Bastasse una femmina (o dieci, cento, mille!), per sgominare la misoginia nella Chiesa…

Lucetta Scaraffia, Caporedattrice di “Donne, Chiesa, Mondo” in posa nella sua casa di Roma, 28 febbraio 2018.

Fortunatamente molti avranno avuto cose più serie da fare, nel fine settimana, che andare a cercare le mie opinioni sull’intervista di Lucetta Scaraffia a Stefano Lorenzetto, pubblicata sabato sul Corriere della Sera; quelli che invece non avevano cose più serie da fare avranno potuto leggere altri commenti (ben meno rinunciabili del mio)… oppure ne avranno scritto uno.

Nel rapido botta e risposta tra Lorenzetto e Scaraffia si toccano tanti argomenti, l’intervista è ricca e succosa: alle volte si ha l’impressione che alcune risposte, “allineate” ma poco argomentate1Soprattutto quella sul sacerdozio femminile, se sia a favore: «No – risponde –. L’uguaglianza si rivela nella differenza. E l’unica istituzione che può testimoniarlo è la Chiesa, perché siamo tutti figli di Dio e per questo tutti uguali». Bah, lì per lì suona bene, ma a rileggerla lentamente sembra la supercazzola di chi non ha idea del perché la Chiesa non ammetta le donne al sacerdozio ministeriale, ma sa che questo è davvero uno dei pochi fili che non deve azzardarsi a toccare., dicano un certo riflesso pavloviano; altre volte invece si trovano risposte “non allineate” e altrettanto poco argomentate2Sconcertante ad esempio la risposta sulla “teologia che soffoca” di rimando alla domanda sul problema ecclesiastico irrisolto con la corporeità: «Io la vedo soffocata dalla teologia, che le impedisce di conoscere la vita. Come può parlare del corpo se ignora l’altra metà del genere umano?». Per molto meno di questo in Francia Thérèse Hargot si prese una storica lavata di capo dal Priore di Sainte Madeleine des Barroux. Tralasciando la tesi (evidentemente la professoressa non si occupa di teologia…), è l’ipotesi a dare i brividi: la Chiesa (sì, questo è il soggetto) ignorerebbe l’altra metà del genere umano? Non si starà esagerando?… quelle mi sembrano risentire di irrisolti tic di gioventù. Su nessuno di questi aspetti vorrei soffermarmi, tanto è roba buona per alimentare polemiche ma non per capire. Ciò che invece mi pare importante, in quanto Scaraffia dice, è il riferimento alle donne e all’omosessualismo: in un primo passaggio, infatti, la professoressa descrive un’acre misoginia ecclesiastica, evocando problemi di prelati nel relazionarsi con le donne; in un secondo, invece, accenna a moventi psicanalitici per cui degli omosessuali cercano lo stato clericale. Vediamoli affiancati:

Ma le donne come sono viste al di là delle Mura leonine?

«Non sono viste. Non esistono».

Con le suore ridotte a colf per i preti?

«Già. Devono persino difendere le loro case generalizie dai vescovi, che vorrebbero portargliele via. Spesso si fanno aiutare dalle consorelle al servizio di alti prelati. La Chiesa funziona per protettorati. Vale anche per i sacerdoti».

Non ha la sensazione che il numero dei sacerdoti omosessuali sia elevato?

«Nettissima. Troppi diventano preti per paura di confrontarsi con le donne».

Leggiamo le due risposte una dietro l’altra e balza chiaro agli occhi che la misoginia ecclesiastica è una delle giunture tra il clericalismo e l’omosessualismo: giuntura che ha il pregio di evidenziare pure come non ogni prete con attrazione per le persone del medesimo sesso sia ipso facto un cattivo prete; essa evidenzia al contempo come il clericalismo non sia una sorta di “lotta dei sessi”, ma che la capacità di rapportarsi serenamente, castamente e senza complessi con le donne può fungere da cartina di tornasole di un’attitudine ecclesiastica clericale o meno.

Di cosa la Chiesa non ha bisogno

Ecco perché la Chiesa non ha bisogno di autodafé quali alcuni zelanti in questi ultimi tempi stanno invocando (contro i pedofili, contro i pederasti, contro gli omosessuali tout court3Ma da quando il cristianesimo prevedrebbe le liste di proscrizione come proprio modus operandi?), e gli ultimi due Papi hanno da un lato operato un apertissimo giro di vite contro l’omosessualismo nel clero e dall’altro favorito l’accesso di donne a importanti organi informativi e consultivi della Santa Sede. Il problema è che non basta – non può bastare – dare una scrivania a una donna per debellare il patologico narcisismo insito nel clericalismo (diversamente, basterebbe adottare le quote rosa): quelle stesse donne possono facilissimamente diventare la materia di un’operazione di puro maquillage, e anzi al momento giusto potranno perfino diventare le utili idiote che portano acqua al mulino di veri pesci grossi (infallibilmente uomini – e clericali – e spesso omosessualisti misogini e pederasti).

