I cattolici confidino nella “parola giusta”: due interviste all’arcivescovo di Parigi

Vincent Lambert è stato seppellito ieri mattina, due giorni dopo la morte – e il giorno in mezzo, su richiesta della Procura di Reims, si era eseguita un’autopsia, a Parigi, per «appurare le cause del decesso» [sic!1Spiegava su Facebook il nostro Gabriele Marconi: «La sedazione profonda può anticipare il decesso, laddove il paziente sia in stato di dolore intollerabile non è eutanasico applicare una palliazione che può aver come risultato la cessazione della respirazione o della funzione cardio-circolatoria, purché quello non sia l’obiettivo (ovvero, in termini clinici, purché il dosaggio non sia senza ombra di dubbio sovrasedante). Quando non è più efficace o possibile idratare un paziente, per esempio, laddove la disidratazione entri in una fase violenta tale che sia almeno presumibile l’insufficienza della sedazione, non è eutanasia dosarla a rialzo finché non sia certo il decesso anticipato, se è un’eventualità (se non è lo scopo).
Secondo la legge Leonetti non è un’eutanasia in determinati casi nemmeno la rimozione dei sostegni vitali, perché non è punibile (si parla di “eutanasia camuffata”). Vincent non rientra tra questi casi, ma i margini legali vengono interpretati dilatandoli anche in altre circostanze, come testimoniano altri casi meno mediatici. Non c’è un paravento legalistico, solo una prassi impunita.
Con la sedazione profonda avrebbero rischiato di anticiparne la morte e tecnicamente questo sarebbe stato l’unico atto non eutanasico di quelli adottati. Le cose cambiano con la manifesta intenzione di denuncia dei genitori. A quel punto bisogna essere anche in grado di esibire la prova che la sedazione applicata non sia stata intenzionalmente fatale. Il che non è affatto semplice. Se non fosse possibile si configurerebbe un elemento attivo.
Per cui l’equipe del Reims ha deciso di sottoporre Vincent a più sofferenza di quella prevista dallo stesso protocollo non per garantirsi una protezione nei termini di norma legale (che non hanno comunque), cioè sostanziali, ma per prevenire l’esame di elementi di carattere procedurale nell’iter giudiziario. Hanno iposedato Vincent e predisposto l’autopsia senza remore per non fornire appigli processuali».
] –. Già il giorno della morte è calata sulla vicenda, in tutto l’Esagono, come una cappa di piombo: anche i cattolici, che fino al giorno prima avevano spinto le proteste fin oltre gli auspicî dei genitori di Vincent, sono tornati singolarmente silenti. In Francia, mi spiega un amico, si è spesso sospettati (non solo i cattolici, ma è chiaro che la componente religiosa è un’aggravante) di “récupération”, cioè di servirsi delle disgrazie delle persone a fini militanti. Il mio amico ritiene che sia «indubbiamente per questo» che mons. Aupetit ha detto essere giunta «l’ora del raccoglimento» (col sottotesto “e non del dibattito”).

Nel bel mezzo di questa “pausa di decenza” piomba il 14 luglio, festa della République e ancora sempre festa della Révolution: ogni anno tutta la Francia e tutti i francesi tornano con orgoglio alla presa della Bastiglia, ove per “Bastiglia” ciascuno (se ne ha) intende il proprio avversario politico/culturale/economico. Chiaramente è difficile oggi, per i francesi che alla vigilia della morte di Lambert applaudivano le parole “Honte à la France !”, cantare a squarciagola le strofe cruente della Marsigliese: «E che un sangue impuro irrighi le nostre zolle!».

Al giorno d’oggi le esecuzioni sono tremendamente più lente di quelle ottenute a mezzo della ghigliottina, ma splendidamente meno sporche: che però Lambert sia morto per una ragion di Stato è stato scritto perfino su Le Monde, e da uno dei pensatori più laici e popolari in Francia.

