Chiesa e comunicazione: la situazione è grave, ma non è seria

Mi ero astenuto dal commentare “il terzo segreto di Viganò”, cioè la parte della lettera privata – cuore dell’ormai ben noto affaire – in cui il Papa emerito illustra “marginalmente” le ragioni della sua “sorpresa” davanti all’iniziativa editoriale della LEV. Mi ero astenuto perché il fatto che Viganò non avesse compreso l’inopportunità di mandare a Ratzinger un testo di Peter Hünermann dice meno della sua spregiudicatezza che della sua competenza in materia squisitamente teologica – e questa non è davvero una notizia. L’unico contatto stretto di Viganò con ambienti dediti alla teologia era mons. Krzysztof Charamsa, e s’è visto che lo stesso antico officiale della CdF abbia disertato la sacra doctrina per più gaj lidi.

La lettera del Papa emerito Benedetto XVI sulla teologia del suo successore in merito alla quale spunta addirittura un intero paragrafo finora non divulgato, neanche verbalmente durante la presentazione alla stampa, Città del Vaticano, 17 Marzo 2018. Un ‘occultamento’, riguardante giudizi di papa Ratzinger su un teologo tedesco a lui avverso e inserito tra gli autori della collana “La teologia di Papa Francesco” edita dalla Lev, che oggi è stato svelato da alcuni blog: al che, nel pomeriggio la Segreteria per la Comunicazione ha deciso di divulgare la lettera nella sua interezza. ANSA

Insomma, niente si era aggiunto, fino a stamane, quando la Sala Stampa della Santa Sede ha diramato in una nota la notizia che il Santo Padre aveva accettato le dimissioni di Viganò.

La questione grave

Personalmente – e a titolo puramente privato, da semplice osservatore delle cose di Chiesa – avevo già definito non auspicabile un provvedimento di questo tipo, intravvedendovi fin dai primi fatti dell’affaire un’operazione di maquillage che sarebbe risultata perfino insultante. Al succedersi degli eventi, poi, quando per due volte di seguito il dominus della comunicazione vaticana è stato trovato pubblicamente e dolosamente mendace, andavo dicendomi che il quadro si faceva interessante e complicato: da un lato il passo indietro diventava inevitabile, dall’altro l’operazione di maquillage s’annunciava impossibile. Ma il Vaticano è lo Stato in cui risiede la Santa Sede, mi sarei anche potuto aspettare che l’impossibile venisse affrontato ed espugnato. E precisamente questo è quanto abbiamo visto oggi: il carteggio tra Viganò e il Santo Padre ha del surreale, non so decidermi se più nelle dimissioni o più nelle accettazioni.

Nella combo la lettera con cui Dario Edoardo Viganò comunica a Papa Francesco le sue dimissioni da prefetto della Segreteria per la Comunicazione (Spc), in seguito alla pubblicazione parziale della lettera di Benedetto XVI allo stesso Pontefice, e la risposta di Bergoglio che le ha accettate, pregandolo di restare nel Dicastero, nominandolo assessore. Roma, 21 marzo 2018. ANSA/ US SANTA SEDE +++ NO SALES – EDITORIAL USE ONLY +++

Da una parte il monsignore non si limita – come buongusto e opportunità vorrebbero – a una comunicazione di scarna essenzialità: «Santità, ho sbagliato, me ne dolgo; per il Suo nome, per la Riforma e per la Santa Chiesa faccio un passo indietro. Mi benedica, ne ho bisogno». Macché: Viganò si produce in ben quattro paragrafi di predica sulla riforma e di autoincensazioni che lasciano nel lettore una nota di interdizione.

Santità, in questi ultimi giorni si sono sollevate molte polemiche circa il mio operato che, al di là delle intenzioni, destabilizza il complesso e grande lavoro di riforma che Lei mi ha affidato nel giugno del 2015 e che vede ora, grazie al contributo di moltissime persone a partire dal personale, compiere il tratto finale.

