Sarah oltre le strumentalizzazioni: un focus sull’Occidente

A group of young Ethiopian migrants walk through the desert on the last part of their journey before crossing by boat to Yemen from Obock, Djibouti, January 12, 2016.

Poiché vedo che l’intervista del cardinal Sarah a Valeurs Actuelles registra un alto grado d’interesse – e nulla di strano v’è in questo – vorrei tornare in argomento1Anzi, sto già scrivendo un saggio decisamente più impegnato (e impegnativo) riguardo alla posizione del cardinale guineano sulle migrazioni, che può sembrare “estrema” ma a me sembra soprattutto “molto africana” – cercherò di mostrarlo anche a partire da illustri precedenti storici (conto di finire la scrittura entro maggio).. In particolare, vorrei sottolineare da un lato la strumentalizzazione ideologica operata da chi2Buon ultimo il solito Maurizio Blondet. contrappone frontalmente il Porporato al Romano Pontefice – ho già cercato di mostrare come le loro posizioni siano sostanzialmente convergenti, pur muovendo i due da assunti parecchio distanti –: certi scritti espongono sì le preoccupazioni di Sarah per i Paesi africani, che le migrazioni di massa vanno a depauperare in una delle poche ricchezze loro rimaste, ma lo fanno sotto a titoloni studiatamente inquietanti tipo “Fermate l’immigrazione o per voi sarà la fine”. Dunque per chi è l’allarme? Di chi si preoccupa il Cardinale? Avviso: la risposta non è univoca, perché “la fine” – nel pensiero di Sarah – non minaccia l’Occidente dall’esterno.

Trovo incomprensibile anche solo sul piano politico l’operato di chi afferma di simpatizzare per Sarah e di riconoscere in lui una particolare sintonia con il pensiero di Benedetto XVI, la quale invece non sarebbe dato ravvisare col suo successore, e al contempo opera come divaricatore dei due pontificati (come se Francesco non lavorasse per il “diritto a non dover emigrare”3Il problema di costoro è che spesso intendono “diritto a non dover emigrare” come parafrasi di “obbligo a non emigrare”. Una fallacia che ne contiene diverse sul piano formale e su quello sostanziale.!): pensano forse di “aiutare” così il loro beniamino, nel presente e per l’avvenire?

Ma a tal proposito vorrei anzitutto riportare la considerazione finale che in Le soir approche et déjà le jour baisse Sarah fa rispondendo a Nicolas Diat riguardo alle migrazioni (in pratica il breve paragrafo che segue quanto ho già tradotto nel mio secondo articolo). Il giornalista chiedeva «che cosa debbano fare i governi per i migranti già presenti sul suolo europeo». Ecco la risposta:

Se i governi hanno già accolto questi uomini e queste donne, ciò suppone che essi abbiano un preciso progetto per dare loro tutte le garanzie di una vita degna con un tetto, un lavoro, una vita famigliare e religiosa stabili. Il contrario sarebbe irresponsabile e inquietante. Purtroppo constato che tali condizioni sono ben lungi dal darsi – tutte e insieme. Senza un preciso progetto di integrazione, è criminale offrire ospitalità ai migranti.

Robert Sarah e Nicolas Diat, Le soir approche et déjà le jour baisse 311

L’ultima frase dovrebbe valere da «suggel ch’ogn’omo sganni», fulminando al contempo la clausola gli immigrazionisti e gli xenofobi: è criminale offrire ospitalità ai migranti se non si ha un preciso progetto per loro, fermo restando che i flussi non devono spopolare l’Africa – non in senso assoluto. Giustamente, è per la dignità dei “suoi fratelli africani” (come li ha già chiamati poco prima) che il Cardinale si preoccupa.

Le strumentalizzazioni politiche vengono imbastite tuttavia su una specifica ambivalenza del pensiero di Sarah, ovvero quella registrabile nei riguardi dell’Occidente atlantico, che viene ritenuto al contempo depositario di un’investitura celeste e custode inconscio della propria corruzione. Per offrire al lettore materiale di prima mano, traduco a seguire un’altra intervista del Cardinale, che si sofferma sul tema. Essa è stata rilasciata a Christophe Geffroy per La Nef, mensile cattolico indipendente francese, ed è stata stampata nel numero di aprile.