La disfatta continua delle istanze prolife, però, torna a porsi sempre più impietosa: Vincent dopo Alfie, Alfie dopo Isaiah, Isaiah dopo Charlie, Charlie dopo Eluana, Eluana dopo Terri e così via, in una macabra litania di omicidî – cui del resto non sono estranei gli altri crimini contro la vita, che si perpetrano contro gli altri poveri, quelli che i prolife fingono talvolta di non vedere –: una litania che si ricapitola solo in Abele, secondo figlio della vicenda umana, primo fratello ex æquo e primo uomo ucciso dal primo uomo omicida. L’impressione è che a ogni colpo la resistenza sia sempre più prona ai colpi – dissipate le sue energie in parte verso la resilienza e in parte verso l’indifferenza. La rabbia impotente di alcuni attivisti li costringe verso un acutizzarsi della già cronica “sindrome dei capponi”, per cui si assiste alle surreali accuse alla Chiesa, da parte di cattolici, di aver “fatto poco” per Vincent, per Alfie e per tutti gli altri. Il delirio, evidentemente.

Nella prossima metà del mese di luglio in Francia dovrà discutersi dei ritocchi alla Legge di Bioetica, quella che gli Stati Generali e lo stesso Macron avevano detto di voler lasciare così com’è, per ora: il tema della fecondazione assistita “per tutte” è il primo in agenda; secondo, trascinato dal principio d’uguaglianza, quello dell’utero in affitto “per tutti”. Sylviane Agacinski pubblica in questi giorni il suo ultimo saggio, che denuncia il vile business della procreazione sotteso a certe macchinazioni travestite da riforme libertarie: saranno pagine utilissime per i posteri, quando i sopravvissuti al deliquio nichilista imperante vorranno cercare barlumi di sensatezza nella nostra folle generazione; esse resteranno però lettera morta, sul piano legislativo, perché le leve vengono tirate (l’abbiamo compreso) da interessi trans- e sovra-nazionali, che meno di nulla s’interessano a qualsivoglia “volontà popolare”. Anzi, quando le eminenze grigie del pensiero unico vogliono un’opinione popolare glie la confezionano o glie la presentano già diluita nella giusta decina di serie TV, nei programmi di seconda e prima serata delle reti nazionali, nei festival musicali e in tutta quella fuffa che trovate sui rotocalchi, la quale si autoproclama e si propina agli uomini come “il mondo”.

Intervista di RTL a mons. Michel Aupetit – 8 luglio 2019

Neanche una settimana fa l’Arcivescovo di Parigi, mons. Michel Aupetit, è stato intervistato da RTL, una delle radio più solide, antiche e blasonate di Francia2Basti sapere che trasmette, con vicende alterne, dal 1925, e che pur essendosi imposta come rete generalista francese (in effetti è oggi proprietà del gruppo M6) nacque in Lussemburgo e ancora fino al 1966 si chiamava “Radio-Télé-Luxembourg” (malgrado la proprietà francese di M6, l’azionista principale è ancora il gruppo audiovisivo lussemburghese RTL Group), per dire “l’autonomia intellettuale dei media”.: consiglio a tutti (perfino a chi non mastica il francese) di visionare il video. Anche solo dalla frequenza degli interventi di Elizabeth Martichoux si capisce che non è un’intervista in ginocchio – quali in fondo, confrontate a questa, sono tutte quelle che qualunque giornale italiano produrrebbe con l’omologo italiano di mons. Aupetit3Se non si vuole pensare al Cardinal Vicario De Donatis, data l’unicità ecclesiastica della capitale italiana, si pensi all’arcivescovo di Milano mons. Delpini.. La prima domanda – perfino posta in un tentativo di introdurre l’ospite e di metterlo a proprio agio – è: «Cerchiamo di capire a che titolo invitiamo un arcivescovo a parlare di bioetica e di leggi». E poi un continuo rintuzzare sui termini del testo di legge e perfino su aspetti medici e bioetici (la giornalista si occupa della materia da anni, ma mons. Aupetit è medico e ha esercitato a lungo la professione prima di entrare in seminario), per finire con l’immancabile affondo sulla pedofilia nel clero e con una chiusura “di colore” sull’insolito elmetto che Aupetit ha dovuto portare il giorno della prima messa in Notre Dame dopo l’incendio del 15 aprile.

