Quando gli avi di Manzoni erano in causa con i miei: alle fonti de I Promessi Sposi

Nel 1636 il conflitto con gli Arrigoni si riacutizzò. In quell’anno il cardinale Richelieu aveva inviato il Duca di Rohan in Italia per espellere l’esercito imperiale dalla Valtellina. Arrivate in Valsassina, le truppe del Duca guidate dal capitano di ventura Sebastiano Pomi, mercante e sostenitore degli Arrigoni, incendiarono le ferriere e le proprietà dei Manzoni e dei loro alleati Buzzoni, compiendo devastazioni e saccheggi, mentre risparmiarono gli altiforni di Emilio1Nel loro memoriale difensivo i Manzoni ricordavano: «Sebastiano Pomi detto il Polognina che di niuna cosa era più avido che de profitti de detti edifitij et di dette vene et andava cercando di impadronirsi delle miniere sendo mercante di ferro nel tempo ch’egli condusse Rouano et l’esercito francese nella Valsasna per saccheggiarla come fu saccheggiata nel 1636, aconciandoli il camino et facendole la guida per le rapine, di modo che detti francesi abrugiassero quelli forni e fucine che a lui parse e preservando et facendo preservare alcuni. […] Fra questi non furno tocchi li edifitij di Emilio Arrigoni o de suoi parenti confederati ma si bene quelli de Manzoni et di quelli che hanno particolare interesse con loro»..

Il nobile pensava di essersi liberato dei detestati concorrenti e di avere al contempo riconquistato una posizione di monopolio sulla produzione del ferro ma non aveva considerato la pronta reazione dei suoi avversari, che rapidamente ricostruirono i loro forni mentre il Pomi veniva arrestato.

Nel 1640 Giacomo Maria ed il figlio Pasino furono accusati di essere i mandanti dell’omicidio di Luigi Arrigoni, assassinato nel dicembre dell’anno precedente, e vennero arrestati insieme a due bravi, esecutori materiali del delitto, subendo nuovamente la confisca di tutti i loro beni2A.S.MI., Finanze p.a., Confische, 699.. Nel memoriale della difesa inviato, in forma di supplica, al Presidente del Senato, i Manzoni si dichiararono del tutto estranei al crimine. In esso sostennero che, subito dopo l’aggressione, la vittima, visitata ormai moribonda dal sindacatore di giustizia incaricato di svolgere l’inchiesta, non mosse loro alcun addebito, additando invece come responsabile un certo Pietro Buzzoni, un suo rivale in contese galanti che, grazie all’influenza dello zio Emilio, era stato condannato dal Podestà di Lecco alla prigione ed all’esilio dopo essere stato malmenato pubblicamente proprio da Luigi3«[…] dolendosi Pietro Buzoni con esso Luigi di questo, che lo havesse fatto condannare alla galera, esso Luigi in pubblica piazza levò un piede et poi una mano per mal trattarlo. Ma d’onde procedeva questa aversione d’animo dell’infelice Luigi a Pietro Buzoni? È notorio perché Luigi si teneva l’Adone delle Veneri di Introbio et della Valle alla quali pareva meno profumato e forte cacciatore l’Adone Buzoni».. Secondo i Manzoni era stato Emilio a forzare il nipote ad incolparli del violento assalto subito e, dopo la sua morte, a dirigere l’andamento del processo intentato contro di loro, formalmente presieduto dal Capitano di Giustizia ma di fatto orchestrato dal nobile, attraverso l’introduzione in giudizio di prove false e la citazione di testimoni compiacenti opportunamente istruiti ed intimiditi4«Ma Emilio Arrigoni, che vistosi il mazzo tutto delle carti nella mano pensò di accomodarsi d’una bella primiera, sforzò Luigi ad incolpare i Manzoni et perché havea mandato là il Sindacatore, impeprato il Sindacato per i suoi interessi fini fece il capo al processo a modo suo et calumnie et false informationi procurò presso il signor Capitano di Giustizia non per altro fine che per mascherar la verità et affliggere di soverchia spesa i supplicanti [Manzoni] e fare il capo del processo, fatto si può dire da esso Emilio et non dal signor Capitano di Giustizia, mentre li testimonij sono stati condotti da esso Emilio con l’informatione, dattagli in voce et in scritto, che quelli che deviaranno dalla scrittura prescrittagli da Emilio che stava alle porte dell’aula dove s’esaminavano non si riceverano et si licentiavano»..

