«La cultura è una liberazione»: dedicato a chi torna oggi sui banchi… e a chi ci arriva

In questa settimana la quasi totalità degli studenti italiani torna sui banchi di scuola. Tutti noi che quei banchi li abbiamo lasciati da un po’, talvolta anche compiendo la santa imprudenza di andare a sedere in cattedra, riassaporiamo in questi giorni inediti assortimenti di déjà-vu e di memorie dalla giovinezza. Traduco per i lettori di Breviarium un post che François-Xavier Bellamy ha scritto sul suo blog pochi giorni fa, con analoghi sentimenti e richiamando l’importante lezione di un cattivissimo maestro.

di François-Xavier Bellamy

Dopo un lungo silenzio digitale sono felice di ritrovarvi su queste pagine per cominciare un nuovo anno… Esso ci permetterà di vivere insieme delle belle avventure, delle quali vi parlerò molto presto.

Per il momento, invece, in questi giorni di rientro a scuola, mentre milioni di alunni e di insegnanti riprendono il cammino scolastico, non posso fare di meglio che condividere con voi un testo che ci aiuta a prendere coscienza della posta in gioco nella bella avventura che viviamo nella discreta quotidianità delle aule… Rientrando da scuola, stasera, ho pensato ad alcune righe in cui Nietzsche1Friedrich Nietzsche, “Schopenhauer educatore” in Considerazioni inattuali, traduzione [francese] di Henri Albert (Mercure de France, Œuvres complètes, Vol. 5, tomo 2) – passim. meditava sull’importanza dei suoi educatori. «La cultura è una liberazione»: sarebbe bello che sapessimo anche noi dire, come lui, la nostra riconoscenza a quanti – malgrado tutte le difficoltà e talvolta contro l’aridità di questo lavoro paziente – s’impegnano per servire, mediante l’esigenza dell’apprendimento, la libertà delle generazioni che vengono.

«Voglio provare a pervenire alla libertà», si disse la giovane anima. «Nessuno – dice a sé stessa – può costruire il ponte sul quale varcherai l’arco della vita, nessuno a parte te soltanto». È vero che esistono innumerevoli sentieri e innumerevoli ponti e innumerevoli semidei che vogliono condurti al di là del fiume; ma il prezzo che ti chiederanno sarà il sacrificio di te stesso; bisogna che tu ti offra in pegno e che tu ti perda. C’è nel mondo un solo cammino che nessuno può percorrere all’infuori di te.

Ma come possiamo ritrovare noi stessi? Come può l’uomo conoscersi? Ecco delle questioni di ardua soluzione. E tuttavia c’è un mezzo per fare questa importante ricerca. Che la giovane anima getti uno sguardo sulla sua vita passata e si ponga questa domanda: «Che cosa hai veramente amato, fino a oggi? Che cosa ti ha attratta e simultaneamente soggiogata nonché allietata?». Fa’ sfilare davanti ai tuoi occhi la serie degli oggetti che ammiri: comparali, renditi conto del fatto che essi si completano, si espandono, si sorpassano e si trasfigurano gli uni gli altri; che formano una scala di cui fino a oggi tu ti sei servito per arrampicarti fino a te. Perché la tua vera essenza non è nascosta nel profondo di te stesso: essa è posta sopra di te, a un’altezza incommensurabile, o perlomeno al di sopra di quel che pensi di conoscere riguardo a te.

I tuoi veri educatori, i tuoi veri formatori ti rivelano ciò che è la vera essenza, il vero nodo del tuo essere, che in ultima analisi supera ogni educazione e ogni disciplina; qualcosa che in ogni caso è di difficile accesso, qualcosa di ben nascosto e spesso come paralizzato. I tuoi educatori non potrebbero essere altro, per te, che i tuoi liberatori.

Ecco il segreto di ogni cultura: essa non procura membra artificiali – un naso di cera o degli occhi di vetro –… mediante tali orpelli non si ottiene se non una caricatura dell’educazione. La cultura è una liberazione; essa estirpa la gramigna, sgombra le macerie, allontana ciò che ferisce il tenero germoglio della pianta; essa proietta raggi di luce e di calore; essa è simile alla benefica discesa di una pioggia notturna.

Certo, esistono altri modi per ritrovarsi, per tornare a sé stessi dall’intorpidimento nel quale viviamo generalmente, come avvolti in una nube opaca… Però non ne conosco di migliori: tornare al proprio educatore, a colui che ci ha formati.

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Note   [ + ]

1. Friedrich Nietzsche, “Schopenhauer educatore” in Considerazioni inattuali, traduzione [francese] di Henri Albert (Mercure de France, Œuvres complètes, Vol. 5, tomo 2) – passim.

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