La morte esemplare di #VincentLambert secondo Houellebecq

Non è certo la prima volta che accade, ma anche questa mattina Mario Adinolfi ha avuto ragione da vendere, nell’osservare che «per trovare un intellettuale laico che trovi il coraggio di dire quel che veramente rappresenta il caso Vincent Lambert, cioè un omicidio imposto dallo Stato per ragioni economiche, il Corriere della Sera è dovuto andare all’estero». Un po’ rosico perché quella tribuna l’avevo letta ieri mattina, appena pubblicata, ne avevo parlato con l’amico Emiliano e già in una nota del post di ieri m’ero ripromesso di tradurla: visto che tradurre Houellebecq è (quasi) sempre un piacere, oltre che una sfida, e poiché una promessa è debito, offro qui a seguire la mia traduzione.

Una nota importante che su Le Monde hanno tenuto a riportare è che l’articolo era stato consegnato dallo scrittore quando Vincent Lambert non era ancora morto.


Michel Houellebecq: «Vincent Lambert,
morto per esemplarità»

di Michel Houellebecq
Pagina 23 di Le Monde di oggi
Per lo scrittore, niente giustificava l’interruzione delle cure dell’ex infermiere, morto giovedì mattina dopo undici anni di stato vegetativo1Riporto le dolose inesattezze di Le Monde – stato vegetativo, cure… – così come la redazione le ha imposte allo scrittore [N.d.T.].. Vincent Lambert sarebbe stato vittima di una sovraesposizione mediatica e di una forma di ingerenza dello Stato.

E così lo Stato francese è riuscito a fare ciò su cui da anni s’accaniva la maggior parte della sua famiglia: uccidere Vincent Lambert. Confesso che quando la ministra «alle Solidarietà e alla Salute» (amo molto, in date circostanze, le solidarietà) s’è presentata in cassazione, ne sono rimasto basito. Ero persuaso che il governo, in questo affare, sarebbe rimasto neutrale. Dopotutto Emmanuel Macron aveva dichiarato, poco tempo prima, che sopra ogni cosa desiderava non immischiarsi; io pensavo – ma sono uno sciocco – che i suoi ministri sarebbero rimasti sulla medesima linea.

Avrei dovuto diffidare di Agnès Buzyn. Un po’ ne diffidavo, a dire il vero, da quando l’avevo sentita dichiarare che la conclusione da trarre da codesti tristi eventi era che non bisogna dimenticare di redigere le proprie disposizioni anticipate di trattamento (ne parlava veramente come si ricorda ai propri figli di fare i compiti; non ha neppure precisato in che senso dovrebbero andare le direttive, tanto la cosa le pareva andare da sé).

Vincent Lambert non aveva redatto alcuna direttiva. Circostanza aggravante, era infermiere. Avrebbe dovuto sapere, meglio di chiunque altro, che l’ospedale pubblico aveva ben altri cazzi che tenere in vita degli handicappati (amabilmente riqualificati di “vegetali”). L’ospedale pubblico è so-vrac-ca-ri-co: se comincia ad avere troppi Vincent Lambert comincerà a costare un malloppo mica da ridere (del resto è lecito chiedersi perché: una sonda per l’acqua, un’altra per l’alimentazione… non sembra che si debba mettere in piedi una tecnologia considerevole, è cosa che può farsi anche a domicilio – cosa che si pratica il più delle volte e che domandavano, con tutto il fiato che avevano in corpo, i suoi genitori).

Vincent Lambert viveva in uno stato mentale particolare

Ma no: nel caso di specie il CHU di Reims non ha mollato la preda – cosa che potrebbe sorprendere. Vincent Lambert non era affatto in preda a sofferenze insostenibili, semplicemente non era in preda ad alcuna sofferenza. Non era neppure in fin di vita. Viveva in uno stato mentale particolare, del quale la cosa più onesta da dire sarebbe che non ne sappiamo pressappoco nulla.