Nella sua difesa il Manzoni affermava che tutte le sue traversie giudiziarie erano riconducibili proprio all’inimicizia con il capo della famiglia rivale, Emilio Arrigoni, definito «tiranno della Valsasna, […] che ha potestà di mandare i sindacatori e gli stessi Capitani di Giustizia che condannano come egli ditta»5A.S.MI., Commercio p.a., 216..

I Manzoni, pertanto, lamentavano come anche quest’ultima accusa fosse il prodotto di una congiura dei loro nemici, fondata su testimonianze mendaci. L’obbiettivo degli Arrigoni era la rovina dei Manzoni che, con la confisca patrimoniale subita, sarebbero stati costretti a spegnere le fucine ed a fermare la loro produzione, a vantaggio esclusivo dei loro principali rivali i quali, in virtù dell’influenza esercitata su un’autorità giudiziaria particolarmente condiscendente nei loro confronti, avrebbero finalmente eliminato la scomoda concorrenza.

Chiedevano, pertanto, di essere liberati in attesa del giudizio, affermando che, in assenza di un provvedimento del Senato, sarebbero stati costretti a rimanere in carcere a causa del “credito et la potenza di Emilio” e della complicità del Capitano di Giustizia6«Quale Emilio anco ha fatto dare il reato a Iacomo Maria et figliolo per impedire che al forno di Premana non si dij foco per indi rendere otiose le fucine et rovinare i detti Manzoni per locupletarsi lui et suoi parenti et adherenti perché lavorino i forni suoi. Et tuttavia è tale il credito et la potenza di Emilio che [i Manzoni] saranno forzati a stare prigioni fin tanto che di novo il capitano di Giustizia torni in Valsasna a compire la tessitura delle negre tele ordite da detto Emilio e fra tanto secondo il fine di detto Emilio restarono otiosi gl’edifitij di Premana con un danno infinito di migliaia et migliaia de scudi ai supplicanti». nella tessitura delle “negre tele” ordite dal primo.

I supplicanti videro accolta la richiesta di essere rilasciati su cauzione e posti agli arresti domiciliari presso Premana, in modo da assicurare la regolare prosecuzione dell’attività dei loro altiforni. Pasino, inoltre, intentò una causa per calunnia e falso contro lo stesso Emilio Arrigoni ma, ancora una volta, questi ne uscì indenne, potendo beneficiare del sostegno di tutto il suo casato e dell’appoggio politico proveniente dalle sue influenti conoscenze.

Il processo contro i Manzoni proseguì per alcuni anni e si concluse nel 1647 con una cospicua sanzione pecuniaria comminata a Pasino. L’anziano Giacomo Maria non poté vederne la fine, essendosi spento il 10 marzo 1642 nel suo palazzo al Caleotto di Lecco.

La vita di Giacomo Maria Manzoni appare costellata da episodi e figure che presentano notevoli affinità con quelle magistralmente tratteggiate dal suo celeberrimo discendente.

Nella cornice della Valsassina e dell’Alto Lario compaiono, infatti, invasioni di mercenari stranieri, epidemie di peste, monatti, untori giustiziati, squadre di bravi esecutori degli ordini dei rispettivi signori, spregiudicati seduttori di giovani fanciulle e potenti nobili che ricorrevano alla violenza ed alla corruzione per imporre il proprio volere potendo fare affidamento su una sostanziale impunità agevolata dalla compiacenza di un sistema giudiziario in cui il potere e le conoscenze esercitavano una forza persuasiva ben superiore alle istanze di giustizia.

