Quando gli avi di Manzoni erano in causa con i miei: alle fonti de I Promessi Sposi

Francesco Gonin (1808-1889), Lodovico uccide il nobile (cap. IV de I Promessi Sposi) - edizione del 1840.
di Marco Rapetti Arrigoni

Il tema delle fonti cui Alessandro Manzoni attinse per il suo immortale capolavoro, I Promessi Sposi, è stato affrontato da numerosi ed autorevoli studi, che hanno evidenziato l’attenzione e la scrupolosità che il grande scrittore pose nella ricerca storica e documentale inerente alla Lombardia del XVII secolo soggetta alla dominazione spagnola, una realtà complessa e poliedrica quanto affascinante1Mentre per larga parte del secolo scorso e di quello precedente si tendeva a dare una rappresentazione piuttosto cupa della presenza spagnola a Milano, assurta a paradigma di malgoverno, la storiografia moderna ha in parte rivalutato gli effetti che la dominazione spagnola ebbe sul ducato milanese che, dalla caduta di Ludovico il Moro, aveva vissuto un’epoca di grave instabilità politica e sociale. La descrizione manzoniana della Milano spagnola come paradigma di endemica corruzione e di inefficienza amministrativa fu probabilmente imputabile più allo spirito del tempo in cui venne partorita l’opera, insofferente alla presenza straniera in Italia, piuttosto che ad un’effettiva malagestio amministrativa, almeno nelle macroscopiche proporzioni descritte. Uno degli studi più significativi al riguardo è “Aspetti della vita italo-spagnola nel ’500-’600” (1934) del crociano Fausto Nicolini.. Indubbiamente Manzoni si rivelò ricercatore instancabile e meticoloso, avendo il merito di riscoprire opere preziose ma, nella sua epoca, dimenticate come la seicentesca “Mediolani Historia Patriæ” di Giuseppe Ripamonti, monumentale storia della città che, insieme a “Il Ragguaglio” del medico e conservatore del Tribunale di Sanità Alessandro Tadino ed a “Economia e statistica” di Melchiorre Gioia, costituì un’imprescindibile miniera di informazioni e di dati per la ricostruzione dell’ambiente sociale, economico e culturale del tempo così come per la narrazione dell’epidemia di peste che nel 1630 colpì Milano e la Lombardia, estendendosi poi al Nord Italia in coincidenza con la discesa dei Lanzichenecchi verso Mantova, e della quale Ripamonti e Tadino furono testimoni.

Fonti ed ispirazioni per I Promessi Sposi tra “vero storico” ed originalità letteraria

La scelta di celare l’originalità della storia che intendeva narrare dietro la fictio del ritrovamento del manoscritto di un anonimo cronista, mediante il ricorso al topos letterario dello pseudobiblion molto comune nella letteratura coeva e che nell’ideazione, sotto forma di citazione, del barocco “graffiato e dilavato autografo”, straordinario esercizio di virtuosismo filologico dell’autore, raggiunge forse una delle sue espressioni più elevate, da un lato consentì al Manzoni di mantenere quella distanza dagli eventi narrati funzionale ad accrescerne l’attendibilità allo sguardo del lettore e dall’altro non gli impedì di trarre ispirazione per l’elaborazione delle vicende de I Promessi Sposi (e del Fermo e Lucia, che dell’opera costituì la prima stesura ed al contempo un’originale ed indipendente elaborazione a livello narrativo e stilistico, al punto da potersi considerare un’opera autonoma) da episodi realmente accaduti e da personaggi storicamente esistiti, sia pure opportunamente accomodati agli obbiettivi perseguiti, giustappunto nei primi decenni del ’600, in coerente ossequio alla visione manzoniana di una attività letteraria quanto più possibile rispettosa del “vero storico”.