Un mondo da ricostruire

di Christophe Geffroy4Fondatore e direttore de La Nef. Autore di Faut-il se libérer du libéralisme ? (con Falk van Gaver, Pierre-Guillaume de Roux, 2015), Rome-Ecône : l’accord impossible ? (Artège, 2013), L’islam, un danger pour l’Europe ? (con Annie Laurent, La Nef, 2009), Benoît XVI et la paix liturgique (Cerf, 2008).

Il cardinale Robert Sarah pubblica il terzo pannello del suo trittico di conversazioni con Nicolas Diat: Le soir approche et déjà le jour baisse. Analisi impeccabile, e tuttavia piena di speranza, del nostro collasso spirituale e morale. Un grande libro. Intervista esclusiva.

Ch. G.: Nella prima parte del suo libro, lei descrive «il collasso spirituale e religioso»: come si manifesta tale collasso? E riguarda solo l’Occidente? Altre regioni del mondo, come l’Africa, sono risparmiate da codesta crisi?

La copertina del mese di aprile 2019

+ R. S.: La crisi spirituale riguarda tutto il mondo. Essa ha però la sua fonte in Europa. Il ripudio di Dio è nato nelle coscienze occidentali.

Il collasso spirituale ha dunque dei tratti propriamente occidentali. Vorrei rilevare in particolare il rifiuto della paternità5Spunto bellissimo: sarebbe il caso di sottolinearlo adeguatamente [N.d.T.].. Hanno convinto i nostri contemporanei che per essere liberi bisognasse non dipendere da alcuno. Questo è un tragico errore. Gli Occidentali sono persuasi che ricevere sia contrario alla dignità della persona. Ora, l’uomo civilizzato è fondamentalmente un ereditiere, ha ricevuto una storia, una cultura, un nome, una famiglia. È ciò che lo distingue dal barbaro. Rifiutare di iscriversi in una rete di dipendenza, di eredità e di filiazione, ci condanna a entrare nudi nella giungla della concorrenza di un’economia abbandonata a sé stessa. Poiché rifiuta di accettarsi come ereditiere, l’uomo si condanna all’inferno della mondializzazione liberale dove gli interessi individuali si affrontano senza altra legge che quella del profitto ad ogni costo. In questo libro, invece, voglio ricordare agli Occidentali che la vera ragione di tale rifiuto di ereditare, di tale rifiuto della paternità, è in fondo il rifiuto di Dio. Distinguo in fondo ai cuori occidentali un profondo rifiuto della paternità creatrice di Dio. Riceviamo da lui la nostra natura di uomo e di donna. Ciò diventa vieppiù insopportabile agli spiriti moderni. L’ideologia del gender è un rifiuto luciferino di ricevere da Dio una natura sessuata. L’Occidente rifiuta di ricevere, non accetta se non quanto costruisce da sé. Il transumanismo è l’ultimo avatar di questo movimento. Anche la natura umana, poiché è un dono di Dio, diventa insopportabile all’uomo d’Occidente.

Questa rivolta è nella sua essenza spirituale. Essa è la rivolta di Satana contro il dono della grazia. In fondo, io credo che l’uomo d’Occidente rifiuti di essere salvato per pura misericordia. Egli rifiuta di ricevere la salvezza e vuole costruirsela da sé. I “valori occidentali” promossi dall’Onu poggiano su un rifiuto di Dio che io assimilo a quello del giovane ricco del Vangelo. Dio ha guardato l’Occidente e l’ha amato perché ha fatto grandi cose. Egli l’ha invitato ad andare oltre, ma l’Occidente si è rivoltato, ha preferito le ricchezze che doveva solo a sé stesso.

L’Africa e l’Asia non sono ancora interamente contaminate dall’ideologia del gender, dal transumanismo o dall’odio della paternità. Ma lo spirito neo-colonialista delle potenze occidentali le pressa perché adottino tali ideologie di morte.