Gli anni in cui si svolsero tali vicende, inoltre, sono gli stessi de I Promessi Sposi, quelli della grande epidemia del 1630, e similmente i luoghi, Milano e l’alto lecchese, sono i medesimi delle opere manzoniane ivi ambientate, i Promessi Sposi, il Fermo e Lucia e la Storia della Colonna Infame, che costituì il nucleo iniziale attorno al quale cominciò a delinearsi, nella mente di Manzoni, il progetto della redazione di un romanzo storico nella drammatica cornice dell’epidemia di peste.

È dunque ben più che probabile che le vicende del controverso antenato possano avere costituito per Alessandro una fonte di ispirazione per l’ambientazione e la descrizione dei tratti di alcuni dei protagonisti del suo racconto, quasi si trattasse di un gioco caleidoscopio in cui figure ed eventi narrati in un romanzo fedele al vero storico si intrecciavano con vicende storico-familiari dai risvolti che molti non esiterebbero a definire romanzeschi.

All’interno dell’opera manzoniana è possibile ravvisare alcuni indizi di questa “contaminazione” che, se fossero derubricabili a mere coincidenze, risulterebbero ancor più singolari e sorprendenti.

Nel capitolo VI del Tomo II del Fermo e Lucia, la protagonista narra a Suor Gertrude la triste vicenda di una sua sventurata compaesana, di nome Bettina, irretita e rapidamente abbandonata da Don Rodrigo. È interessante notare come la meschina amica di Lucia condividesse sostanzialmente il medesimo diminutivo di Betta Manzoni, sedotta da Giovanni Ambrogio Arrigoni allo scopo di ottenere la falsa deposizione contro Giacomo Maria Manzoni; è inoltre significativo che l’autore dell’opera si sia premurato di specificare, nella narrazione dell’episodio, l’avvenuta rottura dei rapporti familiari che legavano Bettina ai suoi genitori, culminata nella partenza della giovane dal paese, la medesima sorte condivisa da Betta Manzoni.

Alcune analogie si possono individuare anche tra il contegno di Giovanni Ambrogio Arrigoni e quello di Don Rodrigo: come il capriccio del signorotto nato da una scommessa, dinnanzi al fermo e nobile rifiuto di Lucia, era divenuto un mero pretesto per soddisfare un distorto senso dell’onore (una questione di puntiglio che finirà per infamare, piuttosto che salvaguardare, la rispettabilità della sua stirpe), le azioni dell’Arrigoni erano state similmente dettate da un medesimo puntiglio, dalla brama di affermare la superiorità del suo casato, e con essa la personale reputazione, attraverso la distruzione degli “homines novi” rivali, giungendo al punto di simulare un improvviso ed interessato invaghimento per una povera fanciulla al fine di trasformarla nello strumento delle sue macchinazioni.

Non sorprende, pertanto, che la tradizione orale lecchese, fin dalla pubblicazione della Ventisettana, avesse identificato il palazzotto di Don Rodrigo, che «sorgeva isolato, a somiglianza di una bicocca, sulla cima di uno dei poggi ond’è sparsa e rilevata quella costiera» e «con la sua torre piatta, elevato sopra le casucce ammucchiate alla falda del promontorio», con il palazzo edificato nel 1570 proprio dagli Arrigoni sulla sommità di un rilievo, denominato “zucco”, di Olate di Lecco.

