Ora te li spiego “da fuori”, caro #Fakebook, i gay e la Fedeli

«30 giorni a Novembre…»1Le battute migliori mi vengono sempre fuori tempo massimo – sob.

Giusto due giorni fa, su questo sito, Lucia Scozzoli scriveva del grande dovere morale di sopravvivere ai social, anche a costo di uscirne, e paragonava questi inediti luoghi di formazione e di controllo dell’opinione pubblica a quell’allucinante visione dei fratelli Wachowski che diciotto anni fa prese forma e nome nella trilogia di Matrix. Uscire da Matrix è libertà, ma costa; viceversa costa, ma è libertà (parola di Sean Parker!). Nel mio caso, si parva licet magnis componere, Matrix mi ha espulso2Fortunatamente gli innumerevoli e invisibili epigoni dell’“agente Smith” non possono uccidere né l’anima né il corpo e, benché quasi tutto il mondo sia ormai “connesso” (che in latino significa anche “incatenato”) in quella prigione sovietica, questo non basta ancora per farmi sentire meno libero di prima..

Il tema è il libero pensiero

Passerò qualche settimana di (relativa) calma, non questo il problema: la faccenda seria, invece, è come si pone nell’epoca dei social la libertà di espressione3Con la consueta lucidità, giusto ieri mattina Mario Adinolfi ha affrontato l’argomento sulle onde di Radio Cusano Campus., ovvero come ci poniamo noi nei confronti del tema. Ecco di seguito il post incriminato.

E riporto l’articolo 21 della Costituzione Italiana:

Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione.

La stampa non può essere soggetta ad autorizzazioni o censure.

Si può procedere a sequestro soltanto per atto motivato dell’autorità giudiziaria [cfr. art.111 c.1] nel caso di delitti, per i quali la legge sulla stampa espressamente lo autorizzi, o nel caso di violazione delle norme che la legge stessa prescriva per l’indicazione dei responsabili.

In tali casi, quando vi sia assoluta urgenza e non sia possibile il tempestivo intervento dell’autorità giudiziaria, il sequestro della stampa periodica può essere eseguito da ufficiali di polizia giudiziaria, che devono immediatamente, e non mai oltre ventiquattro ore, fare denunzia all’autorità giudiziaria. Se questa non lo convalida nelle ventiquattro ore successive, il sequestro s’intende revocato e privo d’ogni effetto.

La legge può stabilire, con norme di carattere generale, che siano resi noti i mezzi di finanziamento della stampa periodica.

Sono vietate le pubblicazioni a stampa, gli spettacoli e tutte le altre manifestazioni contrarie al buon costume. La legge stabilisce provvedimenti adeguati a prevenire e a reprimere le violazioni.

Certo, lo so: i social network non sono strutture statali e quindi non sono tenuti, in linea di base, a rispondere al diritto costituzionale dei singoli Paesi. Che si direbbe, però, di un tassista che si rifiutasse di prestare il proprio servizio a un uomo che gli faccia segno di accostare per motivi odiosi e/o futili, se non per una mera divergenza di opinione? Non è un servizio statale, ma nondimeno è pubblico – e della piattaforma regina tra quelle dei social, su cui transitano ogni giorno almeno venti milioni di italiani, che cosa diremo? È nell’interesse della comunità, è per il suo bene, che di fatto “le norme della community” vigano quale norma normans non normata dell’agorà planetaria?

La sentenza

Per amore di verità e di completezza riporto il testo del verdetto che l’anonimo burocrate zuckerbergiano ha pronunciato contro di me, preceduto dai due commenti incriminati – quelli appunto forzatamente rimossi dall’Autorità –: poi osserverò un paio di cose.

Su Facebook dicono:

Note   [ + ]

1. Le battute migliori mi vengono sempre fuori tempo massimo – sob.
2. Fortunatamente gli innumerevoli e invisibili epigoni dell’“agente Smith” non possono uccidere né l’anima né il corpo e, benché quasi tutto il mondo sia ormai “connesso” (che in latino significa anche “incatenato”) in quella prigione sovietica, questo non basta ancora per farmi sentire meno libero di prima.
3. Con la consueta lucidità, giusto ieri mattina Mario Adinolfi ha affrontato l’argomento sulle onde di Radio Cusano Campus.

2 Commenti

  1. Sulla storia ISS e pride, ci sarebbe da notare come i poveri infettivologi abbiano tentato di lanciare l’allarme – dopo Amsterdam – per prevenire ulteriori focolai e la diffusione di nuovi ceppi nel contesto del gaypride di Madrid. Cioè, fottetevi come vi pare ma almeno evitate di ricadere sul SSN. Proponiamo persino il vaccino gratuito. Hai mai letto qualcosa in proposito sui giornali che ci hanno ammorbato per mesi su vaccini obbligatori e no-vax? Orge su scala europea, figurati l’impazzimento degli specialisti per tracciare i ceppi, le provenienze e gli sviluppi.
    Come con l’insorgere dell’AIDS nel mondo occidentale: fu diffuso inizialmente soprattutto dal personale delle compagnie aeree ed ebbe come bacino le comunità gay.
    Se lo dice persino Wikipedia, che proprio omofoba non mi pare, sarà così, no?
    “Haiti aveva particolari relazioni con l’Africa e il virus qui trovò un bacino di contagio vantaggioso soprattutto nelle comunità omosessuali maschili[7]; fu forse l’isola caraibica, meta del turismo gay statunitense, a fare da ponte tra l’Africa e l’America[17].”
    “Grazie alla particolare forza contagiosa dei soggetti maschi e grazie alle condizioni particolarmente favorevoli al contagio dei rapporti di tipo anale, il virus trovò infatti un vantaggioso bacino di infezione nella comunità omosessuale maschile di alcune grandi città americane[”
    E poi, trovi su fb gente che si permette commenti spiritosi tipo “è uno di quelli che si beve le stronzate della Grande Scienziata dell’Ano Dottoressa del Buco del Cul?” (scusate per l’espressione ma riporto testualmente)

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