Vita, morte, tecnica, progresso: l’avvenire della vita secondo J. Attali (1981)

M.S.: Insomma la salute, con la comparsa di queste protesi elettroniche, sarà il nuovo motore dell’espansione industriale…

J.A.: Sì, in conclusione tutti i concetti tradizionali scompaiono: produzione e consumo scompaiono, vita e morte scompaiono perché la protesi rende la morte un momento fluido…

Io credo che l’importante della vita non sarà più lavorare ma essere in situazione di consumare, essere un consumatore tra altre macchine di consumo. La scienza sociale dominante fino al momento presente è stata la scienza delle macchine. Marx è un clinico perché designa il male, la classe capitalista, e la elimina. Egli tiene, in un certo senso, il medesimo discorso di Pasteur. La grande scienza sociale dominante sarà la scienza dei codici, informatica e poi genetica. Questo libro è del resto anche un libro sui cidici perché cerco di mostrare che vi è una successione fra i codici: il codice religioso, il codice poliziesco, il codice termodinamico e oggi il codice informatico e ciò che chiamiamo la sociobiologia.

Questo discorso teorico non è utile che se l’avvenire non si produce: non eviteremo di essere cannibali se non cessando di diventarlo. Io credo che l’essenziale, perché una teoria sia falsa, non è che sia falsificabile, bensì che sia falsificata. Il vero non è il falsificabile, ma il falsificato.

M.S.: La sua tesi sfocia in una riflessione concreta sulla medicina, anche con dei termini temporali; sono forse le primizie di una riflessione concreta di uomo politico e di economista sull’organizzazione della medicina?

J.A.: Non lo so. Per il momento non voglio pormi tale questione. Io credo che la prima cosa che ho voluto mostrare – solo questo – sia che la guarigione è un processo in piena trasformazione verso un modello di organizzazione che nulla ha a che vedere con quello attuale, e che la scelta è tra tre tipi di attitudine:

  • o conservare attualmente la medicina come è stata finora,
  • o accettare l’evoluzione e fare che essa sia la migliore possibile, con una maggiore uguaglianza nell’accesso alle protesi,
  • oppure una terza evoluzione nella quale il rinvio al male è pensato in un modo nuovo, che non sia né quello del passato né quello dell’avvenire del sistema cannibalico: sarebbe un’attitudine prossima all’accettazione della morte, in modo da rendere la gente più cosciente che la cosa urgente non sta nel dimenticare né nel ritardare, né nell’attendere la morte, ma al contrario nel volere che la vita sia più libera possibile.

E così, io penso che a poco a poco ci si polarizzerà attorno a questi tre tipi di soluzione, e io voglio mostrare che, secondo me, l’ultima è veramente umana.

M.S.: Sa di utopia sociale. Alle volte è pericoloso essere utopici…

J.A.: L’utopia può avere caratteristiche differenti a seconda che si parli di utopia come di un sogno assoluto – e allora il sogno è un sogno di eternità – o che ci si riferisca all’etimologia della parola, vale a dire a ciò che non ha mai avuto luogo, e allora si tenta di vedere quale tipo di utopia è verosimile. Ora, io credo che se si vuole comprendere il problema della salute, bisogna rendersi conto del fatto che esistono delle utopie verosimili. L’avvenire è necessariamente una utopia, ed è molto importante comprendere che essa non è pericolosa, perché parlare di utopia significa accettare l’idea che l’avvenire non ha niente a che vedere con i prolungamenti di tendenze attuali.

Direi perfino che tutti i futuri sono possibili a parte uno, cioè il prolungamento della situazione attuale.

M.S.: L’avvenire è quella protesi particolare che sono tutte le medicine del futuro – e del presente – che aiutano l’uomo a sopportare meglio la sua condizione…?

J.A.: Trovo spaventosa questa fascinazione per le medicine contro l’angoscia, per tutto ciò che può essere un modo di eliminare l’angoscia… ma come una merce e non come un modo di vita.

Cerchiamo di dare mezzi per rendere tollerabile l’angoscia e non di creare le funzioni per non essere più angosciati.