Ma guardate il contegno dell’Arcivescovo: umile ma non dimesso, sorridente ma non accomodante, dialogante ma senza complessi. Una voce dal timbro caldo e fermo che ribadisce serenamente le posizioni della Chiesa, senza pretendere di imporle a chicchessia e tuttavia senza nascondersi. Questo stile è già prezioso a molte chiese sorelle di quella luteziana, ma lo sarà sempre di più mano a mano che in questo quarto di mondo il cristianesimo tornerà ad essere (come più volte già è stato) socialmente e politicamente irrilevante.

E questo non vuol dire che ci si debba rassegnare: le stesse risposte di Aupetit lo manifestano. Prendere atto della “ritrovata marginalità”, tuttavia, farà bene anche ai sacrosanti tentativi di recuperare un’incisività sociopolitica, visto che questi sono normalmente funestati dalla prosopopea di quanti ancora s’illudono di poter “condizionare da dentro” politiche avaloriali perché eterodirette.

A beneficio di quanti non comprendono il francese, e che quindi non potranno seguire l’intervista dell’8 luglio, ne traduco di seguito una pubblicata su Le Parisien il 29 settembre scorso: vi si trattavano molti temi affini a quelli ripresi nell’ultima settimana via radio. Ai cattolici italiani farà bene considerare come “il mondo” giudica mons. Aupetit:

È per la sua padronanza in questi dossier sensibili, per difendere con voce forte e chiara la linea conservatrice dei cattolici, che Papa Francesco l’ha scelto.

Mi è capitato di sentire e di leggere, nelle ultime settimane, le sciocchezze di quanti affermano che la Chiesa francese non avrebbe fatto abbastanza per Vincent Lambert. Oltre a presumere che costoro non conoscano il francese e/o non si diano pena di appurare quanto il contesto ecclesiale (e perfino interreligioso!) francese ha prodotto in merito, penso che difetti loro una percezione aderente alla realtà di cosa la Chiesa oggi sia (e possa) nei nostri Paesi secolarizzati. C’è però una buona notizia: lo stile ecclesiale di personaggi come mons. Aupetit e mons. de Moulins-Beaufort mostra che davvero la Chiesa si bonifica nel crogiolo delle persecuzioni.


PMA, GPA, fine vita…
Mons. Aupetit chiama «i cattolici a mobilitarsi»

Per la prima volta, uno dei più alti dignitari della Chiesa francese, mons. Aupetit, arcivescovo di Parigi, prende la parola dopo il parere del Consiglio Nazionale per l’Etica. PMA, GPA, fine vita: il vescovo risponde a tutte le domande. Anche sulla pedofilia.
intervista di Christine Mateus e Vincent Mongaillard

È ormai la voce della Chiesa di Francia più ascoltata e più influente. Mons. Michel Aupetit, 67 anni, arcivescovo di Parigi da gennaio [2018, N.d.R.], ci ha ricevuti a casa sua per un’oretta buona al fine di toccare argomenti di attualità che fanno tremare i suoi fedeli: PMA, GPA, ricerche sull’embrione umano, eutanasia, aborto… È per la sua padronanza in questi dossier sensibili, per difendere con voce forte e chiara la linea conservatrice dei cattolici, che Papa Francesco l’ha scelto.

Infatti prima di essere ordinato prete, vent’anni fa, questo figlio di ferroviere che non metteva mai piede in chiesa era medico generalista. Dei suoi anni in uno studio in periferia il bioeticista ha conservato il senso del contatto. Uomo alla mano, risponde spontaneamente, con una voce da cantante e senza peli sulla lingua, per far passare il suo messaggio sempre molto conservatore.

Come ha accolto il parere del consiglio consultivo nazionale di etica (CCNE) che martedì scorso [25 settembre 2018, N.d.R.] si è detto favorevole all’estensione della PMA alle donne sole e alle coppie di donne?

