voi». E io vi rispondo, che voi medesimi mi avete mostrato, che voi partite dalla verità, in molti modi; e che ionon vi debbo credere che papa Urbano VI non sia vero papa. Se io mi volgo al principio della vita vostra, non vicognosco di tanta buona e santa vita, che voi per coscienzia vi ritraeste dalla bugia. E chi mi mostra la vostravita poco ordinata? il veleno della eresia. Se io mi volgo alla elezione ordinata per la bocca vostra; aviamo saputo che voi lo eleggeste canonicamente, e non per paura. Detto aviamo, che quello che mostraste per paura, fu messer di San Pietro. Chi mi mostra le elezione ordinata con che eleggeste messer Bartolomineo arcivescovo di Bari, il quale è oggi papa Urbano VI fatto in verità? nella solennità fatta della sua coronazione, ci è mostrata questa verità. Che la solennità sia fatta in verità, si mostra la reverenzia che gli faceste, e le grazie domandate alui, e voi averle usate in tutte quante le cose. Non potetedenegare questa verità, altro che con menzogne.

Ahi stolti, degni di mille morti! Come ciechi, non vedete il mal vostro; e venuti sete a tanta confusione, che voi stessi vi fate menzogneri e idolatri. Chè, eziandio se fusse vero (che non è, anche confesso, e non lo nego, che papa Urbano VI è vero papa), ma se fusse vero quello che dite, non areste voi mentito a noi, che cel diceste per sommo pontefice, come egli è? e non areste voi falsamente fattogli riverenzia, adorandolo in Cristo in terra? e non sareste voi stati simoniaci a procaccìare le grazie, e usarle illicitamente? Sì bene. Ora hanno fatto l’antipapa, e voi con loro insieme: quanto all’atto, e aspetto di fuora, avete mostrato così, sostenendo di ritrovarvi quivi quando li dimoni incarnati elessero il dimonio.

Voi mi potreste dire: «No, non eleggemmo». Non so che io mel creda. Perocchè non credo che voi aveste sostenuto di ritrovarvi quivi, se la vita ne fusse dovuta andare: almeno il tacere la verità, e non scoppiare (che questo non fusse giusta il vostro potere), mi fa inchinare a credere. Chè, poniamochè forse faceste meno male che gli altri nella intenzione vostra, voi faceste pur malecon gli altri insieme. E che posso dire? posso dire, che chi non è per la verità, è contro alla verità: chi non fu allora per Cristo in terra, papa Urbano VI, fu contra lui. E però vi dico che voi, con lui insieme, faceste male: e posso dire che sia eletto uno membro del diavolo; chè se fusse stato membro di Cristo, arebbe eletto innanzi la morte che consentito a tanto male: perocchè egli sa bene la verità, e non si può scusare per ignoranzia. Ora tutti questi difetti commettete e avete commesso in verso questo dimonio; cioè, di confessarlo per papa (e egli non è così la verità), e di fare la reverenzia a cui voi non dovete. Partiti vi sete della luce, e itine alle tenebre; dallaverità, e congiunti alla bugia. Da qualunque lato, io non ci trovo altro che bugie. Degni sete di supplicio: il qualesupplicio veramente io vi dico (e ne scarico la coscienzia mia), che se voi non ritornate all’obedienzia con vera umilità, verrà sopra di voi.

O miseria sopra miseria! e cechità sopra cechità, che non lassa vedere il male suo, nè danno dell’anima e del corpo! che se il vedeste, non vi sareste così di leggieri con timore servile partiti dalla verità, tutti passionati, come superbi, e persone abituate arbitrarie nelli piaceri e diletti umani. Non poteste sostenere non solamente la correzione di fatto attualmente; ma la parola aspra reprensibile, vi fece levare il capo. E questo è la cagione perchè vi sete mossi. E ci dichiara ben la verità: che, prima che Cristo in terra vi cominciasse a mordere, voi il confessaste e riveriste come vicario di Cristo ch’egli è. Ma L’ultimo frutto ch’uscito di voi, che germina morte, dimostra che arbori voi sete; e che ‘l vostro arbore è piantato nella terra della superbia, che esce dall’amor proprio di voi, il quale amore v’ha tolto il lume della ragione.