E poi, tutte le medicine del futuro che sono legate al controllo del comportamento possono avere una maggiore incidenza politica.

Sarebbe possibile in effetti rendere conciliabile la democrazia parlamentare con il totalitarismo, poiché basterebbe mantenere tutte le regole formali della democrazia parlamentare, ma al contempo generalizzare l’utilizzo di codesti prodotti perché il totalitarismo sia quotidiano.

M.S.: Le pare concepibile? Un 1984 orwelliano basato su una farmacologia del comportamento…

J.A.: Io non credo all’orwellismo, perché si tratta di una forma di totalitarismo tecnico con un “Big Brother” visibile e centralizzato. Io credo piuttosto a un totalitarismo implicito con un “Big Brother” invisibile e decentralizzato. Le macchine che sorveglino la nostra salute, che noi potremmo possedere per il nostro bene, ci asserviranno per il nostro bene. In qualche modo subiremo un condizionamento dolce e permanente…

M.S.: Come vede l’uomo del XXI secolo?

J.A.: Credo che bisogni distinguere nettamente due tipi di uomo del XXI secolo, vale a dire: l’uomo del XXI secolo dei Paesi ricchi e l’uomo del XXI secolo dei Paesi poveri. Il primo sarà certamente un uomo molto più angosciato di oggi, ma che troverà la sua risposta al male di vivere in una fuga passiva, nelle macchine anti-dolore e anti-angoscia, nelle droghe, e che tenterà ad ogni prezzo di vivere una sorta di forma commerciale di convivialità.

Ma accanto a ciò, sono convinto che l’immensa maggioranza, la quale avrà conoscenza di tali macchine e del modo di vita dei ricchi, ma che non vi avrà avuto accesso, sarà straordinariamente aggressivo e violento. È da questa distorsione che nascerà il grande caos che potrà tradursi sia in guerre razziali, di conquista, sia mediante l’immigrazione nelle nostre contrade di milioni di persone che vorranno condividere il nostro modo di vita.

M.S.: Lei crede che il genio genetico sia una delle chiavi del nostro avvenire?

J.A.: Io credo che il genio genetico sarà tra la ventina d’anni a venire una tecnica tanto banale, tanto conosciuta e presente nella vita quotidiana quanto lo è oggi il motore a scoppio. Del resto, vi si può ravvisare e stabilire un medesimo tipo di parallelismo.

Con il motore a scoppio si potevano fare due cose:

  • o privilegiare i trasporti collettivi e facilitare la vita delle persone
  • o produrre delle automobili, strumenti di aggressività, di consumo, di individualismo, di solitudine, di stoccaggio, di desiderio, di rivalità…

Abbiamo scelto la seconda soluzione. In altri termini, con il genio genetico si potrebbero a poco a poco creare le condizioni di una umanità che liberamente assuma sé stessa, ma collettivamente, oppure invece creare le condizioni di una nuova merce, stavolta genetica, che sarebbe fatta di copie di uomini vendute agli uomini, chimere o ibridi utilizzati come schiavi, robot, mezzi da lavoro…

M.S.: Ci dobbiamo augurare di arrivare a vivere 120 anni…?

J.A.: Dal punto di vista medico, non ne so niente. Mi hanno sempre detto che era possibile. Dobbiamo augurarcelo? Risponderò a più riprese. Anzitutto, io credo che sia nella logica stessa del sistema industriale nel quale ci troviamo, l’allungamento della durata della vita non è più un obiettivo auspicato dalla logica del potere. Perché? Perché fino a quando si è trattato di allungare la speranza di vita al fine di toccare la soglia di massima resa della macchina umana, in termini di lavoro, è stato perfetto.

Ma quando oltrepassa i 60/65 anni, l’uomo vive più a lungo di quanto la sua produzione copra, e allora costa caro alla società.

Donde io credo che nella logica stessa della società industriale, l’obiettivo non sarà più quello di allungare la speranza di vita, ma di fare in modo che all’interno anche di una durata di vita determinata, l’uomo viva il meglio possibile ma in modo tale che le spese sanitarie siano il più possibile ridotte, in termini di costi per la collettività. Fa la sua comparsa dunque un nuovo criterio di speranza di vita: quello del valore di un sistema sanitario, il che è funzione non dell’allungamento della speranza di vita, ma del numero odi anni senza malattie e in particolare senza ospedalizzazione. In effetti dal punto di vista della società è certo preferibile che la macchina umana si arresti brutalmente, piuttosto che si deteriori progressivamente.