Ritratto di Francesco Bernardino Visconti

Proprio al riguardo delle fonti ispiratrici, se in Suor Gertrude, la Monaca di Monza, e nella sua tragica vicenda furono da subito ravvisati i lineamenti di Suor Marianna de Leyva (1575-1650), contessa di Monza, che all’inizio del XVII fu protagonista di una scandalosa relazione con il conte Gian Paolo Osio, condannato per un triplice omicidio finalizzato ad eliminare i testimoni dell’illecito rapporto, e la figura dell’Innominato fu dallo stesso autore riconosciuta ispirarsi a Francesco Bernardino Visconti (1579-1647), aristocratico e bandito convertitosi in occasione di un colloquio con il cardinale Federico Borromeo, recenti ricerche2Claudio Povolo, “Il romanziere e l’archivista. Da un processo veneziano del Seicento all’anonimo manoscritto dei Promessi sposi”, Cierre Edizioni, 2004. hanno ipotizzato che l’idea di un romanzo storico che avesse per oggetto il matrimonio di due giovani nubendi di modesta condizione osteggiato da un crudele signorotto di provincia potrebbe essere stata suggerita al Manzoni dalla lettura degli atti del processo, svoltosi nella Repubblica di Venezia tra il 1605 ed il 1607, contro il nobile vicentino Paolo Orgiano, che fu condannato all’ergastolo dal Consiglio dei Dieci della Serenissima per aver tiranneggiato per anni il paese di Orgiano con «homicidi, sforzi, violentie et tirannie» e per «far operazioni nell’impedir matrimoni». L’Orgiano, infatti, potendo fare affidamento sulla protezione di un potente zio, il conte Settimio Fracanzan, con la complicità del cugino Tiberio si macchiò di efferate violenze ai danni di giovani fanciulle ed in particolare di Fiore Bertola, una graziosa contadina, orfana di padre, che viveva con la madre. Fiore resistette alle lusinghe del prepotente signorotto e sposò il fidanzato Vincenzo Galvan. Dopo qualche tempo, in una sera d’inverno, Orgiano ordinò ai suoi bravi di rapire la giovane, conducendola nel proprio palazzo. Fiore riuscì però a fuggire ritornando dal marito e, grazie all’aiuto del parroco fra’ Ludovico Oddi, coraggioso olivetano che a causa della fiera opposizione alle prepotenze dell’Orgiano fu processato ed allontanato dal paese a seguito delle pressioni esercitate dal “Conte zio” sulla curia vicentina, ottenne giustizia dal Tribunale di Venezia.

Società ed economia nell’alto Lario del XVI secolo

Al di là di tale suggestiva ipotesi, è possibile rinvenire ulteriori avvenimenti che potrebbero avere ispirato Manzoni e che affondano le proprie radici nella sua stessa storia familiare, avendo avuto per protagonista il quadrisavolo Giacomo Maria Manzoni, nato intorno al 1575 a Barzio in Valsassina, allora terra di confine tra il Ducato di Milano e la Repubblica di Venezia, da un’agiata famiglia ivi trasferitasi circa mezzo secolo prima, dedita al commercio ed al prestito ad interessi.

Fu proprio Giacomo Maria l’artefice delle fortune e dell’ascesa sociale dei Manzoni, investendo la cospicua eredità ricevuta dal nonno suo omonimo nell’acquisto di miniere, forni e boschi e dando così origine ad una florida attività siderurgica e mineraria che in pochi decenni lo portò ad assumere una posizione di preminenza nell’ambito dell’imprenditoria locale.

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1. Mentre per larga parte del secolo scorso e di quello precedente si tendeva a dare una rappresentazione piuttosto cupa della presenza spagnola a Milano, assurta a paradigma di malgoverno, la storiografia moderna ha in parte rivalutato gli effetti che la dominazione spagnola ebbe sul ducato milanese che, dalla caduta di Ludovico il Moro, aveva vissuto un’epoca di grave instabilità politica e sociale. La descrizione manzoniana della Milano spagnola come paradigma di endemica corruzione e di inefficienza amministrativa fu probabilmente imputabile più allo spirito del tempo in cui venne partorita l’opera, insofferente alla presenza straniera in Italia, piuttosto che ad un’effettiva malagestio amministrativa, almeno nelle macroscopiche proporzioni descritte. Uno degli studi più significativi al riguardo è “Aspetti della vita italo-spagnola nel ’500-’600” (1934) del crociano Fausto Nicolini.
2. Claudio Povolo, “Il romanziere e l’archivista. Da un processo veneziano del Seicento all’anonimo manoscritto dei Promessi sposi”, Cierre Edizioni, 2004.

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