Ch. G.: «Cristo non ha mai promesso ai suoi fedeli che uno giorno sarebbero stati la maggioranza», scrive lei (p. 34). E prosegue: «Malgrado i più grandi sforzi missionari, la Chiesa non ha mai dominato il mondo. Perché la missione della Chiesa è una missione d’amore, e l’amore non domina» (p. 35). E prima aveva scritto che «è il “piccolo resto” ad aver salvato la fede». Se mi permette questa provocazione, vorrei chiederle dove sia allora il problema, visto che il “piccolo resto” esiste e, in un mondo ostile alla fede, riesce tuttavia a conservare quest’ultima.

+ R. S.: I cristiani debbono essere missionari, non possono tenere per sé il tesoro della fede. La missione, l’evangelizzazione, resta un’urgenza spirituale.

Come potremmo restare tranquilli mentre tante anime ignorano la sola verità che libera – Gesù Cristo –? Il relativismo dilagante giunge a considerare il pluralismo religioso come un bene in sé. No. La pienezza della verità rivelata che la Chiesa cattolica ha ricevuto deve essere trasmessa, proclamata, predicata. Ma lo scopo dell’evangelizzazione non è la dominazione del mondo, bensì il servizio di Dio. Non dimentichiamo che la vittoria di Cristo sul mondo… è la Croce. Non dobbiamo volerci impadronire del potere del mondo. L’evangelizzazione si fa mediante la Croce.

I martiri sono i primi missionari. Eppure agli occhi degli uomini la loro vita è un fallimento. Lo scopo dell’evangelizzazione non è “fare numero” nella logica dei social network, che vogliono “alimentare rumore”. Il nostro scopo non è essere mediaticamente presenti: noi vogliamo che ogni anima, tutte le anime, siano salvate da Cristo. L’evangelizzazione non è una questione di successo, essa è una realtà profondamente interiore e soprannaturale.

Ch. G.: Torno alle frasi citate nella domanda precedente: voleva dire che la cristianità, in Europa, quella che ha saputo imporre il cristianesimo a tutta la società, è stata una parentesi nella storia, e dunque non può essere un modello nel senso che il cristianesimo vi “dominava” e s’imponeva mediante una certa coercizione sociale?

+ R. S.: Una società irrigata dalla fede, dall’Evangelo e dalla legge naturale è auspicabile. Tocca ai fedeli laici costruirla. È anzi la loro vocazione propria. Essi servono il bene di tutti, costruendo una città conforme alla natura umana e aperta alla Rivelazione. Ma lo scopo profondo della Chiesa non è costruire un modello sociale particolare. La Chiesa ha ricevuto il mandato di annunciare la salvezza, che è una realtà soprannaturale. Una società giusta dispone le anime a ricevere il dono di Dio, ma non sarebbe in grado di procurare la salvezza. Al contrario, può esserci una società giusta e conforme alla legge naturale senza il dono della grazia nelle anime?

È urgente annunciare il cuore della nostra fede: solo Gesù ci salva dal peccato. Comunque bisogna sottolineare che l’evangelizzazione non è completa se non quando giunge a toccare le strutture della società. Una società ispirata all’Evangelo protegge i più deboli dalle conseguenze del peccato. Al contrario, una società separata da Dio diventa presto una struttura di peccato. Essa incoraggia al male. Ecco perché si può dire che non può darsi società giusta senza un posto per Dio nello spazio pubblico. Uno Stato che proclami l’ateismo è uno stato ingiusto. Uno Stato che ricacci Dio nell’àmbito privato è uno Stato che si separa dalla fonte reale del diritto e della giustizia. Uno Stato che pretende di fondare il diritto unicamente sul proprio buon volere, che non cerca di fondare la legge su un ordine oggettivo ricevuto dal Creatore, rischia di scivolare nel totalitarismo.

