Vita, morte, tecnica, progresso: l’avvenire della vita secondo J. Attali (1981)

Oggi pomeriggio ero a Venezia a incontrare degli amici del Movimento per la Vita e del Popolo della Famiglia: mi chiedevano di parlare di Alfie Evans, del suo lascito e della sua eredità.

Proprio ieri sera la zia Sarah era tornata a farsi viva:

E stasera lo stesso Thomas

Con i toni, come si vede, di chi è stato forse sconfitto, ma non per questo si è rassegnato.

Nel corso del mio intervento ho voluto fare abbondante riferimento alla storica intervista che nel 1981 Jacques Attali concesse a Michel Salomon: poiché non mi risulta che sia stata mai pubblicata, mentre perlomeno il suo passaggio sull’eutanasia viene spesso citato, ho voluto fornire a tutti gli interessati una traduzione dell’intero testo1Michel Salomon, L’avenir de la vie, Seghers 1981, 264-279.. Di seguito il testo integrale.


Ein Wunderkind”, direbbero i tedeschi: un bambino prodigio. A meno di quarant’anni, Jacques Attali è insieme un economista di fama internazionale, un insegnante, un consigliere politico molto ascoltato dal partito socialista e uno scrittore versatile, autore non solamente di opere teoriche sulla sua disciplina, ma di saggi apprezzati negli altrettanto varî dominî della politica, della musica e, recentemente, della medicina. Il libro che ha pubblicato nell’autunno del 1979, L’Ordre Cannibale. Ou “Pouvoir et Déclin de la Médecine” [in italiano Vita e morte della medicina. L’ordine cannibale], ha rilanciato in Francia il dibattito non solamente sulla validità dell’atto terapeutico, ma su tutti i problemi esistenziali, dalla nascita alla morte, che sottendono l’organizzazione del sistema delle cure in Occidente.

Che cos’è che fa muovere Attali?

Per quanti sono suoi amici, tante energie dispiegate in altrettante direzioni contemporaneamente risultano sconcertanti. Per quanti sono suoi nemici – e ce ne sono parecchi, meno per la sua personalità amabile e attraente che per le sue opinioni politiche – questo superdotato è sospetto. Radicato in un territorio di ragione, di misura, di “giusto mezzo” – giustamente… il mezzo di che? – l’establishment dell’Esagono2È un modo comune di dire “la Francia”, almeno quella continentale, e chiaramente è legato alla forma del Paese fisico: più o meno come se si leggesse “lo Stivale” e si dovesse intendere “l’Italia”. ha sempre diffidato degli intellettuali che camminano sulle sue aiuole “alla francese”…

Jacques Attali perturba, senza dubbio, con i suoi eccessi, con le sue dichiarazioni forti, il suo permanente e febbrile interrogare. Ma in questo tempo di crisi non abbiamo forse più bisogno di essere “inquietati” che rassicurati?…

Michel Salomon: Perché un economista s’interessa con tanta passione alla medicina, alla salute…

Jacques Attali: Studiando i problemi economici generali della società occidentale ho constatato che i costi della salute sono uno dei fattori essenziali della crisi economica. La produzione di consumatori e il loro mantenimento costano cari, ancora di più che la produzione delle merci stesse. Gli uomini sono prodotti da servizi che essi si rendono gli uni gli altri, in particolare nell’ambito della sanità, la cui produttività economica non aumenta molto rapidamente. «La produttività della produzione delle macchine» aumenta più rapidamente della produttività relativa della produzione dei consumatori. Questa contraddizione sarà tolta da una trasformazione del sistema di salute e di educazione in direzione di una svolta commerciale e industriale. Chiunque analizzi la storia economica si rende conto che la nostra società trasforma sempre più le attività artigianali in attività industriali, e che un crescente numero di servizi resi da uomini ad altri uomini diventano sempre più oggetti prodotti all’interno di macchine. L’incontro di queste due domande porta a chiedersi: la medicina può anch’essa essere prodotta da macchine, che verrebbero a rimpiazzare l’attività del medico?

M.S.: Una domanda che sembra un po’ accademica, teorica…

J.A.: Certo, ma rende conto della crisi attuale. Se la medicina dovesse – come l’educazione – essere prodotta in serie, la crisi economica sarebbe presto risolta. È un po’ il punto di vista dell’astronomo che dicesse: «Se i miei ragionamenti sono esatti, lì c’è una stella…». Se questo ragionamento è esatto e se la nostra società è coerente, la logica conduce a questo: come altre funzioni sono state mangiate, nelle fasi anteriori della crisi, dall’apparecchio industriale, la medicina diventa un’attività prodotta in serie – e questo ci porta alla metafora.

