Mons. Rougé: «Su Lambert non dobbiamo “voltare pagina”, bensì continuare a interrogarci»

È stato consacrato vescovo il 16 settembre 2018 da mons. Michel Aupetit, che da Nanterre veniva trasferito a Parigi: fin dal 5 giugno dell’anno scorso Matthieu Rougé era stato nominato vescovo della diocesi in Hauts-de-Seine. A cinquantatré anni, è uno dei vescovi più giovani e in vista di Francia: è noto per essere stato cappellano dei parlamentari francesi dal 2004 al 2012, ma il suo curriculum vanta titoli certamente più prestigiosi, a cominciare dall’estrazione socio-culturale.

Matthieu Rougé nacque infatti da un alto funzionario e da una collaboratrice particolare di Robert Schuman (la politica e l’Europa finirono nel suo sangue dal latte materno); in giovinezza fu segnato dalla lettura delle opere di Georges Bernanos e indirizzò gli studî teologici sulla teologia dell’eucaristia in Guglielmo di Saint-Thierry (sotto la direzione di Karl Becker). Il cardinale Jean-Marie Lustiger, che l’aveva ordinato prete il 25 giugno 1994, gli affidò diversi incarichi pastorali e, dal 2000, lo chiamò anche ad essere suo segretario particolare. Coprendo svariati incarichi accademici ha indirizzato i suoi studî verso una particolare declinazione teologico-politica. Anche in forza di questa – ma non ve ne sareste accorti se non ve l’avessi rivelato – stamattina ha preso la parola su Vincent Lambert (sulla sua persona e sul suo “caso”) ed è tornato a farne risuonare il nome sui media, che dal giorno dell’autopsia avevano spento ogni riflettore sul nosocomio di Reims e sulla straziata famiglia.


di Samuel Pruvot

In cosa la Chiesa può accompagnare, in maniera invisibile e discreta, tutti quelli che sono colpiti dalla morte di Vincent Lambert?

La Chiesa – vale a dire tutti i battezzati – è chiamata a portare nella preghiera Vincent Lambert stesso, la sua famiglia e tutti i suoi cari. Penso anche a quanti sono stati feriti o scoraggiati da questi mesi di dibattito. Bisogna che ciascuno ritrovi la pace e la speranza, chiaramente non “voltando pagina” ma interrogandosi sempre più profondamente sul mistero della vita e della morte, sulla maniera di rispettare e di accompagnare le persone in stato di grande fragilità.

Qual era il problema etico più grande nell’arresto delle cure di Vincent Lambert?

Consisteva in due confusioni: la confusione tra fine-vita (caso che non descriveva – stando al parere di medici qualificati – la condizione di Vincent Lambert) e situazione di grave handicap; la confusione fra trattamenti (che è legittimo interrompere quando sono sproporzionati) e cure di base (alimentazione e idratazione), che sono sempre dovute, anche a una persona molto minorata, in una logica di vero rispetto della persona umana. Sono stato impressionato dagli interventi – molto fermi su questi punti – di esperti non cattolici e non credenti.

La parola della Chiesa su Vincent Lambert è stata intesa correttamente o caricaturata?

È evidente che non è stata pienamente intesa e, per quanti l’hanno diffusa con coraggio e delicatezza è una grande sofferenza. Al tempo stesso, c’è stato un dibattito, ci sono state occasioni di far sentire una voce altra rispetto all’opinione dominante. A titolo personale, sono stato abbondantemente invitato nei media e sempre accolto con rispetto. Ma il lavoro di pedagogia etico da fornire è gigantesco, tanto gli spiriti sono annebbiati e tanto il nostro rapporto con la fragilità è esso stesso diventato fragile.

La mediatizzazione enorme del caso Vincent Lambert era un mezzo per mettere in tavola il dibattito sull’eutanasia in Francia?

Alcuni se ne sono serviti per questo. Ma c’era anzitutto una realtà umana estremamente complicata e dolorosa. Rispettare veramente Vincent Lambert ingiunge di non strumentalizzarlo. È una persona, non un caso di scuola.