Ch. G.: Nel corso della storia europea, siamo progressivamente passati da una società in cui il gruppo prevaleva sulla persona (olismo medievale) – tipo di società che esiste ancora in Africa o che continua a caratterizzare l’islam – a una società in cui la persona s’è emancipata dal gruppo (individualismo); si può anche dire, schematizzando, che si è passati da una società dominata dalla ricerca della verità a una società dominata da quella della libertà; la Chiesa stessa ha approfondito la propria dottrina a fronte di tale evoluzione proclamando il diritto alla libertà religiosa (Vaticano II): lei come analizza la posizione della Chiesa di fronte a questa evoluzione? E si può trovare il giusto equilibrio tra i due poli “verità” e “libertà”, nella misura in cui siamo forse passati da un eccesso all’altro (del resto l’una chiama l’altra)?

+ R. S.: È inappropriato parlare di “equilibrio” tra i due poli: verità e libertà. In effetti questo modo di parlare suppone che tali realtà siano esteriori l’una all’altra e in opposizione. La libertà è essenzialmente una tensione verso il bene e il vero. La verità reclama d’essere conosciuta e abbracciata liberamente. Una libertà che non sia in sé stessa orientata e guidata dalla verità non ha senso alcuno. L’errore non è oggetto di alcun diritto. Il Vaticano II ha ricordato che la verità non s’impone se non per la forza della verità stessa, dunque non mediante la coercizione. Esso ha ancora ricordato che il rispetto delle persone e della loro libertà non deve in alcun modo renderci indifferenti riguardo alla verità e al bene.

La Rivelazione è l’irruzione della verità divina nelle nostre vite. Essa non ci costringe. Dio – donandosi, rivelandosi – rispetta la libertà che egli stesso ha creato. Io credo che l’opposizione fra verità e libertà sia frutto di una concezione falsata della dignità umana.

L’uomo moderno ipostatizza la propria libertà, ne fa un assoluto al punto da crederla minacciata quando riceve la verità. Eppure ricevere la verità è il più bell’atto di libertà che all’uomo sia dato compiere. Io credo che la sua domanda riveli quanto la crisi della coscienza occidentale sia in fondo una crisi della fede. L’uomo occidentale ha paura di perdere la propria libertà ricevendo il dono della vera fede. Egli preferisce rinchiudersi in una libertà vuota di contenuto. L’atto della fede è l’incontro tra libertà e verità. Ecco perché, nel primo capitolo del mio libro, ho insistito sulla crisi della fede.

La nostra libertà è fatta per realizzarsi dicendo sì alla verità che si rivela. Se la libertà dice di no a Dio, rinnega sé stessa.

Ch. G.: Lei evoca lungamente la crisi del sacerdozio e giustifica il celibato sacerdotale: quale causa principale vede nei casi di abusi sessuali su minori da parte di preti, e che opinione si è fatto del summit che su questo tema si è appena svolto a Roma?

+ R. S.: Io sono persuaso che la crisi del sacerdozio sia un elemento centrale della crisi della Chiesa. È stata tolta ai preti la loro identità. Si è fatto credere loro che dovevano essere degli uomini efficaci. Ora, un prete è fondamentalmente un continuatore fra noi della presenza di Cristo. Non lo si deve definire per ciò che fa ma per ciò che è: ipse Christus, il Cristo stesso.

La scoperta di numerosi abusi sessuali su minori rivela una crisi spirituale profonda. Certo, ci sono dei fattori sociali – la crisi degli anni ’60, l’erotizzazione della società… – che ricadono sulla Chiesa. Bisogna però avere il coraggio di andare oltre. Le radici di questa crisi sono spirituali. Un prete che non prega, che non vive concretamente come un altro Cristo, è separato dal suo essere, dalla sua fonte. Egli finisce per morire. Ho dedicato questo libro ai preti di tutto il mondo perché so che soffrono. Molti si sentono abbandonati.

