L’amore al prossimo e la “rivoluzione copernicana” di Cristo

Il Vangelo della domenica appena trascorsa mette in scena un incontro – tra il dottore della Legge e Gesù – e un triplice incontro (nell’incontro precedente) – quello tra “un uomo” e un sacerdote, un levíta e un Samaritano. Il primo incontro è quello tra un uomo che «si alzò per mettere alla prova» e la sua “vittima”, che è Gesù. Dico vittima, ma senza che si debba moralizzare troppo sopra la furbizia dell’esaminatore – a parte il fatto che il titolo di Maestro sia usato un po’ ironicamente, come sarebbe chiamare “diplomato”, alla prima domanda, il ragazzo che sta per sostenere l’orale. Infatti che un dottore della Legge esamini uno che va in giro a comportarsi come un Maestro è normale e addirittura sano. Certo l’esecuzione non è coraggiosa: il dottore sembra preoccupato della folla, sia con la prima domanda – chiamarlo “maestro” può esser ironia per sé e i suoi, ma per la folla era il titolo dovuto – sia con la seconda – sorta dalla preoccupazione di aver posto una domanda così sciocca da farlo apparire un po’ ignorante. Dunque due domande:

  1. «Che cosa devo fare per ereditare la vita eterna?»
  2. «Chi è il mio prossimo?»

Ad primam. Entrambe le domande sono centrate: in fondo questo dottore non era ignorante come temeva di apparire. La prima domanda va al cuore del significato della vita. Cosa devo fare perché la mia vita sia piena e pacifica? Piena ovvero significativa, carica di senso e di sapore, qualcosa di bello da raccontare, anche se le parole sembrano tradirla tanto sembra semplice («Tutte le famiglie felici sono simili tra loro; ogni famiglia infelice è infelice a modo suo»). Pacifica cioè una vita che non debba combattere per paura di perdere ciò che la rende bella e piena. Tale è il nostro tesoro tale la nostra vita (liberamente, da Lc 12, 34), perché se il tesoro è a portata di chiunque la paura rischia di occupare il cuore e trasformare la vita che lo abita. Quindi, come fare per avere una vita così, chiede il dottore. No, però, non “avere”, ma ereditare. Da un certo punto di vista ereditare può senz’altro essere usato come sinonimo di ottenere (così anche per il verbo del Vangelo), ma il primo significato è quello: ottenere sì, ma un’eredità. Se voglio ereditare voglio un’eredità, sono un erede ed eredito da qualcuno: l’erede è inserito in una rete di relazioni e l’ereditare è un atto personale. Ancora più intensamente infatti, a meno che l’eredità non sia un immobile che dà su piazza delle Tartarughe (a Roma), nel caso l’eredità sia una vita eterna, allora l’eredità mette in una qualche somiglianza con colui da cui si eredita; non solo: essa richiede una presa di possesso che è un agire – simile e “imitante” – ma libero. Questo aspetto è importante perché se le cose stanno così è probabile che il “cosa devo fare” per ereditare non sia una semplice prova del tutto estrinseca all’eredità, come nel caso dell’appartamento, ma sia un agire che prepara e consiste in quell’atto che rende somiglianti a colui che dona e all’eredità stessa.

Ad secundam. La seconda domanda apre al secondo incontro, quello interno alla parabola raccontata da Gesù. «Un uomo scendeva da Gerusalemme a Gerico e cadde nelle mani dei briganti»: ecco l’incipit ed ecco il personaggio centro del triplice incontro. Centro, ma centro passivo: incappa nei briganti che lo percuotono a sangue e lascino mezzo morto e poi, dalla sua prospettiva, “viene visto” – da tre persone. Intanto spezzo per così dire una lancia “in favore” dei primi due uomini. La mia reazione alla lettura di questa parabola, ma oso dire quella di tutti, è sempre di rifiuto e condanna del “passò oltre” del sacerdote e del levíta. L’idea che sta sotto è che è normale aiutare un uomo in fin di vita e crudele il contrario. Eppure tutta questa “normalità” non esiste. Non tanto “non esiste” in senso pessimistico perché l’uomo, si sa, è spesso cattivo; o meglio in senso teologico perché l’uomo ha, quasi come di natura, una torsione per cui afferma: «non compio il bene che voglio, ma il male che non voglio» (Rm 7, 19). Vere o meno che siano queste visioni – la seconda sicuramente – il punto è che serve luce su questo evento specifico.

