Quando gli avi di Manzoni erano in causa con i miei: alle fonti de I Promessi Sposi

Nel 1628 era scoppiata la guerra di successione mantovana tra Carlo I di Gonzaga-Nevers, sostenuto dalla Francia e dalla Repubblica di Venezia, e Ferrante II Gonzaga, candidato dell’Impero, della Spagna e del Ducato di Savoia. Nel 1629 l’imperatore Ferdinando II decise di inviare i Lanzichenecchi per assediare Mantova e piegare definitivamente la resistenza di Carlo di Nevers.

Nella loro discesa da Lindau le truppe mercenarie invasero la Valsassina, non solo provocando morte e devastazioni ma anche diffondendo i bacilli della peste che divampò prima nella valle, mietendo centinaia di vittime, e poi nell’intera Lombardia. Nella popolazione, terrorizzata dalla contagiosità del morbo che sembrava inarrestabile, nacque la convinzione che l’epidemia fosse scientemente alimentata dagli untori, efferati criminali variamente identificati con monatti, spie straniere od addirittura emissari infernali, responsabili della diffusione della pestilenza tramite lo spargimento del “pestifero untume” sui muri e sulle porte delle case. Da Milano fino al più piccolo dei paesi si scatenò una vera e propria “caccia all’untore” che non risparmiò neppure la Valsassina.

Nel 1630, mentre infuriava la peste, proprio Giacomo Maria Manzoni fu accusato di essere mandante di untori, di avere fabbricato il “pestifero untume” e di praticare la stregoneria dal giureconsulto Giovanni Ambrogio Arrigoni, nominato Deputato della sanità per la Valsassina dal Supremo Tribunale della Sanità (organo che si occupava in via esclusiva di sanità e igiene pubblica nel Ducato di Milano e che era incaricato di vigilare sulla diffusione delle epidemie) e figlio di quel Giovanni assassinato nel 1621.

Nel maggio dello stesso anno l’Arrigoni aveva disposto l’arresto di alcuni monatti sospettati di essere untori1«Franciscus Manzonus appellatus Bonatius pauper rusticus et eius familiares et adiutores, qui purgantibus et sepulturam infectorum incumbebant, exercentes munus volgo de monatti, essent suspecti de pessima confectione unguenti», Inquisitio di Marco Antonio Bossi.. Due di loro, il contadino Francesco detto Bonazzo Manzoni e la compagna Caterina Rozzana, sottoposti a tortura, avevano confessato i crimini commessi e, processati, erano stati condannati a morte dal Senato e giustiziati a Milano il 7 settembre 1630 in base alle deposizioni di due giovanissimi testimoni, la figlia minorenne di Bonazzo, Maria Elisabetta detta Betta, ed il monatto quindicenne Bernardo Boccaretto, anch’essi arrestati ed imputati nel processo. Un loro complice, Francesco Bagarone, era deceduto in carcere.

I due testimoni, divenuti “collaboratori di giustizia”, non si limitarono a rivolgere le loro accuse contro Francesco Bonazzo e la Rozzana ma giunsero ad affermare che gli untori erano dei meri esecutori che agivano su preciso incarico di un potente mandante, Giacomo Maria Manzoni, il cui coinvolgimento era stato estorto sotto tortura anche alla Rozzana. Betta, il teste-chiave dell’intera indagine, dichiarò che era il ricco imprenditore a preparare ed a portare di nascosto il “pessimum unguentum” al padre affinché lui ed i suoi complici spargessero il preparato sui muri, sui chiavistelli e sugli stipiti delle porte delle abitazioni dei suoi nemici ed in particolare su quelle degli Arrigoni, comprese le case del Deputato della sanità e del fratello, il notaio Antonio Francesco, morto proprio di peste nel 1630. Ella inoltre accusò Manzoni di prendere parte, insieme ai suoi parenti, a conviti notturni, demoniaci e blasfemi (“diabolicum fundum barilotti”), nei quali compivano azioni sacrileghe alla presenza del diavolo in persona.

Stemma Arrigoni
Stemma Manzoni
(conservato a Lecco)

Sulla base di tali evidenze probatorie, nell’ottobre del 1630 Giovanni Ambrogio Arrigoni ordinò l’arresto di Giacomo Maria Manzoni, che subì anche la confisca di tutti i suoi beni, e del figlio.

