Quando gli avi di Manzoni erano in causa con i miei: alle fonti de I Promessi Sposi

Un simile clima, segnato da prepotenza e corruzione, sembra riecheggiare anche nel Fermo e Lucia, dove il Conte del Sagrato gode di una tale impunità («la confidenza di costui, nutrita dal sentimento della forza e da una lunga esperienza d’impunità era venuta a tanto…») che la protezione da lui offerta a briganti e ricercati diviene motivo di desistenza da parte dell’autorità giudiziaria, priva della capacità o della volontà di perseguire le azioni criminose del Conte, divenuto giudice supremo ed ultimo del territorio a lui assoggettato:

Allora la fuga del reo era una buona scusa ai ministri della giustizia del non far nulla contra di lui, e la cosa finiva quietamente, tanto che dopo qualche tempo non se ne parlava più, né meno sommessamente, e il reo ricompariva con faccia più tosta che mai. Questo maneggio serviva non poco ad agevolare tutte le operazioni del Conte, perché le si compivano tutte senza molto impaccio dei ministri della giustizia, i quali potevano sempre allegare l’impossibilità di porvi un riparo. Quanto alle operazioni che il Conte eseguiva di propria mano, la giustizia non se ne mostrava accorta1Fermo e Lucia, Tomo II, cap. VII..

E come l’Innominato-Conte del Sagrato era divenuto “raccettatore di tutti i banditi, di tutti i fuggitivi per delitti quando fossero abili a commetterne di nuovi”, «protettore noto di tutte le cause spallate» (Fermo e Lucia, Tomo II, cap. VII) e la sua forza era «ministra di voleri iniqui, di soddisfazioni atroci, di capricci superbi» (I Promessi Sposi, cap. XIX), similmente i bravi ed i clienti dell’Arrigoni

in detta Valle si fanno lecito ogni pregiudicio del vicino, ogni tirannia de povera et minuta gente, ogni oppressione, ogni misfatto fidati nella di lui protetione.

Manzoni allo specchio: alcune analogie tra le vicende di Giacomo Maria e i racconti di Alessandro

Nell’ambito di questo rapido e certamente non esaustivo raffronto, volto ad individuare nell’opera manzoniana tracce e suggestioni l’origine delle quali potrebbe essere rinvenuta nelle vicissitudini che coinvolsero l’avo Giacomo Maria Manzoni, si può infine evidenziare come la descrizione della sentenza di condanna a morte di Gian Giacomo Mora e di Guglielmo Piazza (il commissario di sanità ed il barbiere milanesi ingiustamente accusati di essere untori durante l’epidemia del 1630 e giustiziati il 2 agosto, poche settimane prima dei monatti valsassinesi), riportata da Manzoni nella sua Storia della Colonna Infame, in cui, in appendice a I Promessi Sposi, ricostruì le vicende che portarono al processo ed all’esecuzione dei due presunti untori, sia l’esatta traduzione italiana del passaggio dell’Inquisitio, redatta in latino, di Marco Antonio Bossi dedicato all’esposizione del supplizio cui furono sottoposti Francesco Bonazzo e Caterina Rozzana nel medesimo anno:

«Ex quibus inditijs collectis, […] dictus pessimus Franciscus Bonatius, tanquam auctor dicti execrandi sceleris, uti convictus, et Catharina Rozzona prædicta tanti maleficij adiutrix et executrix confessa, ambo super curu impositi, ducti ad patibulum, inter vias forcibus candentibus vellicati, manu potentiori obtruncati, et in loco patibuli in rota vivi intexti, post sex horas iugulati, finaliter cumbusti et in cinerem conversi, in viciniorem amnem disipati».

«Quell’infernale sentenza portava che, [Piazza e Mora] messi sur un carro, fossero condotti al luogo del supplizio; tanagliati con ferro rovente, per la strada; tagliata loro la mano destra, davanti alla bottega del Mora; spezzate l’ossa con la rota, e in quella intrecciati vivi, e alzati da terra; dopo sei ore, scannati; bruciati i cadaveri, e le ceneri buttate nel fiume».

Se è indubbio che nelle sentenze di condanna fossero abitualmente utilizzate formule di rito e che le modalità di esecuzione della pena capitale comminata a Mora e Piazza fossero state minuziosamente definite nell’apposita grida emanata da Antonio Ferrer il 29 luglio 1630 per essere poi estese a tutti i condannati «di un così horrendo et essecrando delitto» con grida del 7 agosto successivo, cionondimeno non si può non osservare come il racconto di Manzoni, lungi dal ricorrere a parafrasi, ricalchi pedissequamente le parole dell’Inquisitio di Bossi, fin nell’ordine sintattico.

In conclusione non si intende asserire che la genesi de I Promessi Sposi sia riconducibile alle complesse vicende vissute da Giacomo Maria Manzoni, così come riportate nell’Inquisitio di Marco Antonio Bossi, nel memoriale di difesa della famiglia Manzoni e negli atti giudiziari conservati presso l’Archivio di Stato di Milano. Come già accennato, è però ragionevolmente ipotizzabile che tali eventi che videro protagonista il suo quadrisavolo possano avere rappresentato per il giovane Alessandro, che trascorse gran parte della sua fanciullezza e giovinezza proprio in quella villa del Caleotto acquistata dall’avo e presso la quale era conservato l’archivio di famiglia, una prima fonte di ispirazione cui attinse, rielaborando e citando indirettamente, in forma di rimandi e di indizi disseminati nelle sue opere, vicende e figure che avevano lasciato un’impronta indelebile nella storia della sua casata ed il cui ricordo, tintosi di un’aura quasi leggendaria, era rimasto vivo nella tradizione e nella memoria familiare e locale.


Piccola bibliografia di riferimento

Arrigoni, ‪Notizie storiche della Valsassina e delle terre limitrofe dalla più remota fino alla presente età, Milano, 1840‬

Baroncelli, La valle del ferro. Amministrazione e sviluppo economico nella Valsassina dei secoli XVII-XVIII, Dominioni, 1994

Daccò, Giacomo Maria Manzoni. Documenti in Atti del XIV Congresso Nazionale di Studi Manzoniani, Milano, 1991 Nicolini, Aspetti della vita italo-spagnola nel Cinque e Seicento, Napoli, 1934

Povolo, Il romanziere e l’archivista. Da un processo veneziano del Seicento all’anonimo manoscritto dei Promessi sposi, Cierre Edizioni, 2004

Povolo, Il processo a Paolo Orgiano e la comunità di Orgiano nel Seicento: presentazione di atti processuali contro il nobile Paolo Orgiano e di mappe storiche del territorio di Orgiano, Roma, 2006

Note   [ + ]

1. Fermo e Lucia, Tomo II, cap. VII.

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