Per di più, malgrado la favola romantica delle donne candide principessine, la Galadriel tolkieniana insegna come le femmine non siano meno ricettive dei maschi all’Anello del potere: è solo che storicamente hanno avuto meno occasioni di maneggiarlo. A sua volta ciò dipende (anche) dal fatto che raramente le donne scindono la gestione del ruolo e l’erogazione del potere dal proprio vissuto: da Machiavelli in giù un uomo di governo ha sempre saputo non vendicarsi di torti subiti per tutta la vita, se la vendetta gli fosse parsa inutile o dannosa ai propri fini. E invece (purtroppo) leggiamo nell’intervista di Lorenzetto con Scaraffia almeno due passi in cui alla professoressa “scappano” – «ex abundantia cordis loquitur os» – frecciatine contro chi l’avrebbe penalizzata:

Chi vigila sull’ortodossia del mensile «Donne Chiesa Mondo»?

«Eeeh!». (Sospiro). «Tutti e nessuno. In Vaticano ci sono persino alcuni che fingono di non leggerlo. Non figuro nell’Annuario pontificio. Il mio confessore, un gesuita, mi ha rincuorato: “Meglio così. Se fosse una carica istituzionale, brigherebbero per fregartela”».

Ha avuto occasione di confrontarsi con papa Bergoglio, qualche volta?

«Non mi pare corretto parlarne».

Mi sa che le tocca farlo, invece.

«Gli avevo mandato l’edizione spagnola del saggio Dall’ultimo banco4Certo, le parole in un’intervista “scappano”, ma il titolo di un libro viene pensato e valutato con cura: all’editore può andare bene che il titolo sia provocatorio, ma il nome che al titolo resta legato è quello dell’autore [N.d.R.]., che ho scritto per Marsilio. Un giorno sono a un convegno della Congregazione per la dottrina della fede. Squilla il cellulare. Mi ordinano di spegnerlo, ma io rispondo lo stesso. “Sono papa Francesco. Volevo ringraziarla per il libro. Mi è piaciuto molto”. Balbetto: “Santità, sono troppo emozionata…” “Stia tranquilla. Dov’è in questo momento?”. Gli spiego dove mi trovo. E lui: “Porti a tutti i miei auguri di buon lavoro e dica loro di comprare e leggere il suo libro”».

Lamentarsi perché non si figura nell’Annuario pontificio, andare perfino a piangere dal confessore5Il tono non dev’essere stato quello della confessione di un peccato d’orgoglio, perché altrimenti il gesuita non avrebbe “rincuorato” la professoressa, bensì le avrebbe ricordato che «siamo servi inutili» e che «abbiamo fatto quanto dovevamo fare». Se già non l’abbiamo fatto male!, fare per un attimo la ritrosa quando si tocca l’argomento caldo – le relazioni personali con il Numero Uno – e cedere subito alla prima insistenza, peraltro sciorinando un aneddoto il cui cuore narrativo è “mi avevano ordinato di spegnere il cellulare ma io ho fatto di testa mia” (o il lettore deve ritenere che Scaraffia, spento il telefono, si sia alzata in piedi e abbia detto ai colleghi “Mi ha appena telefonato il Papa, il quale vi augura buon lavoro e vi raccomanda di comprare – e di leggere – il mio ultimo libro”?)… tutto questo cosa dovrebbe avere a che fare con la riforma della Curia? Sembrerebbe invece la prova del contrario: il teorema è giusto – un rapporto sano con le donne garantisce che ecclesiastici celibi non scivolino nel clericalismo – ma quanto è difficile applicarlo!

In ballo c’è un groviglio di questioni, una matassa di problemi bella intricata: clericalismo e omosessualità, pederastia e ipocrisia, misoginia e “omofobia” (o quel che s’intende con questa strana parola). Su queste coordinate gli attori che attualmente calcano la scena della Chiesa stanno prendendo le loro posizioni6Alcuni lo fanno così apertamente che neppure bisogna intervistarli.: i recenti scandali provenienti da Oltreoceano faranno schiumare un’alta ondata di fango e quasi tutti stanno cercando di orientarsi come meglio credono per non essere spazzati via dallo tsunami annunciato.

Di cosa la Chiesa ha bisogno

Personalmente, sono del parere che la Chiesa abbia bisogno di altro: penso che per tenere testa ai clericali senza diventare più clericale di loro, per vincere l’omosessualismo senza appiccare i roghi di una folle “caccia ai preti omosessuali”, per estirpare la misoginia senza isterismi femministi occorrano persone così libere da non essere più femministe che antifemministe, più clericali che anticlericali, più “omofobe” che omosessualiste. Soprattutto, e molto più semplicemente, ci vorrebbero dei veri, semplici e umili discepoli di Gesù: che vengano a fare ciò che viene chiesto loro e scompaiano lietamente alla fine del loro lavoro (il Papa mette giustamente in guardia dalla “tentazione di occupare spazi”… altro che Annuario pontificio…).