La natura stupefacente delle accuse e la gravità dei capi di imputazione formulati contro uno dei più importanti imprenditori siderurgici del Ducato indusse il Supremo Tribunale della Sanità a disporre una nuova inchiesta che fu affidata al giureconsulto Marco Antonio Bossi, delegato generale del Tribunale “pro visitationibus, ordinibus et processibus formandis in materia sanitatis” nel territorio milanese. Le indagini di Bossi, che si dipanarono per quasi l’intero 1631, comportarono il riesame degli atti processuali, la raccolta di elementi di prova precedentemente non valutati e nuovi interrogatori dei testimoni concludendosi con l’accertamento dell’innocenza dell’imputato ed il conseguente proscioglimento.

Nella Inquisitio consegnata al Tribunale della Sanità il 2 dicembre 1631, infatti, Bossi espose le conclusioni della sua inchiesta, affermando l’infondatezza e la falsità degli addebiti mossi a Manzoni e sostenendo che l’intero impianto accusatorio era quello che definì un abile «machinamentum […] et diabolicam imposturam» orchestrato da Giovanni Ambrogio Arrigoni allo scopo di «distruggere, estirpare fino alle radici» i Manzoni, avversari e “perpetui competitores” della sua famiglia nonché presunti mandanti dell’omicidio del padre2Nell’Inquisitio si afferma che l’Arrigoni fece tutto questo «ad finem ut Iacobum Mariam Manzonum et filium eius, ut supra inimicos et iam antiquos perderet et radicitus evelleret, cum sint ex principalioribus dictae Vallis Saxinæ et perpetui competitores cum dicti familia Arrigona, et ut ab alijs sic falso gravatis pecunias emungeret et abraderet»..

Bossi, inoltre, accusava il Deputato della Sanità di avere estorto le confessioni di Bonazzo e della compagna con la tortura e di avere fatto ricorso a minacce, blandizie e ad una “modica […] tortura” per costringere i due ragazzini e la stessa Rozzana, imprigionati nel suo palazzo di Cremeno, a deporre il falso in cambio della libertà, arrivando persino a sedurre la giovane Maria Elisabetta ed a prometterle di sposarla come ricompensa per la sua falsa testimonianza contro i Manzoni3«Ipse [Egr. D. Deputatus Io. Ambrosius Arrigonus, NdA] in domo eius in Villa prædicta Cremeni retineret et carceratos separatos in diversis cameris, nactus occasione summendæ vidictæ contra infrascriptos, quos intestino et capitali odio prosequebatur, gravi inimicitia, gravissimis et capitalibus occasionibus causata, induxit et instigavit dictam Mariam Elisabettam, tum minis, tum blanditijs, quod Iacobus Maria Manzonus esset dator et auctor dictæ pessimæ untionis, mandatumque dedisset ipsi Bonatio ad perungendas diversas portas et fores ipsius inquisiti et alterius eius fratris Antonij Francisci ex peste defuncti, istigando pariter ijsdem blanditijs, minis, et promissionibus de eum liberandum dictum Boccaretum puerum annorum quindecim, et etiam instigando, Catherinam Rozzonam ad se conformandum, cum ipsis Maria Elisabetta et Boccaretto instigavit et induxit ad falsum deponendum contra Iacobum Mariam Manzonum et se insimul in dictis depositionibus falsis coadiuvandum et conformandum, et hoc dum ipsos haberet in eius potestate et illos alloquerentur solus, curando quod praedicta omnia falsa deponerent, prout deposuerunt, et etiam modica inflicta tortura substinuerunt, prædictos Mariam Elisabettam, Bernardum Boccarettum et Rozzonam instigando ad falso gravandum prout gravaverunt Iacobum Manzonum, dicti Delegati inimicum, de eo, quod, et ipse esset dicti consumationis pessimo unguenti conscius et particeps, et, quod quodam sero mensis Iunii dicti anni 1630, recepisset partem unguenti pestiferi a manu dicti pessimi Bonatij ut illud in pessimos usus consumer», Inquisitio di Marco Antonio Bossi..

Ad esito delle indagini del Bossi, Giovanni Ambrogio Arrigoni venne a sua volta arrestato, privato del notariato e della carica di fiscale di Lecco ed incriminato per avere costretto i testimoni ad indicare falsamente Giacomo Maria Manzoni come mandante degli untori; nella notte del 2 maggio 1631 riuscì però ad evadere dal carcere di Milano, ancora una volta grazie all’intervento dei suoi parenti, e a far perdere le sue tracce4«“Et quæ omnia comprobata sunt, cum fuga ipsiusmet inquisiti cum vi et fractura e carceribus, secuta sub nocte diei secundi Maij præteriti”»..