La ringrazio per l’accompagnamento paterno e saldo che mi ha offerto con generosità in questo tempo e per la rinnovata stima che ha voluto manifestarmi anche nel nostro ultimo incontro. Nel rispetto delle persone, però, che con me hanno lavorato in questi anni e per evitare che la mia persona possa in qualche modo ritardare, danneggiare o addirittura bloccare quanto già stabilito del Motu Proprio L’attuale contesto comunicativo del 27 giugno 2015, e soprattutto, per l’amore alla Chiesa e a Lei Santo Padre, Le chiedo di accogliere il mio desiderio di farmi in disparte rendendomi, se Lei lo desidera, disponibile a collaborare in altre modalità.

ln occasione degli auguri di Natale alla Curia nel 2016, Lei ricordava come «la riforma sarà efficace solo e unicamente se si attua con uomini “rinnovati” e non semplicemente con “nuovi” uomini. Non basta accontentarsi di cambiare il personale, ma occorre portare i membri della Curia a rinnovarsi spiritualmente, umanamente e professionalmente. La riforma della Curia non si attua in nessun modo con il cambiamento delle persone – che senz’altro avviene e avverrà – ma con la conversione nelle persone».

Credo che il “farmi in disparte” sia per me occasione feconda di rinnovamento o, ricordando l’incontro di Gesù con Nicodemo (Gv 31,1), il tempo nel quale imparare a “rinascere dall’alto”. Del resto non è la Chiesa dei ruoli che Lei ci ha insegnato ad amare e a vivere, ma quella del servizio, stile che da sempre ho cercato di vivere.

Padre Santo, La ringrazio se vorrà accogliere questo mio “farmi in disparte” perchè [sic!] la Chiesa e il suo cammino possa riprendere con decisione guidata allo Spirito di Dio. Nel chiederle la sua benedizione, Le assicuro una preghiera per il suo ministero e per il cammino di riforma intrapreso.

Dall’altra la risposta del Santo Padre appare nel tono generale vistosamente accondiscendente nei confronti del prelato, e risulta perfino incomprensibile nel suo ricollocare contestualmente il dimissionario prefetto nel finora inedito ufficio di “assessore”. È facile pensare che codesto “assessorato” sarà la plancia per una “prefettura-ombra”, ma questo era il motivo per cui affermavo che le eventuali dimissioni non avrebbero sortito alcun effetto concreto, al di sotto dell’evidente operazione di maquillage. Resta comunque dell’incomprensibile: se il Sovrano avesse voluto blindare il proprio uomo non avrebbe avuto il minimo problema a farlo. Benedetto XVI lo disse chiaro e tondo, quando gli chiedevano la testa del Segretario di Stato: «Bertone resta». Tanta era la fiducia che – a torto o a ragione – riponeva nel porporato salesiano.

Perché orchestrare invece un sotterfugio così esposto? Il Dicastero per la Comunicazione è già pieno zeppo di uomini di Viganò, scelti da lui e fedeli alla sua linea (una menzione “d’onore” la merita il gesuita James Martin, sfrenato omosessualista, “consultore” della Segreteria): il prete resterebbe comunque de facto il “Prefetto morale” del Dicastero. Per giunta, il caso di cui è questione non riguarda un grande evento mainstream dei cui risvolti problematici poche decine di persone sarebbero a conoscenza: detti risvolti sono ormai il cuore del problema, e sono sufficientemente in luce da mostrare trasparentemente il giochino dell’assessorato. Insomma, cui prodest? I detrattori di Francesco – che non vogliono ricordare come l’arrampicata di Viganò sia spalmata sull’arco di tre pontificati, e come il monsignore sia (tuttora) assicurato da punti di saldatura tali da resistere a pressioni anche apicali – hanno approfittato anche dell’ultimo atto per dare addosso al Santo Padre (per il quale invece occorre pregare molto, tanta e tale è la pletora di corrotti che ha attorno). Personalmente, dato che trovavo inutili le dimissioni di Viganò già prima che fossero attuate (dissi che potrebbero gioirne solo i suoi nemici personali, tra i quali non mi annovero), non riesco proprio a farmi distrarre da questa coda di lucertola che si agita. La coda sta già ricrescendo, mentre i leoni da tastiera ne brandiscono il vestigio come uno scalpo. L’invenzione dell’assessorato, forse, è anch’essa una coda di lucertola, tanto è spudorata ed evidente: nel caso, la difficoltà starebbe soprattutto nell’individuare l’oggetto da cui vorrebbe distrarre.