Emilio Arrigoni e l’Innominato. Testi e documenti a confronto

Francisco Hayez, Ritratto dell’Innominato, 1845

Parimenti non può non suscitare qualche interesse il fatto che alcuni dei comportamenti che nel memoriale difensivo dei Manzoni del 1640 venivano ascritti ad Emilio Arrigoni trovassero non indifferenti affinità con gli atteggiamenti che Alessandro Manzoni riferì al Conte del Sagrato, nel Fermo e Lucia, ed all’Innominato, ne I Promessi Sposi. Se, per sua esplicita ammissione, Manzoni modellò la figura dell’Innominato su quella di Francesco Bernardino Visconti, Signore di Brignano e temuto bandito, la cui conversione avvenne in occasione di un incontro con il cardinale Federico Borromeo durante una visita pastorale dall’arcivescovo a Treviglio, fu lo stesso scrittore ad affermare in una lettera all’amico Cesare Cantù di avere voluto trasferire il castello dell’Innominato in Valsassina, proprio la terra del suo quadrisavolo e di Emilio Arrigoni7Nel memoriale, i Manzoni osservavano che «Emilio et adherenti […] hanno l’orecchie de suppremi ministri et de giudici, e si admettono nel foro et massime nel foro criminale dove si tratta della vita et reputatione d’ogn’uomo”. Aggiungevano poi che “[nelle] lettere di tutti i podestà della Valsasna da 20 anni in qua scritte ai Governatori di questo stato et al Senato li nomi che infestano et tiranneggiano le provincie ad essi podestà commesse se altri che Emilio et i suoi fratelli sono per tiranni della Valsasna nominati. […] niun’altra cosa è stata più richiesta per rimedio delle ruine di essa valle che il levare Emilio et i suoi adherenti dal potere esercitare i suoi atti tirannici. Si veda ciò che habbiano scritto quei podestà che hanno avuto il vero zelo della Giustizia Regia, come Emilio si compri il credito con quai mezzi con quali incanti et con quali inganni s’acquisti l’affettione de Ministri, che lo portano, lo favoriscono in modo che nelle pubbliche piazze di tutta la Valle asseverano i suoi fratelli et adherenti che è in potestà di detto Emilio di liberare uno che sia sopra la forca condannato a morire et far che un altro che sij sempre stato in oratione e con la corona in mano sij impiccato. Queste bravate che per lui profitano in Valsasna dai semplici si credano mentre veggono che niuno processo contro di lui si termina, niente di quello che di lui si scrive ha risposta né rimedio, mentre vedono che le continue imposture da lui machinate travagliano i sudditi, mentre sono forzati a vedere che l’istesso è potente di mandare i sindacatori in Valsasna, che condannano et absolvono conforme a che lui detta et che gl’istessi capitani di Giustizia che fanno a cenni del detto Emilio la giustizia parendo che di lui habbino rivential timore.
Meravigliare dunque non si deviono ch’egli Emilio si fa stimare l’Arbitro Regio in tutta la Valle et l’onnipotente et vuole degl’obsequij che i più importanti feudatari sogliono abradere dai sudditi, per impinguarsi che se da alcuno gli viene negato absequijo che egli desideri lo ruini. Per il contrario i suoi amici et adherenti in detta Valle si fanno lecito ogni pregiudicio del vicino, ogni tirannia de povera et minuta gente, ogni oppressione, ogni misfatto fidati nella di lui protetione
».
.

Il memoriale dei Manzoni dipinge il fosco quadro di una tirannide fondata sull’intimidazione che presenta significative analogie con il regno del terrore instaurato dall’Innominato nella medesima Valsassina, la cui mancata citazione nel romanzo la rende “innominata” al pari del suo signore.

Come Emilio Arrigoni era considerato «l’Arbitro regio in tutta la Valle et l’onnipotente», dato che lui ed i suoi uomini «hanno l’orecchie de suppremi ministri et de giudici e si admettono nel foro», e pretendeva di essere riverito come un feudatario dai suoi sudditi, rovinando chiunque se lo inimicasse negandogli l’estorto ossequio8«[…] et vuole degl’obsequij che i più importanti feudatari sogliono abradere dai sudditi, per impinguarsi che se da alcuno gli viene negato absequijo che egli desideri lo ruini»., così l’Innominato era detto «arbitro, padrone negli affari altrui, senz’altro interesse che il gusto di comandare; esser temuto da tutti, aver la mano da coloro ch’eran soliti averla dagli altri» ed imponeva a

tutti i tiranni […] scegliere tra l’amicizia e l’inimicizia di quel tiranno straordinario. Ma ai primi che avevano voluto provar di resistergli, la gli era andata così male, che nessuno si sentiva più di mettersi a quella prova, dato che quando una parte, con un omaggio vassallesco, era andata a rimettere in lui un affare qualunque, l’altra parte si trovava a quella dura scelta, o di stare alla sua sentenza, o di dichiararsi suo nemico9I Promessi Sposi, cap. XIX..