Noi vescovi portiamo una grave responsabilità, quanto alla crisi del sacerdozio. Siamo stati per loro dei padri? Li abbiamo ascoltati, compresi, guidati? Abbiamo dato loro l’esempio? Molto spesso le diocesi si trasformano in strutture amministrative. Le riunioni si moltiplicano. Il vescovo dovrebbe essere il modello del sacerdozio. Invece siamo lungi dall’essere i primi a pregare in silenzio e a cantare l’Ufficio nelle nostre cattedrali. Ho paura che ci dissipiamo fra responsabilità profane e secondarie. Il posto di un prete è sulla Croce. Quando egli celebra la messa, sta davanti alla sorgente di tutta la sua vita, che è la Croce. Il celibato è uno dei mezzi concreti che ci permettono di vivere il mistero della Croce nelle nostre vite. Il celibato iscrive la Croce fin nella nostra carne. Ecco perché il celibato è insopportabile per il mondo moderno. Il celibato è uno scandalo per i moderni perché la Croce è uno scandalo. In questo libro ho voluto incoraggiare i preti. Ho voluto dire loro: amate il vostro sacerdozio! Siate fieri di essere crocifissi con Cristo! Non abbiate paura dell’odio del mondo! Ho voluto dire il mio affetto di padre e di fratello per i preti di tutto il mondo.

Ch. G.: In un’opera che ha fatto grande rumore, Sodoma, l’autore spiega che i prelati omosessuali sono molto numerosi in Vaticano – e in questo dà ragione a mons. Viganò, che denunciava l’influenza di una potente lobby gay in seno alla Curia: lei che ne pensa? C’è un problema omosessuale in seno alla Chiesa? E se sì, perché è un tabù?

+ R. S.: La Chiesa vive oggi con Cristo gli oltraggi della Passione. I peccati di alcuni le tornano come degli sputi sul volto. Qualcuno cerca di strumentalizzare quei peccati per far pressione sui vescovi. Si vorrebbe che adottassero i giudizi e il linguaggio del mondo. Alcuni vescovi hanno capitolato. Li si vede reclamare l’abbandono del celibato sacerdotale o rilasciare dichiarazioni dubbie sugli atti omosessuali. Come stupirsene? Gli Apostoli stessi fuggirono dall’orto degli Ulivi. Hanno abbandonato Cristo nel momento più difficile.

Io credo che dobbiamo essere realisti e concreti. Sì, ci sono dei peccatori. Sì, esistono dei preti, dei vescovi e anche dei cardinali infedeli che mancano alla castità, ma anche – ed è altrettanto grave – alla verità della dottrina.

Il peccato non deve sorprenderci. Al contrario, bisogna avere il coraggio di chiamarlo col suo nome. Dobbiamo avere il coraggio di ritrovare le vie del combattimento spirituale: la preghiera, la penitenza e il digiuno. Dobbiamo avere la lucidità di punire le infedeltà. Dobbiamo traverse i mezzi concreti per prevenirle. Io credo che senza una vita di preghiera comune, senza un minimo di vita fraterna e comune fra preti, la fedeltà sia un’illusione. Dobbiamo ritornare verso il modello degli Atti degli Apostoli.

Per quanto riguarda i comportamenti omosessuali, non cadiamo nel laccio dei manipolatori. Non c’è nella Chiesa un “problema omosessuale”. C’è un problema di peccati e di infedeltà. Non lasciamoci imporre il vocabolario dell’ideologia LGBT. L’omosessualità non definisce l’identità delle persone: essa qualifica degli atti devianti e peccaminosi. Per questi atti, come per gli altri peccati, sono noti i rimedi. Si tratta di tornare a Cristo, di lasciarci convertire. Quando la colpa è pubblica, deve applicarsi il diritto penale della Chiesa. Punire è un atto di misericordia. La pena ripara il bene comune ferito e permette al colpevole di riscattarsi. La punizione fa parte del ruolo paterno dei vescovi. Infine, dobbiamo avere il coraggio di applicare con chiarezza le norme che riguardano l’ammissione dei seminaristi. Non si possono ricevere com candidati al sacerdozio delle persone con una psicologia stabilmente e profondamente ancorata nell’omosessualità.

Ch. G.: Un capitolo è consacrato a “la crisi della Chiesa”: a quando la fa risalire, precisamente, e come l’analizza? Più in particolare, come colloca la “crisi della fede” in rapporto a quella della “teologia morale” (cf. p. 173)? Una delle due precede l’altra?