Oimè, non più così per amore di Dio! Pigliate lo scampo da umiliarvi sotto la potente mano di Dio, e all’obedienzia del vicario suo, mentre che avete il tempo; chè, passato il tempo, non c’è più rimedio. Ricognoscete le colpe vostre, acciocchè vi potiate umiliare, e cognoscere la infinita bontà di Dio, che non ha comandato alla terra che vi inghiottisca, nè agli animali che vi devorino; anzi v’ha dato il tempo acciocchè potiate correggere l’anìma vostra. Ma se voi none ‘l cognoscerete; quello che v’ha dato per grazia, vi tornerà a grande giudicio. Ma se vorrete tornare all’ovile, e pascervi in verità al petto della’ sposa di Ciristo; sarete ricevuti con misericordia da Cristo in cielo, e da Cristo in terra, non ostante lainiquità che avete commesso. Pregovi che non tardiate più, nè recalcitriate allo stimolo della coscienzia, che continuamente so che vi percuote. E non vi vinca tanto la confusione della mente, del male che avete fatto, che voi abbandoniate la salute vostra, e per tedio e disperazione, quasi non parendovi di potere trovare rimedio. Non si vuole fare così: ma, con fede viva, ferma speranza pigliate nel vostro Creatore, e con umilità tornate al giogo vostro; chè peggio sarebbe l’ultima offesa dell’ostinazione e disperazione, e più spiacevole a Dio e al mondo. Adunque levatevi su, col lume; chè senza il lume andereste in tenebre, siccome sete andati per infino a qui.

Considerando questo l’anima mia, che senza il lume non potiamo cognoscere nè amare la verità; dissi, e dico, ch’io desidero con grandissimo desiderio di vedervi levati dalle tenebre, e unirvi con la luce. A tutte le creature che hanno in loro ragione s’estende questo desiderio; ma molto maggiormente a voi tre, de’ quali io ho avuto massimo dolore, e ammirazione più del vostro dífetto, che di tutti gli altri che l’hanno commesso. Che se tutti si partivano dal padre loro, voi dovevate essere quelli figliuoli che fortificaste il padre, manifestando la verità. Non ostante che il padre non avesse con voi usato altro che rimproverio, non dovevate però essere guida, denegando la santità sua per ogni modo. Pure naturalmente parlando (chè, secondo virtù, tutti dobbiamo essere eguali), ma. parlando umanamente, Cristo in terra italiano, e voi Italiani, che non vi poteva muovere la passione della patria, come gli oltramontani: cagione non ci veggo, se non l’amore proprio. Atterratelo oggimai, e non aspettate il tempo (chè il tempo non aspetta voi) conculcando co’ piedi questo affetto, con odio del vizio e amore della virtù.

Tornate, tornate, e non aspettate la verga della Giustizia; perocchè dalle mani di Dio, non potiamo escire. Noi siamo nelle mani sue, o per giustizia o per misericordia: meglio è a noi di ricognoscere le colpe nostre, e staremo nelle mani della Misericordia; che di stare in colpa e nelle mani della Giustizia. Perchè le colpe nostre non passano impunite; e specialmente quelle che sono fatte contra alla santa Chiesa. Ma io mi voglio obbligare di portarvi dinanzi a Dio con lacrime e continua orazione, e con voi insieme portare la penitenzia, purchè vogliate ritornare al padre, che, come vero padre, v’aspetta con l’ale aperte della misericordia. Oimè, oimè, non la fuggite nè schifate; ma umilmente la ricevete, e non crediate a’ malvagi consiglieri, che v’hanno dato la morte. Oimè, fratelli dolci; dolci fratelli e padri mi sarete, in quanto v’accostiate alla verità. Non fate più resistenzia alle lacrime e a sudori che gittano li servi di Dio per voi, che dal capo a’ piedi ve ne lavereste. Che se voi le spregiaste, e l’ansietati dolci e dolorosi desiderii che per voisono offerti da loro, molta più dura reprensione ricevereste. Temete Dio, e il vero giudizio suo. Spero per la infinita sua bontà, che adempirà in voi il desiderio de’ servi suoi.

Non vi parrà duro se io vi pungo con le parole, che l’amore della salute vostra mha fatto scrivere; e più tostovi pungerci con voce viva, se Dio mel permettesse. Sia fatta la volontà sua. E anco meritate più tosto li fatti chele parole. Pono fine, e non dico più: che se io seguitasse la volontà, anco non mi resterei: tanto è piena di dolore e di tristizia l’anima mia, di vedere tanta cechità in quelli che sono posti per lume, non come agnelli che si pascono del cibo dell’onore di Dio e salute dell’anime e reformazione della santa Chiesa, ma come ladri, involano quello onore che debbono dare a Dio, e dannolo a loro medesimi; e, come lupi, divorano le pecorelle: sì che io ho grande amaritudine. Pregovi per amore di quello prezioso sangue sparto con tanto fuoco d’amore per voi, che diate refrigerio all’anima mia, che cerca la salute vostra. Altro non vi dico. Permanete nella santa e dolce dilezione di Dio: bagnatevi nel sangue dell’Agnello immacolato, dove perderete ogni timore servile; e, col lume, rimarrete nel timore santo.

Gesù dolce, Gesù amore.

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Note   [ + ]

1. Prese quasi a caso, tante erano le possibilità.
2. A tre cardinali italiani.

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