Quest’ultima significa che il medico è largamente rimpiazzato da protesi che hanno per ruolo il recuperare la funzione del corpo, di ristabilirla o di sostituirvisi. Se la protesi tenta di fare la medesima cosa, essa lo fa come lo fanno gli organi del corpo, e dunque essa diviene una copia di organi del corpo o di funzioni del corpo. Siffatti oggetti sarebbero dunque delle protesi da consumare. Nel linguaggio economico la metafora è chiara: è quella del cannibalismo. Si consuma del corpo. Quindi a partire dalla metafora (e ho sempre pensato che fosse quella la fonte del sapere) mi sono posto due domande:

  1. Il cannibalismo è parente di una terapeutica?
  2. Esiste una sorta di costante nelle differenti strutture sociali, la quale farebbe in modo che un cannibalismo assiomatizzato, sganciato dal modo in cui era vissuto e ricondotto a degli operatori, nel senso matematico del termine, si ritrovi nel cammino terapeutico?

Anzitutto, il cannibalismo sembra poter essere spiegato piuttosto largamente come strategia terapeutica, fondatrice. In secondo luogo, pare che tutte le strategie di guarigione, in rapporto alla malattia contengano una serie di operazioni fatte dal corpo stesso ma fatte anche dal cannibalismo, e che esse si ritrovino in tutte queste strategie: selezionare segni che si va a osservare, sorvegliarli per vedere se evolvono bene o male, denunciare ciò che va a rompere l’ordine di tali segni, ciò che chiamiamo il Male; negoziare con il Male, separare il Male. Tutti i sistemi di guarigione hanno così impiegato queste medesime operazioni: selezione dei segni, denuncia del male, sorveglianza, negoziazione, separazione. Tali differenti operazioni dicono anche una strategia del politico: selezionare segni da osservare, sorvegliarli per vedere se va tutto bene, denunciare il male, il capro espiatorio, il nemico, e allontanarlo. Ci sono rapporti molto profondi tra la strategia a riguardo del Male individuale e la strategia a riguardo del Male sociale. È questo che mi ha spinto a pensare, in fondo, che la distinzione tra Male sociale e Male individuale non fosse una distinzione molto chiara. Queste diverse operazioni fondamentali si applicavano a periodi storici differenti, su differenti concezioni che si potevano avere della malattia, del male, del potere, della morte, della vita, e dunque di colui che deve adempiere la funzione di designazione del male, di separazione. Altrimenti detto, ci sono le medesime operazioni, i medesimi ruoli, ma non sono i medesimi attori che recitano le parti. E la pièce non si mette in scena al medesimo momento.

M.S.: Da qui a fondare una teoria a partire dal cannibalismo storico o mitico… Il suo saggio ha sconvolto e scioccato non soltanto i medici, ma anche i malati che tutti in potenza siamo, insomma l’opinione pubblica…

J.A.: Questo saggio è un triplice tentativo:

  • Anzitutto è il tentativo di raccontare una storia economica del Male, la storia dei rapporti con la malattia.
  • In secondo luogo è quello di mostrare che ci sono in qualche modo quattro periodi dominanti, e dunque tre grandi crisi tra le quali si strutturano le oscillazioni di sistema; e che ogni oscillazione non tocca soltanto il guaritore, ma anche la concezione stessa della vita, della morte, della malattia.
  • In terzo luogo, infine, quello di mostrare che dette oscillazioni riguardano i segni e non la strategia, che resta quella del cannibalismo, e che di fatto si parte dal cannibalismo per farvi ritorno. Insomma, si può interpretare tutta la storia industriale come una macchina che traduca il cannibalismo fondatore, primo rapporto col male, in cui gli uomini mangiano gli uomini, in cannibalismo industriale, in cui gli uomini diventano merci che mangiano merci. La società industriale funzionerebbe come un dizionario con differenti tappe nella traduzione: ci sono lingue intermedie, in qualche modo – quattro grandi lingue. C’è l’ordine fondamentale, l’ordine cannibale. È lì che compaiono i primi dèi, che sono cannibali e nei miti che seguono, storicamente, gli dèi cannibali si mangiano tra loro: poi diventa terribile per gli dèi essere cannibali.