Ciò è perfettamente chiaro se ci si ricorda che due terzi delle spese sanitarie sono concentrate sugli ultimi mesi di vita. Allo stesso modo – mettendo da parte il cinismo – le spese sanitarie non arriverebbero neppure a un terzo del livello attuale (175 miliardi di franchi francesi nel 1979) se gli individui morissero tutti brutalmente in incidenti di macchina. Quindi è giocoforza riconoscere che la logica non risiede più nell’argomentazione della speranza di vita, ma in quella della durata della vita senza malattia. Tuttavia io penso che l’aumento della durata della vita resti un fantasma che corrisponde a due obiettivi:

  • il primo è quello degli uomini di potere. Le società sempre più totalitarie e direttrici nelle quali ci troviamo tendono ad essere dirette da uomini “vecchi”, a diventare delle gerontocrazie.
  • La seconda ragione risiede nella possibilità, per la società capitalista, di rendere economicamente sostenibile la vecchiaia semplicemente rendendo solubili i vecchi. Attualmente è un “mercato”, ma non è solubile.

Questo va decisamente nell’ottica secondo la quale l’uomo, oggi, non è più importante come lavoratore che come consumatore (perché nel lavoro viene rimpiazzato da macchine). Quindi si potrebbe accettare l’idea di allungamento della speranza di vita a condizione di rendere i vecchi solubili e quindi di creare un mercato. Si vede molto bene come si comportano le grandi imprese farmaceutiche attuali, nei Paesi relativamente egualitari dove almeno il modo di finanziamento della pensione è corretto: esse privilegiano la geriatria a detrimento di altri dominî di ricerca come le malattie tropicali.

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2 risposte a “Vita, morte, tecnica, progresso: l’avvenire della vita secondo J. Attali (1981)”

  1. Salve!
    Non sono riuscito a leggere tutto quando parla di cristiani e di ‘cannibalismo’ non mi sembra così profondo o geniale. Ma sicuramente sono io che non comprendo e forse non ne ho nemmeno le capacità.
    Ma quando dice che la libertà porterà all’eutanasia pur se come ragionamento ha una logica mi sembra che gli sfugga che il suo ‘cannibalismo’ o le sue previsioni sull’eutanasia hanno il limite proprio nel concetto di vita. La mia personale e certamente semplice idea è duplice:
    — lui , come molti altri, ha voluto -grazie alle grandi capacità della sua mente-
    scandagliare un po’ troppo e forse ha perso di vista le “basi”;
    — il concetto di vita -che mi sembra lui non provi mai nemmeno a sfiorare- è
    molto più che semplicemente antitetico al concetto di morte o di cannibalismo o di eutanasia o di Male…
    scusate se esprimo un mio concetto molto basico ma la vita è sempre superiore alla Morte, al Male eccetera perché questi -tutte questi aspetti antagonisti- esistono perché è la Vita che li fa esistere.
    Insomma ho come l’impressione che il sig. Attali pur di radici e pensiero molto lontani da Nietzche, leggendo il testo proprosto ho avuto l’impressione -forse sbagliata per i miei limiti- che alla fin fine i concetti di Attali non fossero altro che una nuova versione del nichilismo…
    Vabbè per me esercitarsi in elucubrazioni tali ha l’utilità e la durata di un ghiacciolo al sole di Agosto ergo tanto di cappello alla bravura ed alla genialità e va bene anche che “qualcosa si deve pur fare per mangiare” ma nemmeno lui può vedere il futuro e per questo assolutamente mai prevederlo anche se è un esercizio, la previsione, più amato ed assolutamente sopravvalutato dagli uomini.
    saluti
    RA

  2. scusate ho scritto nel box senza rileggermi e di fretta…la fretta fa compiere un bel po’ di errori di sintassi..

Di’ cosa ne pensi