La risposta a questa domanda, che certamente non è l’ultima né quella fondamentale della presente vicenda, è difficilmente attingibile, allo stato attuale delle conoscenze: ci sono senza alcun dubbio molti attori che non abbiamo mai visto né sentito nominare, in questa storia; non solo, gli ignoti sono sicuramente i veri uomini forti del carosello che muove questa e altre decisioni assurde. Giusto per fare un esempio riporto il tweet del già ricordato padre James Martin che veniva twittato appena il giorno prima che Agensir lanciasse la notizia delle dimissioni di Viganò:

Lo zelante alfiere dell’omosessualismo d’Oltreoceano incoraggiava le lobby lgbt di Los Angeles a formare (con tanto di indicazioni in allegato) dei “Catholic Gay & Lesbian Ministry” in tutte le parrocchie. Quanto zelo! Quanta passione! E anche lui, pesce meno grosso di Viganò, è un agente ma soprattutto un lustrino. I pupari restano nell’ombra.

La questione seria

Le infiltrazioni lobbistiche dell’omosessualismo militante sono certamente una gravissima deriva dell’attuale contesto ecclesiale ed ecclesiastico: il problema serio, però, è dato dalle condizioni di possibilità di tali infiltrazioni. Che naturalmente sono molteplici, e meritano anche dei doverosi distinguo in ogni capitolo: a chi pensa che la falla sia nella difettosa elaborazione di una corretta e ortodossa teologia cattolica bisogna ricordare che il famoso mons. Charamsa giunse all’ex Sant’Uffizio proprio per la sua fama di “purezza dottrinale”; alcuni dei cerimonieri del Santo Padre, invece, finirono a loro volta in cronache scottanti per via di conclamate intemperanze (uno di loro viene correntemente chiamato “Jessica”, in Vaticano). Questo si dica per chi volesse sostenere una presunta “via ratzingeriana”, da individuarsi nel primato della liturgia. Sono affermazioni frettolose e grossolane, sovente fatte per giustificare le proprie inclinazioni estetiche o intellettuali: la “via ratzingeriana” (che poi è la “via bergogliana”, oltre che l’unica Via) è quærere Deum.

E qui sta forse “la questione seria”, poiché – se il fronte delle lobby non è monolitico come si potrebbe pensare – quello che vorrebbe opporvisi è ben più frastagliato di quanto vorrebbe essere. Una settimana fa è stato presentato a Roma l’ultimo libro di Aldo Maria Valli, Come la Chiesa finì, e sedevano accanto a lui Ettore Gotti Tedeschi e Corrado Augias. La prima brutta impressione che ebbi stava nel mormorio di sottofondo in platea: «Ma che è venuto a fare Augias? Ma chi lo vuole sentire?». Sembrava difficile, pare, pensare che probabilmente Augias fosse lì, al pari di Gotti Tedeschi, su invito dell’Autore e dell’Editore. Quel mormorio si sarebbe rivelato un’antifona istruttiva: purtroppo per Valli, difatti, la presentazione del suo libro stava per rivelarsi un confronto tra i due “campioni”, e mentre il vaticanista rimaneva perlopiù zitto come Gesù tra i ladroni, i due relatori – «uno alla sua destra e l’altro alla sua sinistra» – disputavano non sul libro bensì sul pontificato corrente.

Ero lì a due passi dai tre, e potei scorgere distintamente Valli che si voltava verso uno di loro (quello alla sua sinistra, neanche a farlo apposta) per pregarlo di rispondere all’altro, ma magari di farlo parlando del libro. Niente da fare: Francesco sì, Francesco no, e se Gotti Tedeschi era riconoscibilmente arroccato su “Francesco no” bisogna riconoscere che Augias era assai meno categorico e più dubitativo, portando il discorso sull’acre secolarismo e sull’irrilevanza culturale non solo dei cattolici, ma dei cristiani tout court.