Allo stesso modo, nel Fermo e Lucia, Manzoni scriveva che il Conte del Sagrato

menava una vita sciolta da ogni riguardo di legge, comandando a tutti gli abitatori del contorno, non riconoscendo superiore a sè, arbitro violento dei negozj altrui come di quelli nei quali era parte10Fermo e Lucia, Tomo II, cap. VII..

Nella loro memoria difensiva i Manzoni contestavano non solo le azioni di Emilio ma anche il comportamento remissivo e quasi intimidito delle pubbliche istituzioni, la benevolenza delle quali era per lui garanzia di impunità, consentendogli di ergersi ad unica autorità legittimata, in virtù della forza piuttosto della legge, ad amministrare la giustizia, al punto che si diceva fosse in suo potere liberare i condannati a morte e fare giustiziare gli innocenti. Nonostante le molte denunce dirette a «levare Emilio et i suoi adherenti dal potere esercitare i suoi atti tirannici», infatti, i supplicanti erano costretti a constatare come il tiranno della Valsassina

si compri il credito con quai mezzi con quali incanti et con quali inganni s’acquisti l’affettione de Ministri, che lo portano, lo favoriscono in modo che nelle pubbliche piazze di tutta la Valle asseverano i suoi fratelli et adherenti che è in potestà di detto Emilio di liberare uno che sia sopra la forca condannato a morire et far che un altro che sij sempre stato in oratione e con la corona in mano sij impiccato,

tanto che i suoi

sudditi sono forzati a vedere che l’istesso è potente di mandare i sindacatori in Valsasna, che condannano et absolvono conforme a che lui detta et che gl’istessi capitani di Giustizia che fanno a cenni del detto Emilio la giustizia parendo che di lui habbino rivential timore,

senza «che niuno processo contro di lui si termina».

La condiscendenza e la docilità manifestate dalle istituzioni valsassinesi preposte all’amministrazione della giustizia sembrano quasi riverberarsi nella descrizione dell’atteggiamento compiacente ed acquiescente, per non dire complice, del podestà di Lecco, «quel medesimo a cui, in teoria, sarebbe toccato a far giustizia a Renzo Tramaglino, e a fare star a dovere don Rodrigo» (I Promessi Sposi, cap.V), che fra’ Cristoforo incontra ospite loquace e garrulo del banchetto offerto dallo scellerato nobile mentre è impegnato a discettare di una frivola disputa di diritto cavalleresco con quel fervore che avrebbe dovuto riservare all’esercizio equo ed imparziale delle funzioni affidategli piuttosto che a fatue disquisizioni conviviali in compagnia del conte Attilio e dell’avvocato Azzecca-garbugli (altro paradigma di manipolatore della legge che difende i colpevoli, garantendo loro impunità e protezione, e nega alle vittime la tutela dei propri diritti, arrivando a sovvertire completamente il concetto stesso di giustizia11«Chi dice le bugie al dottore, vedete figliuolo, è uno sciocco che dirà la verità al giudice. All’avvocato bisogna raccontar le cose chiare: a noi tocca poi a imbrogliarle. Se volete ch’io v’aiuti, bisogna dirmi tutto, dall’a fino alla zeta, col cuore in mano, come al confessore. Dovete nominarmi la persona da cui avete avuto il mandato: sarà naturalmente persona di riguardo; e, in questo caso, io anderò da lui, a fare un atto di dovere. Non gli dirò, vedete, ch’io sappia da voi, che v’ha mandato lui: fidatevi. Gli dirò che vengo ad implorar la sua protezione, per un povero giovine calunniato. E con lui prenderò i concerti opportuni, per finir l’affare lodevolmente. Capite bene che, salvando sé, salverà anche voi. Se poi la scappata fosse tutta vostra, via, non mi ritiro: ho cavato altri da peggio imbrogli… Purché non abbiate offeso persona di riguardo, intendiamoci, m’impegno a togliervi d’impiccio: con un po’ di spesa, intendiamoci. Dovete dirmi chi sia l’offeso, come si dice: e, secondo la condizione, la qualità e l’umore dell’amico, si vedrà se convenga più di tenerlo a segno con le protezioni, o trovar qualche modo d’attaccarlo noi in criminale, e mettergli una pulce nell’orecchio; perché, vedete, a saper ben maneggiare le gride, nessuno è reo, e nessuno è innocente» (I Promessi Sposi, Cap. III).).