Non era in grado di comunicare con chi gli stava intorno, o lo faceva molto poco (anche questo è francamente poco originale: accade per ciascuno di noi pressappoco tutte le notti). Questo stato (cosa più rara) sembrava irreversibile. Scrivo “sembrava” perché ho incontrato non pochi medici, per me o per altre persone (diverse delle quali agonizzanti); mai, in nessun momento, un medico mi ha affermato di essere certo, al cento per cento, di quel che sarebbe accaduto. Magari capita; magari capita pure che tutti i medici consultati, senza eccezioni, formulino un pronostico identico; ma non me n’è mai capitato il caso.

In queste condizioni bisognava uccidere Vincent Lambert? E perché lui invece delle migliaia di persone che in quest’ora, in Francia, condividono il suo stato? Mi è difficile disfarmi dell’imbarazzante impressione che Vincent Lambert sia morto di una mediatizzazione eccessiva, dell’essere diventato – suo malgrado – un simbolo; che si trattasse, per la ministra della Salute “e delle Solidarietà” di farne un esempio. Di “aprire una breccia”, di “far evolvere le mentalità”. Fatto. Una breccia è stata aperta, in ogni caso. Per le mentalità, ho i miei dubbi. Nessuno ha voglia di morire, nessuno ha voglia di soffrire: questo è – mi pare – lo “stato delle mentalità”, almeno da qualche millennio in qua.

Una scoperta straordinaria, che apportava una soluzione elegante a un problema che si poneva dalle origini dell’umanità, ebbe luogo nel 1804: quella della morfina. Qualche anno dopo hanno cominciato a esplorare sul serio le sbalorditive possibilità dell’ipnosi. In sintesi, la sofferenza non è più un problema, è quel che bisogna ripetere, senza sosta, al 95% delle persone che si dichiarano a favore dell’eutanasia. Anch’io, in certe (fortunatamente poco numerose) circostanze della mia vita, sono stato pronto a tutto, a supplicare che mi terminassero, che mi facessero un’iniezione, tutto piuttosto che continuare a sopportare quelle cose. Per qualche minuto, quasi per qualche secondo. Che tu sia benedetta, sorella morfina. Come possono certi medici rifiutare la morfina? Hanno forse paura che gli agonizzanti diventino dipendenti? Una cosa talmente ridicola che si esita a scriverla! E certo, se vogliamo è ridicola, ma fa pure abbastanza schifo.

Per quietare la coscienza ho consultato Le Petit Robert2Celebre vocabolario francese, come se in italiano si dicesse “La Garzantina” [N.d.T.].

Nessuno ha voglia di morire, nessuno ha voglia di soffrire – dicevo; una terza esigenza sembra essere apparsa da poco, quella della dignità. Il concetto mi sembrava un po’ melmoso, a dire il vero: io avevo una dignità, questo è sicuro; di tanto in tanto ci pensavo, non frequentemente, e comunque niente mi sembrava giustificare che essa balzasse alla ribalta delle preoccupazioni “societarie”. Per quietare la coscienza ho consultato Le Petit Robert (edizione 2017). Esso definisce, piuttosto semplicemente, la dignità come «il rispetto che qualcuno merita». Gli esempi che seguono invece confondono la questione, rivelando che Camus e Pascal – benché avessero entrambi una concezione della “dignità dell’uomo” – non la fanno riposare sulla medesima base (e uno avrebbe potuto dubitarne). Come che stiano le cose, ai due (e anche pressappoco a tutti) pareva evidente che la dignità (il rispetto che vi si deve), se può essere alterata da diversi atti morali reprensibili, in nessun caso può subire ciò come una degradazione – per quanto catastrofica sia l’alterazione – del proprio stato di salute. Allora forse il fatto è che c’è stata, in effetti, una “evoluzione delle mentalità”. Non penso che sia il caso di rallegrarsene.

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Note   [ + ]

1. Riporto le dolose inesattezze di Le Monde – stato vegetativo, cure… – così come la redazione le ha imposte allo scrittore [N.d.T.].
2. Celebre vocabolario francese, come se in italiano si dicesse “La Garzantina” [N.d.T.].

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