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3 Commenti

  1. Fino a poco tempo fa, a questo link (http://www.conciliovaticanosecondo.it/inrete/
    conilpapacontrolomoeresia/
    print/), si poteva leggere questo articolo: https://www.riscossacristiana.it/con-il-papa-contro…/
    Ne possiedo la stampata in pdf con il link in calce, che ne dimostra l’esistenza all’epoca in cui l’ho prudentemente estratto dal sito originario…
    L’argomento è scottante, ma soprattutto scottanti sono i risultati dell’inchiesta, che ha portato il suo autore a certificare la scalata della lobby gay ai palazzi del potere vaticano.
    Ora a noi non rimane che fare come Cristo ci chiede: lasciare che la zizzania cresca insieme al grano, perché i mietitori la gettino nel fuoco quando sarà il momento.
    Nel frattempo cerchiamo solo di mantenere salda la Fede, nonostante gli attacchi del maligno, che ovviamente si insinua preferibilmente proprio là dove sovrabbonda la Grazia, la quale, si sa, sovrabbonda dove abbonda il peccato…

  2. Illuminante come sempre Giovanni. La citazione di Valente mi ha confermato in una opinione che tengo fin da quando cominciò la stucchevole contrapposizione tra Benedetto e Francesco: entrambe le fazioni, tanto la “ratzingeriano-conservatorice” quanto quella “bergogliano-progressista”, sono unite dalla papolatria. I primi credono che tutti papi, tranne questo, fossero sempre infallibili; i secondi credono – o meglio: vogliono far credere – che solo questo papa sia sempre infallibile.

    E mai si ribadirà abbastanza quanto sia malsana questa visione papocentrica, come ricorda giustamente Giovanni. I papocentrici mi ricordano tanto i socialisti criticati da Chesterton, convinti che il governo dovesse condizionare ogni aspetto della vita sociale. Se viene venduto qualcosa di importante, lo ha venduto il governo; se viene assegnato qualcosa di importante, lo ha assegnato il governo; se viene tollerato qualcosa di importante lo ha tollerato il governo e così via. «Questo sistema – concludeva GKC – è l’esatto contrario dell’anarchia: è un entusiasmo estremo per l’autorità».

    Qualche tempo fa lessi un articolo interessante in lingua spagnola che sosteneva suppergiù le stesse tesi e aggiungeva qualche elemento utile a individuare la vera “lega” del “tradizionalismo al vetriolo” con le sue crociate contro papa Francesco: soprannaturalismo e culto dell’esteriorità.
    http://lacasadezaqueo.blogspot.it/2013/04/papolatrias.html

    Sul confronto tra l’attuale pontefice e la lobby gay segnalo questo vecchio post di un osservatore esterno alle cose ecclesiali come Aldo Giannuli: http://www.aldogiannuli.it/i-corrotti-e-la-lobby-gay-in-vaticano-la-spallata-di-bergoglio/

    Quanto al rapporto tra Francesco e Rahner, un altro grande classico della critica antibergogliana, mi pare di poter dire che la recente biografia pubblicata dal professor Massimo Borghesi (Jorge Mario Bergoglio. Una biografia intellettuale, Jaca Book) abbia definitivamente mostrato che il pensiero di Jorge Mario Bergoglio è stato plasmato da una linea di pensiero che comprende Fessard, Przywara, de Lubac, Guardini, von Balthasar, Methol Ferré. Praticamente assente invece l’influenza della linea Rahner-Kasper, come piacerebbe ai detrattori del Papa, i quali per motivi facilmente intuibili preferiscono continuare a giocare con l’uomo di paglia.

  3. Suggerisco a me stesso e a molti altri di leggere meditare e pregare Ebrei 5, 11-14:
    Su questo argomento abbiamo molte cose da dire, difficili da spiegare perché siete diventati lenti a capire. Infatti voi, che a motivo del tempo trascorso dovreste essere maestri, avete ancora bisogno che qualcuno v’insegni i primi elementi delle parole di Dio e siete diventati bisognosi di latte e non di cibo solido. Ora, chi si nutre ancora di latte non ha l’esperienza della dottrina della giustizia, perché è ancora un bambino. Il nutrimento solido è invece per gli adulti, per quelli che, mediante l’esperienza, hanno le facoltà esercitate a distinguere il bene dal male.

Di’ cosa ne pensi