Una decina di anni dopo, il Manzoni additò don Emilio Arrigoni come l’occulto ideatore e regista dell’intrigo, capace di indirizzare l’azione del cugino Giovanni Ambrogio, che aveva fatto nominare Deputato della sanità, rimanendo prudentemente nell’ombra ed evitando così ogni coinvolgimento processuale5Nel memoriale difensivo presentato dai Manzoni al Senato nel 1640 si legge: «Emilio Arrigoni giorno e notte studia imposture. Ma quale maggiore impostura si può considerare di quella che l’anno 1630 trammò contro li stessi Manzoni procurando la delegatione in Ambrogio Arrigoni suo cugino per le provisioni e processi di peste con il quale congiurò di estirpare Iacomo Maria et fece nominare da alchuni monatti confessi da haver pestiferamente onto perché morissero infinite famiglie della Valsasna et fecero che detti monatti falsamente deponessero ne suoi esami che havevano ricevuto l’onto di mano di Iacomo Maria Manzoni che essi dispensarono che a loro lo diede principalmente per ungere et inpestare. Havessero detto Iacomo Maria et cugini rinnegato et calpestato il Crocifisso et datosi al diavolo et divenuti stregoni et che andassero ogni notte ai balli, conviti et lussurie diaboliche. […] Emilio [aveva] trovato testimoni che si fecero esaminare per gravare detto Iacomo Maria nominandosi con nome simulato et falso»..

È opportuno sottolineare come il Bossi, il cui principale obbiettivo era accertare la colpevolezza di Manzoni o la sua estraneità ai fatti contestatigli, fosse convinto che i monatti giustiziati fossero realmente degli untori, autori “d’un delitto fisicamente e moralmente impossibile”6A. Manzoni, Introduzione alla Storia della Colonna Infame, 1840.. Nella Inquisitio emerge chiaramente come per il giureconsulto fossero autentiche le accuse a loro carico ed ineccepibile la condanna comminata.

L’inquisitore non sembrò, infatti, dubitare della colpevolezza dei condannati, autori di quella che definì una “esecrabile scelleratezza”, né sollevò eccezioni rispetto alla regolarità dell’inchiesta condotta sui loro gravi misfatti7«Capti et detenti fuerunt Franciscus Bonatius, Maria Elisabeta eius filia, Bernardus Boccarettus, Catherina Rozzona dicti Bonatij amica, multaque gravia et urgentia inditia in progressu processuum colligisset ex quibus dictius Bonatius reus apparebat de confectione dicti pessimi unguenti et de excavatione bubonorum, nedum cadaveris sed vivis adhunc corporibus, ad dictum pessimum unguentum conficiendum et dispensationi dicti unguenti ad perungendos fores, pessulos et claves diversorrum, media etiam opera et auxilio cooperativis, ad dictum scelestissimum opus dictæ Catharinæ Rozzonæ et aliorum. Ex quibus inditijs collectis, dictus pessimus Franciscus Bonatius, tanquam auctor dicti execrandi sceleris, uti convictus, et Catharina Rozzona prædicta tanti maleficij adiutrix et executrix confessa, ambo super curu impositi, ducti ad patibulum…», A.S.MI., Commercio p.a., 216..

Vendette e ritorsioni

All’esito di questi eventi Giacomo Maria Manzoni venne prosciolto e tornò ad occuparsi delle sue proprietà, senza però rinunciare ai metodi spregiudicati che avevano segnato la sua ascesa sociale.

Nel 1635 fu imputato nel processo per l’assassinio di un suo parente, il quasi omonimo Giacomo Manzoni, e subì nuovamente la confisca di tutti i beni ma il processo si risolse con l’ennesima assoluzione.

