Sulla lettera di Benedetto XVI mutilata da mons. Viganò

Sembra che dovremo abituarci a questo “stile”, e regolarci di conseguenza: quando uscirà un lancio sensazionale dalla Santa Sede, aspetteremo il giorno dopo, per valutarlo e commentarlo. Così almeno la sapremo tutta per intero.

La vicenda della lettera di Benedetto XVI “su Papa Francesco” ricorda tanto quella del “matrimonio al volo”, nelle dinamiche: una mezza verità, l’impressione sensazionale di un’iniziativa fresca e spontanea, poi a rimorchio, alla spicciolata, i restanti brandelli d’informazione, che costruiscono rapidamente una cornice in cui il fatto appare in tutt’altra luce. Col completamento delle informazioni disponibili sopraggiunge il dubbio – ma dopo diverse occasioni anche la certezza morale… – che lo scaglionamento delle stesse in differita fosse stato pianificato a tavolino. Oggi la chiamano “comunicazione”: una volta si aveva il buongusto di distinguere l’informazione dalla propaganda.

In effetti mons. Dario Edoardo Viganò non è direttore della Sala Stampa Vaticana, ma questo non risolve la faccenda: per il motu proprio L’attuale contesto comunicativo che la istituisce, nonché per i suoi Statuti, l’inedita “Segreteria per la Comunicazione” assurge a vertice di riferimento di:

  • Pontificio Consiglio delle Comunicazioni Sociali,
  • Sala Stampa della Santa Sede,
  • Servizio Internet Vaticano,
  • Radio Vaticana,
  • Centro Televisivo Vaticano,
  • L’Osservatore Romano,
  • Tipografia Vaticana,
  • Servizio Fotografico e
  • Libreria Editrice Vaticana.

E il Prefetto diventa ipso facto dominus incontrastato di tutto questo. Data la natura particolarissima degli organi convogliati nel nuovo e ancora giovanissimo Dicastero, sarebbe quanto mai opportuno che la qualità della “Comunicazione” non sfociasse mai in vile e plateale propaganda. Invece.

«Le fake news sono uno degli elementi che avvelenano le relazioni. Sono notizie dal sapore veritiero, ma di fatto infondate, parziali, quando non addirittura false. Nelle fake news il problema non è la non veridicità, che è molto evidente, ma la verosimiglianza. […] Si fa fatica a riconoscere le fake news perché hanno una fisionomia mimetica: è la dinamica del male che si presenta sempre come un bene facilmente raggiungibile. L’efficacia drammatica di questo genere di contenuti sta proprio nel mascherare la propria falsità, nel sembrare plausibili per alcuni, agendo su competenze, attese, pregiudizi radicati all’interno di gruppi sociali più o meno ampi. Per questo, le fake news sono particolarmente insidiose, dotate di una capacità di presa e di tenuta purtroppo notevoli. Aspetti acuiti dal ruolo dei social network nell’innesco e nella propagazione, che, uniti a un utilizzo manipolatorio, finiscono per sfociare in forme di intolleranza e odio» (Mons. Dario Edoardo Viganò, 24 gennaio 2018).
La faccenda della lettera mutilata di Benedetto XVI ricorda le tristi vicende di Vito Mancuso e Piergiorgio Odifreddi, che si sono valsi anche loro della pubblicazione proditoria di lettere private di grandi vegli, i quali sono notoriamente poco adusi ad adire le vie legali per difendersi1Mancuso spiattellò a mo’ di prefazione una lettera privata dell’ultimo cardinal Martini; Odifreddi impreziosì un proprio libercolo con la stroncatura che lo stesso Benedetto XVI gli fece l’onore di scrivergli in una lettera e la sfruttò per aumentare la visibilità delle sue pagine, altrimenti nate già morte.: a parziale attenuante dei due anticlericali va detto che entrambi vivono (anche) dei loro libri, e comunque «tengono famiglia».

La gravità dell’atto di Viganò sta evidentemente nell’aver trasposto un testo privato in una cornice pubblica, ma non solo: aver collocato la presentazione degli undici libretti di don Roberto Repole a ridosso dell’anniversario quinquennale dell’elezione di Papa Francesco, aver presenziato personalmente, da Prefetto della Segreteria per le Comunicazioni e leggendo quell’unico paragrafo di una lettera di Benedetto XVI, tutto ciò ha collocato quel testo sotto le lenti di un interesse per il quale non era stato scritto. L’ultimo paragrafo lo chiarisce in modo cristallino.

Benedictus XVI
Papa Emeritus

Rev.mo Signore
Mons. Dario Edoardo Viganò
Prefetto della
Segreteria per la Comunicazione

Città del Vaticano
7 febbraio 2018

Reverendissimo Monsignore,

La ringrazio per la sua cortese lettera del 12 gennaio e per l’allegato dono degli undici piccoli volumi curati da Roberto Repole.

Plaudo a questa iniziativa che vuole opporsi e reagire allo stolto pregiudizio per cui Papa Francesco sarebbe solo un uomo pratico privo di particolare formazione teologica o filosofica, mentre io sarei stato unicamente un teorico della teologia che poco avrebbe capito della vita concreta di un cristiano oggi.

I piccoli volumi mostrano, a ragione, che Papa Francesco è un uomo di profonda formazione filosofica e teologica e aiutano perciò a vedere la continuità interiore tra i due pontificati, pur con tutte le differenze di stile e di temperamento.

Tuttavia non mi sento di scrivere su di essi una breve e densa pagina teologica perché in tutta la mia vita è sempre stato chiaro che avrei scritto e mi sarei espresso soltanto su libri che avevo anche veramente letto. Purtroppo, anche solo per ragioni fisiche, non sono in grado di leggere gli undici volumetti nel prossimo futuro, tanto più che mi attendono altri impegni che ho già assunti.

Sono certo che avrà comprensione e la saluto cordialmente.

Suo,

Benedetto XVI

Questo documento attesta ormai apertamente che già il 12 gennaio Viganò preparava “il colpaccio” della presentazione dei libretti di Repole nella cornice del quinquennale di Papa Francesco: dopo congrua anticamera il Prefetto ha ricevuto un rescritto privato contenente il secco rifiuto di produrre – come la missiva doveva chiedere apertis verbis – «una breve e densa pagina teologica».

Su Facebook dicono:

Note   [ + ]

1. Mancuso spiattellò a mo’ di prefazione una lettera privata dell’ultimo cardinal Martini; Odifreddi impreziosì un proprio libercolo con la stroncatura che lo stesso Benedetto XVI gli fece l’onore di scrivergli in una lettera e la sfruttò per aumentare la visibilità delle sue pagine, altrimenti nate già morte.

1 Commento

  1. Monsignor Viganò ha fatto alcuni maneggi senza prevedere che data la presenza dei ” social” la cosa sarebbe venuta fuori nel giro di 24 ore.La mancanza di capacità di prevedere l’ ovvio sembra molto radicata, sia negli ecclesiastici che nei politici che nei giornalisti. Poi a quanto pare anche in cosiddetti filosofi o scienziati. Mi spiego il fenomeno con una forma di infantilismo, per cui accade solo quello che voglio io. Ma dopo i 3 anni è pericoloso…Mi sembra che nell’ entourage del Papa ce ne siano un po’ troppi e che, anziché favorire, possano essere d’ inciampo a quella rivoluzione ” Evangelica” della Chiesa Cattolica così caldeggiata da George Weigel, ad esempio. Il che non vuol dire che sia un male…

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