+ R. S.: La crisi della Chiesa è anzitutto una crisi della fede. Si vuol fare della Chiesa una società umana e orizzontale. Le si vuole far parlare un linguaggio mediatico. La si vuole rendere popolare. A nessuno interessa una Chiesa siffatta. La Chiesa non è interessante se non in quanto ci permette di incontrare Gesù. Essa non è legittima se non perché ci trasmette la Rivelazione. Quando la Chiesa si sovraccarica di strutture umane, essa ostacola lo splendore di Dio in lei e per lei. Siamo tentati di credere che la nostra azione, le nostre idee salveranno la Chiesa. Sarebbe meglio cominciare a lasciarsi salvare da lei. Credo che siamo a un tornante della storia della Chiesa. Sì, essa ha bisogno di una riforma profonda e radicale che deve cominciare con una riforma dello stile di vita dei preti. Ma tutti questi mezzi sono al servizio della sua santità. La Chiesa è santa in sé. Noi impediamo alla sua santità di brillare a causa dei nostri peccati e delle nostre preoccupazioni mondane. È tempo di lasciar cadere tutte queste sovrastrutture per lasciar apparire finalmente la Chiesa così come Dio l’ha modellata. Si crede talvolta che la storia della Chiesa sia segnata dalle riforme strutturali. Io sono certo che sono i santi che cambiano la storia. Le strutture vengono a seguire e non fanno che tentare di rendere perenne l’azione dei santi.

Abbiamo bisogno di santi che osino portare uno sguardo di fede su ogni cosa, che osino lasciarsi illuminare da Dio. La crisi della teologia morale è conseguenza di una cecità volontaria. Si è rifiutato di guardare la vita alla luce della fede.

Nella conclusione del mio libro, parlo del veleno di cui tutti siamo vittime: l’ateismo liquido. Esso infiltra tutto, anche i nostri discorsi di ecclesiastici. Esso consiste nell’ammettere di fianco alla fede dei modi di pensare o di vivere radicalmente pagani e mondani. E siamo persino soddisfatti di questa coabitazione contro natura! Ciò mostra che la nostra fede è divenuta liquida e senza consistenza. La prima riforma da fare è nel nostro cuore. Essa consiste nel non venire più a patti con la menzogna. La fede è al contempo il tesoro che vogliamo difendere e la forza che ci permette di difenderlo.

Ch. G.: La seconda e la terza parte del suo libro riguardano le nostre società occidentali in crisi: l’argomento è talmente vasto, e lei tocca tanti punti importanti – dall’estensione della “cultura di morte” fino ai problemi del consumismo legati al liberalismo mondiale, passando per le questioni d’identità, di trasmissione, l’islamismo eccetera… – che è impossibile toccarli tutti. Fra i problemi che lei tocca, quali le sembrano veramente i più importanti e quali sono le principali cause del declino occidentale?

+ R. S.: Vorrei anzitutto spiegare perché io, figlio dell’Africa, mi permetto di rivolgermi all’Occidente. La Chiesa è la custode della civiltà. Ora, io sono persuaso che la civiltà occidentale viva una crisi mortale. Essa è giunta a sfiorare i limiti dell’odio autolesionistico. Come all’epoca della caduta di Roma, le élites non si preoccupano che di aumentare il lusso della loro vita quotidiana, e i popoli sono anestetizzati da divertimenti sempre più volgari. Come vescovo, mi faccio dovere di avvertire l’Occidente! I barbari sono ormai all’interno della città. I barbari sono tutti quelli che odiano la natura umana, tutti quelli che irridono il senso del sacro, tutti quelli che disprezzano la vita.