L’ho accolto senza sorpresa. È molto tempo che penso che il CCNE non sia più ciò che era. Io conobbi quello del professor Bernard. All’epoca, esso era stato voluto come un comitato di Saggi che potesse esprimersi in maniera indipendente. Onestamente, confesso di non sentirlo più così oggi. Il risultato comunque era piuttosto previsto, altra cosa che del resto è un tantino inquietante. Ci si chiede perché si convochino gli Stati Generali se poi non debbono avere alcun impatto sulla decisione finale.

Lei pensa che la comunità cattolica non sia stata ascoltata durante i dibattiti?

Il problema non è questo. Non è la Chiesa cattolica a essere in gioco. La Chiesa cattolica desta le coscienze. La vera questione è: che cos’è la dignità dell’uomo? Questo va ben al di là della concezione cattolica dell’umanità. Noi pensiamo che una società debba costruirsi sulla fraternità, sulla ricerca del bene comune. Ora, non si trova alcun argomento su questo livello. Non abbiamo altro che delle impressioni, dei “sì, potremmo”, “no, non potremmo”, ma nessun vero argomento.

Quali sono, secondo lei, i principali argomenti che più toccano la dignità dell’uomo?

Ce ne sono almeno due. Anzitutto la questione della PMA. È pensabile che si possa considerare che un bambino non ha bisogno di un padre? Perché è di questo che si tratta. Evidentemente possono esserci dei bambini tirati su senza il padre per delle ragioni accidentali o perché sono stati abbandonati, ma qui si sta decretando per via legislativa che un bambino non ne ha bisogno.

E il secondo?

La questione dell’embrione. La ricerca si apre sempre più. Oggi, nell’ordinamento legislativo, non c’è niente. Non c’è statuto giuridico dell’embrione umano. Questo vuoto rende possibili gli esperimenti su di lui e ne fa una cavia. Visto che utilizziamo sempre meno gli animali, utilizziamo gli embrioni umani. E allora dovremo vedere la larva di scarabeo dorato più protetta dell’embrione umano? Ciò pone una questione che va ben al di là della religione.

Eppure il medico che lei è dovrebbe essere appassionato di ricerca… Sembra invece che la cosa le faccia paura…

Sono assolutamente a favore della ricerca, ma ci sono ricerche legittime e altre che non lo sono. Lei sa che i medici nazisti pensavano anch’essi di star facendo della ricerca. È così che [a Norimberga, N.d.R.] hanno sostenuto la loro difesa. La ricerca non giustifica tutto. Essa ha uno scopo, e se lo scopo è sovente buono non sempre lo è il mezzo impiegato. La diagnosi prenatale, per esempio, è una cosa buona ma quando la si utilizza per eliminare il bambino in quanto portatore di una qualsivoglia tara, lì scatta la questione etica.

Lei intende rivolgere un appello ai cattolici perché si mobilitino contro l’estensione della PMA?

Io rivolgo ai cattolici un appello a mobilitarsi mediante una parola, intanto.

Questo non ha portato i frutti sperati…

Una parola, se è giusta, attraversa la Storia e finisce per trionfare. È sempre così. Essa farà la sua strada di coscienza in coscienza.

Niente chiamate a manifestare?

La questione di una manifestazione di strada riguarda i cittadini, certamente non i vescovi. Non spetta a noi organizzarne e non lo faremo.

E parteciparvi?

Se vi partecipassi, sarebbe in quanto cittadino, non ci andrei mai come vescovo. Non è quello il mio posto. Ma come cittadino sono libero. Bisogna distinguere accuratamente tra l’espressione di un vescovo e quella di un cittadino.

Lei crede in una Manif pour Tous due?

Non sono sicuro che le persone si mobiliterebbero come fecero al momento del Mariage pour Tous. All’epoca, del resto, si erano mobilitati soprattutto contro la PMA: sapevano che il matrimonio sarebbe andato a sfociare sulle problematiche inerenti alla procreazione, e dunque alla filiazione. Ed è appunto ciò che rischia di accadere. Dunque torneranno a mobilitarsi laddove già in precedenza ciò non è servito a niente sul piano legislativo? Non so. Penso comunque che quelle manifestazioni, con centinaia di migliaia di partecipanti – e non soltanto cattolici –, siano serviti al risveglio delle coscienze. Hanno mostrato che non c’era consenso.