Note   [ + ]

1. Nel loro memoriale difensivo i Manzoni ricordavano: «Sebastiano Pomi detto il Polognina che di niuna cosa era più avido che de profitti de detti edifitij et di dette vene et andava cercando di impadronirsi delle miniere sendo mercante di ferro nel tempo ch’egli condusse Rouano et l’esercito francese nella Valsasna per saccheggiarla come fu saccheggiata nel 1636, aconciandoli il camino et facendole la guida per le rapine, di modo che detti francesi abrugiassero quelli forni e fucine che a lui parse e preservando et facendo preservare alcuni. […] Fra questi non furno tocchi li edifitij di Emilio Arrigoni o de suoi parenti confederati ma si bene quelli de Manzoni et di quelli che hanno particolare interesse con loro».
2. A.S.MI., Finanze p.a., Confische, 699.
3. «[…] dolendosi Pietro Buzoni con esso Luigi di questo, che lo havesse fatto condannare alla galera, esso Luigi in pubblica piazza levò un piede et poi una mano per mal trattarlo. Ma d’onde procedeva questa aversione d’animo dell’infelice Luigi a Pietro Buzoni? È notorio perché Luigi si teneva l’Adone delle Veneri di Introbio et della Valle alla quali pareva meno profumato e forte cacciatore l’Adone Buzoni».
4. «Ma Emilio Arrigoni, che vistosi il mazzo tutto delle carti nella mano pensò di accomodarsi d’una bella primiera, sforzò Luigi ad incolpare i Manzoni et perché havea mandato là il Sindacatore, impeprato il Sindacato per i suoi interessi fini fece il capo al processo a modo suo et calumnie et false informationi procurò presso il signor Capitano di Giustizia non per altro fine che per mascherar la verità et affliggere di soverchia spesa i supplicanti [Manzoni] e fare il capo del processo, fatto si può dire da esso Emilio et non dal signor Capitano di Giustizia, mentre li testimonij sono stati condotti da esso Emilio con l’informatione, dattagli in voce et in scritto, che quelli che deviaranno dalla scrittura prescrittagli da Emilio che stava alle porte dell’aula dove s’esaminavano non si riceverano et si licentiavano».
5. A.S.MI., Commercio p.a., 216.
6. «Quale Emilio anco ha fatto dare il reato a Iacomo Maria et figliolo per impedire che al forno di Premana non si dij foco per indi rendere otiose le fucine et rovinare i detti Manzoni per locupletarsi lui et suoi parenti et adherenti perché lavorino i forni suoi. Et tuttavia è tale il credito et la potenza di Emilio che [i Manzoni] saranno forzati a stare prigioni fin tanto che di novo il capitano di Giustizia torni in Valsasna a compire la tessitura delle negre tele ordite da detto Emilio e fra tanto secondo il fine di detto Emilio restarono otiosi gl’edifitij di Premana con un danno infinito di migliaia et migliaia de scudi ai supplicanti».
7. Nel memoriale, i Manzoni osservavano che «Emilio et adherenti […] hanno l’orecchie de suppremi ministri et de giudici, e si admettono nel foro et massime nel foro criminale dove si tratta della vita et reputatione d’ogn’uomo”. Aggiungevano poi che “[nelle] lettere di tutti i podestà della Valsasna da 20 anni in qua scritte ai Governatori di questo stato et al Senato li nomi che infestano et tiranneggiano le provincie ad essi podestà commesse se altri che Emilio et i suoi fratelli sono per tiranni della Valsasna nominati. […] niun’altra cosa è stata più richiesta per rimedio delle ruine