Note   [ + ]

1. «Franciscus Manzonus appellatus Bonatius pauper rusticus et eius familiares et adiutores, qui purgantibus et sepulturam infectorum incumbebant, exercentes munus volgo de monatti, essent suspecti de pessima confectione unguenti», Inquisitio di Marco Antonio Bossi.
2. Nell’Inquisitio si afferma che l’Arrigoni fece tutto questo «ad finem ut Iacobum Mariam Manzonum et filium eius, ut supra inimicos et iam antiquos perderet et radicitus evelleret, cum sint ex principalioribus dictae Vallis Saxinæ et perpetui competitores cum dicti familia Arrigona, et ut ab alijs sic falso gravatis pecunias emungeret et abraderet».
3. «Ipse [Egr. D. Deputatus Io. Ambrosius Arrigonus, NdA] in domo eius in Villa prædicta Cremeni retineret et carceratos separatos in diversis cameris, nactus occasione summendæ vidictæ contra infrascriptos, quos intestino et capitali odio prosequebatur, gravi inimicitia, gravissimis et capitalibus occasionibus causata, induxit et instigavit dictam Mariam Elisabettam, tum minis, tum blanditijs, quod Iacobus Maria Manzonus esset dator et auctor dictæ pessimæ untionis, mandatumque dedisset ipsi Bonatio ad perungendas diversas portas et fores ipsius inquisiti et alterius eius fratris Antonij Francisci ex peste defuncti, istigando pariter ijsdem blanditijs, minis, et promissionibus de eum liberandum dictum Boccaretum puerum annorum quindecim, et etiam instigando, Catherinam Rozzonam ad se conformandum, cum ipsis Maria Elisabetta et Boccaretto instigavit et induxit ad falsum deponendum contra Iacobum Mariam Manzonum et se insimul in dictis depositionibus falsis coadiuvandum et conformandum, et hoc dum ipsos haberet in eius potestate et illos alloquerentur solus, curando quod praedicta omnia falsa deponerent, prout deposuerunt, et etiam modica inflicta tortura substinuerunt, prædictos Mariam Elisabettam, Bernardum Boccarettum et Rozzonam instigando ad falso gravandum prout gravaverunt Iacobum Manzonum, dicti Delegati inimicum, de eo, quod, et ipse esset dicti consumationis pessimo unguenti conscius et particeps, et, quod quodam sero mensis Iunii dicti anni 1630, recepisset partem unguenti pestiferi a manu dicti pessimi Bonatij ut illud in pessimos usus consumer», Inquisitio di Marco Antonio Bossi.
4. «“Et quæ omnia comprobata sunt, cum fuga ipsiusmet inquisiti cum vi et fractura e carceribus, secuta sub nocte diei secundi Maij præteriti”».
5. Nel memoriale difensivo presentato dai Manzoni al Senato nel 1640 si legge: «Emilio Arrigoni giorno e notte studia imposture. Ma quale maggiore impostura si può considerare di quella che l’anno 1630 trammò contro li stessi Manzoni procurando la delegatione in Ambrogio Arrigoni suo cugino per le provisioni e processi di peste con il quale congiurò di estirpare Iacomo Maria et fece nominare da alchuni monatti confessi da haver pestiferamente onto perché morissero infinite famiglie della Valsasna et fecero che detti monatti falsamente deponessero ne suoi esami che havevano ricevuto l’onto di mano di Iacomo Maria Manzoni che essi dispensarono che a loro lo diede principalmente per ungere et inpestare. Havessero detto Iacomo Maria et cugini rinnegato et calpestato il Crocifisso et datosi al diavolo et divenuti stregoni et che andassero ogni notte ai balli, conviti et lussurie diaboliche. […] Emilio [aveva] trovato testimoni che si fecero esaminare per gravare detto Iacomo Maria nominandosi con nome simulato et falso».
6. A. Manzoni, Introduzione alla Storia della Colonna Infame, 1840.
7. «Capti et detenti fuerunt Franciscus Bonatius, Maria Elisabeta eius filia, Bernardus Boccarettus, Catherina Rozzona dicti Bonatij amica, multaque gravia et urgentia inditia in progressu processuum colligisset ex quibus dictius Bonatius reus apparebat de confectione dicti pessimi unguenti et de excavatione bubonorum, nedum cadaveris sed vivis adhunc corporibus, ad dictum pessimum unguentum conficiendum et dispensationi dicti unguenti ad perungendos fores, pessulos et claves diversorrum, media etiam opera et auxilio cooperativis, ad dictum scelestissimum opus dictæ Catharinæ Rozzonæ et aliorum. Ex quibus inditijs collectis, dictus pessimus Franciscus Bonatius, tanquam auctor dicti execrandi sceleris, uti convictus, et Catharina Rozzona prædicta tanti maleficij adiutrix et executrix confessa, ambo super curu impositi, ducti ad patibulum…», A.S.MI., Commercio p.a., 216.

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