La rassicura la dichiarazione del governo secondo cui l’estensione della PMA non comporterà la rimozione dell’interdetto alla gestazione per altri4“Utero in affitto” [N.d.R.]. (GPA)?

Non ci credo minimamente. Anzitutto perché quando fecero il Mariage pour Tous ci avevano già garantito che non ci sarebbe stata PMA. In nome di cosa oggi si rifiuterebbe la GPA?

Il presentatore radiotelevisivo Marc-Olivier Fogiel esce la settimana prossima con un libro in cui racconta la sua gioia nell’essere padre di due figlie grazie alla GPA. Lei non crede a quella gioia e al fatto che quelle bambine possano essere felici?

Eh, sono ancora piccole, ma nell’adolescenza… quella fase in cui si cerca di sapere da dove si viene… il rischio di uno squilibrio allora diventa importante. Sia chiaro, ovviamente non auguro alcun male a questa famiglia, semplicemente dico: stiamo considerando bene che cosa dovranno vivere i bambini che si trovano in questa situazione? Come potranno accettare di essere stati resi oggetto di una certa mercificazione? Il sapere di essere nati in quelle condizioni permetterà loro di vivere tranquilli e appagati?

Sul fine-vita, il parere del CCNE preconizza che la legge attuale non verrà toccata, e nondimeno evoca casi eccezionali che necessitano di un lavoro di riflessione suscettibile di far evolvere la legge a latere. Secondo lei è un passo verso l’aiuto attivo a morire?

Sì, effettivamente sussistono rischi reali che questa sia una “apertura”, oppure è una tutela per quanti militano per questa causa in seno a La République en Marche, come ad esempio Jean-Louis Touraine [deputato di Macron, N.d.R.]. Non mi pare un modo di fare serio.

Secondo lei l’attuale legge sul fine-vita non va toccata…

Se non altro ha il pregio di esistere e di permettere una certa flessibilità. Fare una legge che dica ciò che si può o non si può fare è estremamente complicato, in materia di fine-vita. L’importante è che la persona possa vivere quei momenti, che sono di un’intensità straordinaria. Se si sopprimono gli istanti di intimità tra un parente che se ne va e quelli che restano qualcosa è stato rubato. Bisogna generalizzare le cure palliative e permettere ai cari di parteciparvi, accompagnando la loro tenerezza con gesti concreti. Quel che è insopportabile è di vedere le persone soffrire senza poter fare nulla.

Un presidente di sindacato di ginecologi ha recentemente assimilato l’IVG a un omicidio5Si tratta del dottor Bertrand Rochambeau, assurto agli ambigui onori delle cronache transalpine nella prima metà dello scorso settembre per aver pacatamente affermato e argomentato le proprie ragioni deontologiche ed etiche per astenersi dal praticare aborti [N.d.R.]., suscitando una viva polemica pervenuta fino al governo. Lei lo sostiene?

Lo sostengo nella sua espressione. Un medico può ancora esprimersi liberamente? La risposta è sì. La libertà di coscienza è il diritto più fondamentale di tutta la società. Una società che lo annichilisca si chiama una dittatura. L’obiezione di coscienza fa parte del diritto medico ed è intoccabile. Tale diritto deve essere assolutamente preservato, posso dirle che i medici reagiranno duramente se lo si toccasse.

Dei senatori socialisti, sotto l’egida di Laurence Rossignol, ex ministro della Famiglia, hanno depositato venerdì6Sarebbe il 28 settembre, ossia la vigilia della pubblicazione dell’intervista, ma il comunicato della senatrice dell’Oise è stato pubblicato il 27 settembre 2018, dunque giovedì [N.d.R.]. una proposta di legge per sopprimere la clausola dell’obiezione di coscienza…

È terribile. Ciò significa che si entra in una forma di dittatura che dice: «Non avete diritto a pensare, la vostra coscienza dev’essere spenta».