La morte di Vincent Lambert farà giurisprudenza per tutti quelli che condividono uno stato simile al suo? Ci si può immaginare a breve un cambiamento della legge Léonetti sul fine-vita?

Molte famiglie di persone cerebrolese sperano ovviamente che non si formi una giurisprudenza suscettibile di minacciare la vita di quelli che essi amano e accompagnano. C’è sicuramente un imperativo di vigilanza, su questo punto. Quanto alla legge Léonetti, è già stata modificata diventando la legge “Claeys-Léonetti”, ed ha sempre suscitato l’interrogarsi critico della Chiesa relativamente alla sua posizione sull’interruzione possibile delle cure di base. Bisogna tuttavia tornare a dire che la situazione di Vincent Lambert non rientrava – a rigor di termini – nella fattispecie del fine-vita.

È possibile arginare, nel tempo, la legalizzazione dell’eutanasia in Francia?

Le pressioni sono evidentemente molto forti, ma la qualità di quanto è stato messo in opera in senso positivo con le cure palliative è pure straordinario. È impressionante anche sentire voci che uno non si aspetterebbe denunciare la violenza della mentalità eutanasia. Penso a Michel Houellebecq, ad esempio. Un’ecologia ben intesa, inoltre, non può non interrogarsi su ciò che davvero è degno dell’uomo. E poi bisogna che i cristiani – insieme con altri – tengano deste le proprie coscienze e progrediscano nella loro capacità di testimoniare l’“evangelo della vita”.

Lei spera che Vincent Lambert abbia funerali cattolici?

Certamente, ma in condizioni di discrezione e di raccoglimento che permettano a tutti di lasciare che il Signore conduca i loro passi sul cammino della verità e della pace.

Che cosa occorre ritenere di questa battaglia medico-giuridica senza precedenti?

La situazione personale e famigliare di Vincent Lambert era particolarmente dolorosa e complicata. Le sue sovrabbondanti giuridizzazione e mediatizzazione hanno potuto complicarla ancora di più. Sia come sia, però, Vincent Lambert ha posto alla nostra società una questione essenziale, la questione fortunatamente ineludibile della vita e della morte, della fragilità, di ciò che fonda la dignità di ogni persona umana.

La morte di Vincent Lambert, nelle circostanze che conosciamo, costituisce uno smottamento dal punto di vista antropologico?

Attraversiamo uno smottamento antropologico globale e diffuso, che si esprime in particolare nel nostro rapporto con la trasmissione della vita, con l’accompagnamento della fragilità e della sofferenza… e col fine-vita. La morte di Vincent Lambert s’iscrive quindi in questo contesto che rimette in questione le fondamenta e che invita i cristiani a una riflessione non soltanto sulle questioni etiche più vive, ma anche sull’antropologia implicita dei nostri contemporanei.

Che cosa vorrebbe dire alla moglie di Vincent Lambert e a tutti quelli che erano favorevoli all’arresto delle cure?

Questo è senz’altro il momento del silenzio, per ora: silenzio del rispetto incondizionato per le persone e per la preghiera. Spero che più in là ci saranno occasioni per ciascuno di approfondire i propri interrogativi e la propria riflessione sul mistero della vita.

Il ruolo della Chiesa è di prendere posizione nella querelle famigliare che ha circondato l’affaire Lambert?

La missione della Chiesa è di farsi – in ogni circostanza – avvocata dei più poveri e dei più fragili, senza oltranzismi e senza compiacenze, col desiderio permanente di mettere in luce anzitutto la bellezza del mistero della vita.

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Comments:

Una replica a “Mons. Rougé: «Su Lambert non dobbiamo “voltare pagina”, bensì continuare a interrogarci»”

  1. Fa riflettere molto perché come sta andando le legge e le modifiche, sembra che è lo stato che ha diritto di fare morire in anticipo, per via del economia.
    Trovo questi una grande ingiustizia.
    Pace alla sua anima.

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