In tutti i miti che ho studiato, nelle differenti civiltà, la religione serve in qualche modo a distruggere il cannibalismo. Per il cannibalismo, il male sono le anime dei morti. Se voglio separate l’anima dei morti dai morti, bisogna che ne mangi i corpi. Perché il miglior modo di separare i morti dalle loro anime è mangiarne i corpi. Dunque ciò che è fondamentale, nella consumazione cannibale è la separazione. Ecco dove volevo arrivare: la consumazione è separazione. Il cannibalismo è una formidabile forza terapeutica del potere. Allora perché il cannibalismo non funziona più? Eh… perché a partire dal momento (lo si vede bene nei miti – e offro un’interpretazione tanto del lavoro di Girard sulla violenza quanto di quello di Freud in Totem e tabù, nel quale egli vede il totem e il pasto totemico come fondatori e il pasto totemico scompare nella sessualità) in cui dico che “mangiare i morti” mi permette di vivere, allora… vado a cercarne da mangiare. Dunque il cannibalismo è guaritore, ma al contempo è produttore di violenza. Ed è così che cerco di interpretare il passaggio alle proibizioni sessuali, che sono sempre le medesime che le proibizioni cannibaliche. Perché è evidente che se uccido mio padre, o mia madre, o i miei figli, impedirò la riproduzione del gruppo. Eppure sono quelli che è più facile uccidere, considerando che vivono accanto a me. Gli interdetti sessuali sono interdetti secondari in rapporto a quelli della nutrizione. In seguito si ritualizza, si mette in scena il cannibalismo in via religiosa. In qualche modo si delega, si rappresenta, si mette in scena. La civiltà religiosa è una messa in scena del cannibalismo. I segni che si osservano sono quelli degli dèi. La malattia è la possessione da parte degli dèi. Le sole malattie che si possono osservare e guarire sono quelle di possessione. La guarigione, infine, è l’espulsione del male, il male che in quel caso è il Maligno, vale a dire gli dèi. E il guaritore principale è il sacerdote. Ci sono sempre due guaritori, lungo tutto il corso del processo: c’è il denunciatore del male e c’è il separatore, che ritroveremo in seguito sotto i nomi di medico e di chirurgo. Il denunciatore del male è il prete, il separatore è il chirurgo.

Ho cercato di mostrare da una parte che il ritualismo cristiano è fondamentalmente cannibale. I testi di Luca [sic! – forse intendeva Giovanni, N.d.T.] su “il pane e il vino” che sono “il Corpo e il Sangue di Cristo”, e che se lì si mangia dànno la vita sono dei testi cannibalici, evidentemente terapeutici: c’è di questi testi una lettura medica, e al contempo cannibalica, che molto forte.

Cerco poi di raccontare la storia del rapporto della Chiesa con la guarigione, e di vedere poco a poco, senza dubbio a partire dal XII o XIII secolo, che appare un nuovo sistema di segni. Si osservano non più solamente le malattie che vengono dagli dèi, ma anche quelle che vengono dal corpo degli uomini. Perché? Perché l’economia comincia a diventare organizzata. Si esce dalla schiavitù. Le malattie dominanti sono le epidemie che cominciano a circolare come gli uomini e le merci. I corpi degli uomini poveri portano la malattia e c’è una totale unità tra la povertà (che prima non esisteva perché quasi tutti erano o schiavi o padroni) e la malattia. Essere poveri o malati significava la medesima cosa dal XIII al XIX secolo. Dunque la strategia riguardo al povero in politica e quella riguardo al malato non sono differenti. Quando si è poveri, ci si ammala; quando ci si ammala, si diventa poveri. La malattia e la povertà non esistono ancora. Ciò che esiste è l’essere poveri e malati, e una volta che si siano designati il povero e il malato la giusta strategia consiste nel separarli, nel contenerli, non nel guarirli ma nel distruggerli: nei testi francesi chiamiamo questo il rinchiudere – la reclusione, nei testi di Foucault. Si rinchiude in molti modi: la quarantena, il lazzaretto, l’ospedale e in Inghilterra le work houses. La legge sui poveri e la carità non sono dei mezzi per aiutare le persone, ma per designarle in quanto tali e per contenerle. La carità non è altro che una forma di denuncia.

M.S.: Il poliziotto diventa il terapeuta al posto del prete.

J.A.: Esatto. La religione si ritira e prende un altro potere, perché non può più assumere il potere di guarigione. Certo, ci sono già dei medici, ma questi non giocano se non un ruolo di consolazione, e ne è prova il fatto che il potere politico, molto sagacemente, non riconosce ancora i diplomi dei medici. Il potere politico considera che il suo principale terapeuta è il poliziotto, certo non il medico. Del resto in Europa, all’epoca, non c’era che un medico per 100mila abitanti.

Ma torno al terzo periodo, nel quale non è più possibile recludere i poveri perché sono troppo numerosi. Questi ultimi devono, al contrario, essere intrattenuti perché diventino dei lavoratori. Essi cessano di essere dei corpi per divenire delle macchine. E i segni che si osservano sono quelli delle macchine. La malattia, il male, costituiscono la panne. Il linguaggio clinico isola, oggettiva ancora un po’ il male. Si designa il male, lo si separa e lo si espelle.