Lei si è avvalso di questo diritto, quando era medico, in merito alle domande di aborto?

Sì, certo, alla paziente spiegavo: «Io, in coscienza, non posso». Il medico è libero, questo è capitale. Questa cosa si chiama “relazione medico-paziente”. Sennò è una prestazione di servizio.

Nei dibattiti di bioetica, la Chiesa ha sistematicamente messo avanti l’interesse del fanciullo. Ma come può essere credibile quando quei medesimi bambini sono talvolta preda di preti pedofili?

Bisogna assolutamente che la Chiesa sia coerente. Ci occorre una conversione radicale, altrimenti – evidentemente – non possiamo avere una parola credibile. Bisogna ringraziare le vittime che forse non abbiamo saputo ascoltare, ma anche i media, per aver rivelato tutti quei casi. È una cosa buona. C’è un ascesso, bisogna che il pus sia completamente evacuato. Abbiamo già preso delle decisioni, abbiamo fatto segnalazioni, siamo circondati da giuristi… Non possiamo regolare da soli questi problemi, bisogna che lavoriamo con il diritto civile e che ascoltiamo sempre più le vittime, che le accompagniamo nella loro ricostruzione.

Lei è favorevole all’istruzione di una commissione d’inchiesta parlamentare che porti piena luce su tutti questi crimini commessi dalla Chiesa?

Perché no, certamente! Una commissione nazionale indipendente di esperti è stata creata dalla Conferenza dei vescovi di Francia nel 2016. Ma se non basta bisogna fare altro.

Questo non è, secondo lei, una violazione della laicità?

Non penso. In realtà è una questione di giustizia. Se la società giudica che questo sia importante per avere maggiore chiarezza, se la situazione mostra che si ha bisogno di un intervento esterno alla Chiesa per andare in fondo alle cose, non vedo alcuna violazione alla laicità. La laicità, per me, non è questo: è la possibilità per ciascuno di poter esercitare liberamente la propria religione.

In materia di lotta contro la pedofilia, Papa Francesco fa abbastanza?

Cerca di fare il più possibile con i mezzi a disposizione. Bisogna che sia seguito in tutto, il problema è quello. Ha un bell’essere papa: ha una parola di autorità ma non di potere. La Chiesa non è un esercito, dove tutti ti si mettono sull’attenti.

A fronte degli scandali di preti pedofili, la Chiesa cattolica tedesca [sic!] ha appena chiesto una riflessione sul celibato. Bisogna autorizzare i membri del clero a sposarsi?

Io credo che sia una domanda mal posta. Personalmente, penso che la pedofilia non sia affatto legata al celibato. È una struttura mentale ed è possibile che alcuni pedofili si rifugino nella Chiesa e nel celibato; ma la grande maggioranza di loro sono sposati e padri di famiglia. Crede che facendo sposare i preti non ci sarà più problema è una dolce illusione.

La Francia dovrebbe accogliere la Aquarius, nave umanitaria che salva migranti in mare e che l’esecutivo non vuole veder accostarsi a Marsiglia7Il 20 novembre 2018, poi, su richiesta della Procura di Catania, la nave starebbe stata sottoposta a sequestro preventivo [N.d.R.]?

Se ci sono persone alla deriva, certo che bisogna accoglierle! Non si possono abbandonare persone in difficoltà. Sono lì e bisogna occuparsene: questo è l’Evangelo. Dopo, però, ci vuole certamente una riflessione politica che non compete a noi. Perché delle popolazioni di paesi che hanno un potenziale straordinario sono obbligate a fuggire per venire da noi?

Una frangia importante di cattolici vuole chiudere le porte ai migranti, questo la sconvolge?