di essa valle che il levare Emilio et i suoi adherenti dal potere esercitare i suoi atti tirannici. Si veda ciò che habbiano scritto quei podestà che hanno avuto il vero zelo della Giustizia Regia, come Emilio si compri il credito con quai mezzi con quali incanti et con quali inganni s’acquisti l’affettione de Ministri, che lo portano, lo favoriscono in modo che nelle pubbliche piazze di tutta la Valle asseverano i suoi fratelli et adherenti che è in potestà di detto Emilio di liberare uno che sia sopra la forca condannato a morire et far che un altro che sij sempre stato in oratione e con la corona in mano sij impiccato. Queste bravate che per lui profitano in Valsasna dai semplici si credano mentre veggono che niuno processo contro di lui si termina, niente di quello che di lui si scrive ha risposta né rimedio, mentre vedono che le continue imposture da lui machinate travagliano i sudditi, mentre sono forzati a vedere che l’istesso è potente di mandare i sindacatori in Valsasna, che condannano et absolvono conforme a che lui detta et che gl’istessi capitani di Giustizia che fanno a cenni del detto Emilio la giustizia parendo che di lui habbino rivential timore.
Meravigliare dunque non si deviono ch’egli Emilio si fa stimare l’Arbitro Regio in tutta la Valle et l’onnipotente et vuole degl’obsequij che i più importanti feudatari sogliono abradere dai sudditi, per impinguarsi che se da alcuno gli viene negato absequijo che egli desideri lo ruini. Per il contrario i suoi amici et adherenti in detta Valle si fanno lecito ogni pregiudicio del vicino, ogni tirannia de povera et minuta gente, ogni oppressione, ogni misfatto fidati nella di lui protetione
».
8. «[…] et vuole degl’obsequij che i più importanti feudatari sogliono abradere dai sudditi, per impinguarsi che se da alcuno gli viene negato absequijo che egli desideri lo ruini».
9. I Promessi Sposi, cap. XIX.
10. Fermo e Lucia, Tomo II, cap. VII.
11. «Chi dice le bugie al dottore, vedete figliuolo, è uno sciocco che dirà la verità al giudice. All’avvocato bisogna raccontar le cose chiare: a noi tocca poi a imbrogliarle. Se volete ch’io v’aiuti, bisogna dirmi tutto, dall’a fino alla zeta, col cuore in mano, come al confessore. Dovete nominarmi la persona da cui avete avuto il mandato: sarà naturalmente persona di riguardo; e, in questo caso, io anderò da lui, a fare un atto di dovere. Non gli dirò, vedete, ch’io sappia da voi, che v’ha mandato lui: fidatevi. Gli dirò che vengo ad implorar la sua protezione, per un povero giovine calunniato. E con lui prenderò i concerti opportuni, per finir l’affare lodevolmente. Capite bene che, salvando sé, salverà anche voi. Se poi la scappata fosse tutta vostra, via, non mi ritiro: ho cavato altri da peggio imbrogli… Purché non abbiate offeso persona di riguardo, intendiamoci, m’impegno a togliervi d’impiccio: con un po’ di spesa, intendiamoci. Dovete dirmi chi sia l’offeso, come si dice: e, secondo la condizione, la qualità e l’umore dell’amico, si vedrà se convenga più di tenerlo a segno con le protezioni, o trovar qualche modo d’attaccarlo noi in criminale, e mettergli una pulce nell’orecchio; perché, vedete, a saper ben maneggiare le gride, nessuno è reo, e nessuno è innocente» (I Promessi Sposi, Cap. III).

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