C’est au défaut de l’amour – diceva Gide7André Gide, Numquid es tu?, a cura di Elvira Cassa Salvi, Firenze 1951, 115-117. – que nous attaque le Malin: «È nel difetto dell’amore che ci attacca il maligno». E siccome è vera la lezione di Agostino sui due amori che costruiscono due città, dobbiamo sapere e tenere per certo che quando siamo guidati dall’«amore di sé[, che porta] fino al disprezzo di Dio», stiamo costruendo una città senza speranza e senza fede. Cioè disperata e perfida8Me lo diceva ieri pomeriggio anche Lucia Scozzoli, che peraltro apprezza i contenuti di Lucetta Scaraffia molto più di quanto faccia io: «[…] La lucidità di vedere i problemi senza edulcoranti che ha la Scaraffia (su cui mi trovo tanto d’accordo) resta spesso sterile: all’occhio spietato di chi fa diagnosi senza l’onere di dover trovare cure manca il placebo e anestetico della speranza e della misericordia. Emerge quella punta di acidità (o amarezza) che guasta anche quelle poche tazze di buon latte dolce rimaste in giro, nascoste nelle vite semplici di tanti […]. In una parola, è uno sguardo inutile. Per cui, sono d’accordo con la Scaraffia ma non sono d’accordo col fatto che abbia pubblicamente detto ciò che pensa (e che penso). Bisogna saper essere utili, prima che sinceri».. Si trattasse anche della Città del Vaticano.

Su Facebook dicono:

Note   [ + ]

1. Soprattutto quella sul sacerdozio femminile, se sia a favore: «No – risponde –. L’uguaglianza si rivela nella differenza. E l’unica istituzione che può testimoniarlo è la Chiesa, perché siamo tutti figli di Dio e per questo tutti uguali». Bah, lì per lì suona bene, ma a rileggerla lentamente sembra la supercazzola di chi non ha idea del perché la Chiesa non ammetta le donne al sacerdozio ministeriale, ma sa che questo è davvero uno dei pochi fili che non deve azzardarsi a toccare.
2. Sconcertante ad esempio la risposta sulla “teologia che soffoca” di rimando alla domanda sul problema ecclesiastico irrisolto con la corporeità: «Io la vedo soffocata dalla teologia, che le impedisce di conoscere la vita. Come può parlare del corpo se ignora l’altra metà del genere umano?». Per molto meno di questo in Francia Thérèse Hargot si prese una storica lavata di capo dal Priore di Sainte Madeleine des Barroux. Tralasciando la tesi (evidentemente la professoressa non si occupa di teologia…), è l’ipotesi a dare i brividi: la Chiesa (sì, questo è il soggetto) ignorerebbe l’altra metà del genere umano? Non si starà esagerando?
3. Ma da quando il cristianesimo prevedrebbe le liste di proscrizione come proprio modus operandi?
4. Certo, le parole in un’intervista “scappano”, ma il titolo di un libro viene pensato e valutato con cura: all’editore può andare bene che il titolo sia provocatorio, ma il nome che al titolo resta legato è quello dell’autore [N.d.R.].
5. Il tono non dev’essere stato quello della confessione di un peccato d’orgoglio, perché altrimenti il gesuita non avrebbe “rincuorato” la professoressa, bensì le avrebbe ricordato che «siamo servi inutili» e che «abbiamo fatto quanto dovevamo fare». Se già non l’abbiamo fatto male!
6. Alcuni lo fanno così apertamente che neppure bisogna intervistarli.
7. André Gide, Numquid es tu?, a cura di Elvira Cassa Salvi, Firenze 1951, 115-117.
8. Me lo diceva ieri pomeriggio anche Lucia Scozzoli, che peraltro apprezza i contenuti di Lucetta Scaraffia molto più di quanto faccia io: «[…] La lucidità di vedere i problemi senza edulcoranti che ha la Scaraffia (su cui mi trovo tanto d’accordo) resta spesso sterile: all’occhio spietato di chi fa diagnosi senza l’onere di dover trovare cure manca il placebo e anestetico della speranza e della misericordia. Emerge quella punta di acidità (o amarezza) che guasta anche quelle poche tazze di buon latte dolce rimaste in giro, nascoste nelle vite semplici di tanti […]. In una parola, è uno sguardo inutile. Per cui, sono d’accordo con la Scaraffia ma non sono d’accordo col fatto che abbia pubblicamente detto ciò che pensa (e che penso). Bisogna saper essere utili, prima che sinceri».

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