Prima di essere sconvolti, bisogna parlare con loro. Con la testimonianza, con degli incontri, possiamo aiutarli a riflettere. Io non credo che sia una questione di rifiuto dello straniero. È piuttosto questione di una certa instabilità culturale che sembra in gioco. Il nostro paese si sente rimesso in discussione da una cultura venuta da altrove e che non si integra. Se diciamo che l’accoglienza dei migranti è giusta, nella misura della nostra capacità di offrire loro condizioni per una vita degna, e che tutto ciò si trova nella Bibbia, questo discorso si farà strada.

Qui è possibile ascoltare il podcast della Tavola Rotonda

Note   [ + ]

1. Spiegava su Facebook il nostro Gabriele Marconi: «La sedazione profonda può anticipare il decesso, laddove il paziente sia in stato di dolore intollerabile non è eutanasico applicare una palliazione che può aver come risultato la cessazione della respirazione o della funzione cardio-circolatoria, purché quello non sia l’obiettivo (ovvero, in termini clinici, purché il dosaggio non sia senza ombra di dubbio sovrasedante). Quando non è più efficace o possibile idratare un paziente, per esempio, laddove la disidratazione entri in una fase violenta tale che sia almeno presumibile l’insufficienza della sedazione, non è eutanasia dosarla a rialzo finché non sia certo il decesso anticipato, se è un’eventualità (se non è lo scopo).
Secondo la legge Leonetti non è un’eutanasia in determinati casi nemmeno la rimozione dei sostegni vitali, perché non è punibile (si parla di “eutanasia camuffata”). Vincent non rientra tra questi casi, ma i margini legali vengono interpretati dilatandoli anche in altre circostanze, come testimoniano altri casi meno mediatici. Non c’è un paravento legalistico, solo una prassi impunita.
Con la sedazione profonda avrebbero rischiato di anticiparne la morte e tecnicamente questo sarebbe stato l’unico atto non eutanasico di quelli adottati. Le cose cambiano con la manifesta intenzione di denuncia dei genitori. A quel punto bisogna essere anche in grado di esibire la prova che la sedazione applicata non sia stata intenzionalmente fatale. Il che non è affatto semplice. Se non fosse possibile si configurerebbe un elemento attivo.
Per cui l’equipe del Reims ha deciso di sottoporre Vincent a più sofferenza di quella prevista dallo stesso protocollo non per garantirsi una protezione nei termini di norma legale (che non hanno comunque), cioè sostanziali, ma per prevenire l’esame di elementi di carattere procedurale nell’iter giudiziario. Hanno iposedato Vincent e predisposto l’autopsia senza remore per non fornire appigli processuali».
2. Basti sapere che trasmette, con vicende alterne, dal 1925, e che pur essendosi imposta come rete generalista francese (in effetti è oggi proprietà del gruppo M6) nacque in Lussemburgo e ancora fino al 1966 si chiamava “Radio-Télé-Luxembourg” (malgrado la proprietà francese di M6, l’azionista principale è ancora il gruppo audiovisivo lussemburghese RTL Group), per dire “l’autonomia intellettuale dei media”.
3. Se non si vuole pensare al Cardinal Vicario De Donatis, data l’unicità ecclesiastica della capitale italiana, si pensi all’arcivescovo di Milano mons. Delpini.
4. “Utero in affitto” [N.d.R.].
5. Si tratta del dottor Bertrand Rochambeau, assurto agli ambigui onori delle cronache transalpine nella prima metà dello scorso settembre per aver pacatamente affermato e argomentato le proprie ragioni deontologiche ed etiche per astenersi dal praticare aborti [N.d.R.].
6. Sarebbe il 28 settembre, ossia la vigilia della pubblicazione dell’intervista, ma il comunicato della senatrice dell’Oise è stato pubblicato il 27 settembre 2018, dunque giovedì [N.d.R.].
7. Il 20 novembre 2018, poi, su richiesta della Procura di Catania, la nave starebbe stata sottoposta a sequestro preventivo [N.d.R.]

Comments:

Una replica a “I cattolici confidino nella “parola giusta”: due interviste all’arcivescovo di Parigi”

  1. Penso che la vita è Dio che la data e di conseguenza è Lui solo che la pusi riprendere, e non l’uomo.

Di’ cosa ne pensi