Per tutto il XIX secolo, con la nuova sorveglianza che è l’igiene, la nuova riparazione, la nuova separazione medico-chirurgica, si vedono il poliziotto e il prete scomparire dietro al medico.

M.S.: E oggi tocca al medico cadere nella trappola…

J.A.: Oggi la crisi è triplice. Da una parte, come nel periodo anteriore, il sistema non può assicurare da sé il proprio funzionamento. Oggi in un certo senso la medicina è largamente incapace di curare tutte le malattie perché i costi diventano troppo elevati.

D’altra parte, si osserva una perdita di credibilità del medico. Si ha molta più fiducia in dati quantificati che nel medico.

In ultimo, appaiono malattie o forme di comportamento che non sono più soggette alla medicina classica. Queste tre caratteristiche conducono a una sorta di continuum naturale che passa dalla medicina classica alla protesi e ho cercato di distinguere tre fasi che si compenetrano mutuamente in questa trasformazione.

In una prima fase, il sistema tenta di durare sorvegliando i proprî costi finanziari. Ma questa volontà sfocia nella necessità di sorvegliare i comportamenti e dunque di definire delle norme di salute, di attività, alle quali l’individuo deve sottomettersi. Così appare la nozione di profilo di vita sostenibile in riferimento alle spese sanitarie.

Donde si passa alla seconda fase, che è quella dell’autodenuncia del male grazie agli strumenti di autocontrollo del comportamento. L’individuo può così conformarsi alla norma del profilo di vita e diventare autonomo rispetto alla propria malattia.

Il principale criterio di comportamento era, nel primo ordine, dare un senso alla morte; nel secondo ordine, contenere la morte; nel terzo ordine, aumentare la speranza di vita; nel quarto, quello in cui viviamo, è la ricerca di un profilo di vita sostenibile in riferimento alle spese sanitarie.

La terza fase è costituita dall’apparizione di protesi che permettono di designare il male in maniera industriale. Così, per esempio, le medicine elettroniche come le pillole associate a un micro-computer che permettono di rilasciare nel corpo, a intervalli regolari, delle sostanze, elementi della regolazione.

Su Facebook dicono:

Note   [ + ]

1. Michel Salomon, L’avenir de la vie, Seghers 1981, 264-279.
2. È un modo comune di dire “la Francia”, almeno quella continentale, e chiaramente è legato alla forma del Paese fisico: più o meno come se si leggesse “lo Stivale” e si dovesse intendere “l’Italia”.

2 Commenti

  1. Salve!
    Non sono riuscito a leggere tutto quando parla di cristiani e di ‘cannibalismo’ non mi sembra così profondo o geniale. Ma sicuramente sono io che non comprendo e forse non ne ho nemmeno le capacità.
    Ma quando dice che la libertà porterà all’eutanasia pur se come ragionamento ha una logica mi sembra che gli sfugga che il suo ‘cannibalismo’ o le sue previsioni sull’eutanasia hanno il limite proprio nel concetto di vita. La mia personale e certamente semplice idea è duplice:
    — lui , come molti altri, ha voluto -grazie alle grandi capacità della sua mente-
    scandagliare un po’ troppo e forse ha perso di vista le “basi”;
    — il concetto di vita -che mi sembra lui non provi mai nemmeno a sfiorare- è
    molto più che semplicemente antitetico al concetto di morte o di cannibalismo o di eutanasia o di Male…
    scusate se esprimo un mio concetto molto basico ma la vita è sempre superiore alla Morte, al Male eccetera perché questi -tutte questi aspetti antagonisti- esistono perché è la Vita che li fa esistere.
    Insomma ho come l’impressione che il sig. Attali pur di radici e pensiero molto lontani da Nietzche, leggendo il testo proprosto ho avuto l’impressione -forse sbagliata per i miei limiti- che alla fin fine i concetti di Attali non fossero altro che una nuova versione del nichilismo…
    Vabbè per me esercitarsi in elucubrazioni tali ha l’utilità e la durata di un ghiacciolo al sole di Agosto ergo tanto di cappello alla bravura ed alla genialità e va bene anche che “qualcosa si deve pur fare per mangiare” ma nemmeno lui può vedere il futuro e per questo assolutamente mai prevederlo anche se è un esercizio, la previsione, più amato ed assolutamente sopravvalutato dagli uomini.
    saluti
    RA

  2. scusate ho scritto nel box senza rileggermi e di fretta…la fretta fa compiere un bel po’ di errori di sintassi..

Di’ cosa ne pensi