Un uomo giace insanguinato e mezzo morto a terra, qual è la nostra reazione? Simone Weil, una pensatrice francese vissuta prima della Seconda Guerra Mondiale, e morta durante quella stessa guerra, ci viene in soccorso. In due diversi saggi – La persona e il sacro e L’Iliade o il poema della forza – descrive cosa accade all’uomo che viene a contatto con la sofferenza, il dolore, l’ingiustizia e la violenza. Per chi è autore della violenza l’annullamento dell’essere umano che gli sta di fronte suscita un’ebbrezza che rende come incapaci di ogni compassione o di ogni misura: questo (anche) l’insegnamento dell’Iliade, secondo la Weil alla maniera greca, cioè esposta senza infingimenti o giustificazioni. Per lo spettatore invece che viene a contatto con un sofferente, un misero, questa esposizione, questo incontro suscita un rigetto, un’impossibilità quasi fisica a sostare vicino al sofferente. Un uomo schiacciato dalla miseria attiva la nostra immedesimazione e l’idea di sostituirci ad un uomo piegato e annichilito è semplicemente insopportabile. La reazione del sacerdote (o del levìta) è quindi normale, «vide e passò oltre». La visione non può essere tollerata e quindi è una difesa quella di passare oltre.

Il terzo incontro è invece diverso. Tra il vedere e il passare oltre sta il suo «ne ebbe compassione». Invece della fuga abbiamo qui la cosa più difficile, il patire con il disgraziato. Ma se è vero quanto abbiamo detto sopra, che di fronte al patire voltare lo sguardo e fuggire sono le reazioni “naturali”, allora qui dobbiamo dire che non è la compassione che motiva e spinge il Samaritano a curare il ferito: al contrario! È il suo curare e accogliere il ferito nella sua casa a motivare e a spiegare la sua compassione. Il Samaritano non solo fascia le ferite e vi versa del suo, ma lo porta con sé e lo ospita nella sua casa. Ma non era un albergo? Sì, e no. Il pagamento anticipato e la promessa di saldare il sovrappiù che fosse necessario indicano che per il Samaritano quell’uomo è entrato nella sua economia, che quanto speso per lui è speso a suo nome. Il Samaritano quindi è pronto a farsi vicino l’uomo sconosciuto fino a considerarlo come uno della sua casa. È questa disponibilità che rende il Samaritano capace dell’impossibile, capace di provare compassione verso un uomo annichilito. Senza questa disponibilità non ci sarà compassione in noi, e forse arriveremo a dire:

Io amo l’umanità, però mi meraviglio di me stesso: tanto più amo l’umanità in generale, tanto meno amo i singoli uomini, presi separatamente, come persone distinte. […] Divento nemico degli uomini non appena qualcuno mi sfiora1I fratelli Karamazov..

Con la domanda finale Gesù ha invertito l’interpretazione immediata di quel prossimo che conduceva il dottore della Legge (e non solo) a chiedersi chi dovesse essere considerato questo prossimo. Se il prossimo è l’immediato, colui che si fa avanti – per “caso” potremmo dire – è vero che si rende necessario un criterio, una norma. Essa però non è un criterio di selezione – un calcolo: l’uguale, o il differente si, l’altro no – ma un appello ad un agire: fatti prossimo! In questo modo il prossimo sarà chiunque ci tocchi, chiunque ci sfiori:

L’altro uomo: questo è il prossimo; e lo è nel senso che l’altro uomo è ogni altro uomo2Kierkegaard, Gli atti dell’amore..

Senza questo agire non vi è compassione, ma questo agire da dove viene? Da dove è presa la vita che gli dà forma e forza? Naturalmente dall’alto: «Ogni buon regalo e ogni dono perfetto viene dall’alto e discende dal Padre della luce» (Gc 1, 17). L’appello alla grazia è necessario, ma qui non si tratta di una specie di stratagemma con cui è superata – a parole – la difficoltà di una prassi. Non solo perché non è uno stratagemma, ma un fondamento solido, ma anche perché questo rapporto al Padre e ai suoi doni proviene in anticipo dalla domanda del dottore della Legge. Ovvero: «Che cosa devo fare per ereditare la vita eterna?». Qui l’amore di Dio e del prossimo sono così poco delle prove casuali stabilite per “ottenere” l’eredità, che esse richiedono precisamente quelle relazioni che sono costitutive di un ereditare e di un erede. Farsi prossimo accogliendo l’altro nella propria casa è ereditare; e ereditare è ricevere l’eredità dalle mani del Padre così come diventare simili a colui da cui si eredita – il Padre. Anzi meglio: diventare La Somiglianza del Padre, il Figlio, che opera secondo quanto riceve dal Padre – tutto intero quello che è – nel suo Spirito. Senza questo continuo ereditare dal Padre il Figlio (nello Spirito) non c’è alcun ereditare la vita, ma solo secchezza e aridità. Essere disposti a considerare della casa l’altro uomo è un tutt’uno con il ricevere l’eredità dal Padre accogliendo il Figlio:

Signore io non sono degno che tu entri sotto il mio tetto, ma di’ soltanto una parola ed io sarò salvato3Mt 8,8  Liturgia Eucaristica..

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Note   [ + ]

1. I fratelli Karamazov.
2. Kierkegaard, Gli atti dell’amore.
3. Mt 8,8  Liturgia Eucaristica.

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