L’occidente è accecato dalla propria sete di ricchezze. La brama di denaro che il liberalismo diffonde nei cuori addormenta i popoli. Frattanto, continua la tragedia silenziosa dell’aborto e dell’eutanasia. Frattanto, la pornografia e l’ideologia del gender distruggono i bambini e gli adolescenti. Siamo abituati alla barbarie, essa neppure ci sorprende più. Ho voluto gettare un grido d’allarme che è pure un grido d’amore. L’ho fatto col cuore pieno di riconoscenza filiale per i missionari occidentali che sono morti sulla mia terra africana. Voglio mettermi al loro seguito e raccogliere la loro eredità. Come non sottolineare anche il pericolo che costituisce l’islamismo? I musulmani disprezzano l’Occidente ateo. Essi si rifugiano nell’islamismo per il rifiuto della società di consumo che viene proposta loro come religione. L’Occidente saprà proporre con chiarezza la fede? Perché lo faccia, è necessario che ritrovi le sue radici e la sua identità cristiana. Si va a raccontare ai Paesi del terzo mondo che l’Occidente è il paradiso perché è retto da un mercato liberale. Così si favoriscono dei flussi migratori tragici per l’identità dei popoli. Un Occidente che rinnega la propria fede, la propria storia, le proprie radici, è condannato al disprezzo e alla morte.

Tuttavia voglio sottolineare che tutto sembra essere pronto al rinnovamento. Vedo delle famiglie, dei monasteri, delle parrocchie che sono altrettante oasi in mezzo al deserto. È a partire da queste oasi di fede, di liturgia, di bellezza e di silenzio che l’Occidente rinascerà.

Ch. G.: Lei termina il suo bel libro con una parte intitolata “Ritrovare la speranza: la pratica delle virtù cristiane”: che cosa vuole dire, e in cosa questa pratica può essere un rimedio alla multiforme crisi di cui abbiamo parlato in questa intervista?

+ R. S.: Non bisogna “avere un programma”. Dobbiamo semplicemente vivere la nostra fede, completamente e radicalmente. Le virtù cristianesimo sono la realizzazione della fede in tutte le facoltà umane. Esse tracciano il cammino di una vita felice secondo Dio. Noi dobbiamo creare dei luoghi in cui esse possano fluire. Faccio appello ai cristiani perché aprano delle oasi di gratuità nel deserto della contabilità trionfante. Dobbiamo creare luoghi in cui l’aria sia respirabile; in cui, semplicemente, la vita cristiana sia possibile. Le nostre comunità debbono mettere Dio al centro. Nella valanga di menzogne si devono poter trovare dei luoghi in cui la verità sia non soltanto spiegata, ma sperimentato. Si tratta semplicemente di vivere l’Evangelo. Non di pensarlo come un’utopia, ma di farne concretamente esperienza. La fede è come un fuoco. Bisogna essere ardenti in sé stessi per poterla trasmettere. Vegliate su questo fuoco sacro! Sia esso il vostro calore nel cuore dell’inverno dell’Occidente. Quando un fuoco rischiara la notte, gli uomini si raccolgono poco a poco attorno ad esso. Tale è la nostra speranza. «Se Dio è con noi, chi sarà contro di noi?».

Fayard 2019, 448 pagine, € 22,90.
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1. Anzi, sto già scrivendo un saggio decisamente più impegnato (e impegnativo) riguardo alla posizione del cardinale guineano sulle migrazioni, che può sembrare “estrema” ma a me sembra soprattutto “molto africana” – cercherò di mostrarlo anche a partire da illustri precedenti storici (conto di finire la scrittura entro maggio).
2. Buon ultimo il solito Maurizio Blondet.
3. Il problema di costoro è che spesso intendono “diritto a non dover emigrare” come parafrasi di “obbligo a non emigrare”. Una fallacia che ne contiene diverse sul piano formale e su quello sostanziale.
4. Fondatore e direttore de La Nef. Autore di Faut-il se libérer du libéralisme ? (con Falk van Gaver, Pierre-Guillaume de Roux, 2015), Rome-Ecône : l’accord impossible ? (Artège, 2013), L’islam, un danger pour l’Europe ? (con Annie Laurent, La Nef, 2009), Benoît XVI et la paix liturgique (Cerf, 2008).
5. Spunto bellissimo: sarebbe il caso di sottolinearlo adeguatamente [N.d.T.].

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