Cosa videro i Padri di Costanza in Martino V. 600 anni dopo

A San Martino
ogni mosto è vino

dice il proverbio. E l’11 novembre 1417, esattamente seicento anni fa, giunse a fermentazione un mosto che in molti disperavano di assaporare mai in grado alcoolico. Si poneva fine, nella sostanza, alla più grave crisi istituzionale che la Chiesa cattolica abbia conosciuto – almeno in Occidente –: quella passata alla storia come “scisma d’Occidente”.

Non sto a richiamare fatti noti, dico solo che ho avuto piacere, ieri, di notare come la stampa tedesca avesse ricordato il genazzanese Oddone Colonna alla vigilia dell’elezione dell’«unico Papa eletto in terra germanica».

Prima pagina della “Trossinger Zeitung” di ieri, 10 novembre 2017, vigilia del seicentesimo anniversario dell’elezione di Martino V

Con il mio amico Marco commentavamo poi, scherzando su quel post e sull’articolo della Trossinger Zeitung, che se un uomo di quel tempo vedesse le scaramucce ecclesiali odierne, forse riderebbe di gusto. Pennivendoli che raccontano a rovescio saggi di eminenti cardinali sono uno spettacolo desolante, sì, ma niente a confronto di una cristianità occidentale che con la sinistra estingueva rabbiosamente i focolai hussiti e con la destra si sbrindellava in tre incredibili obbedienze. Davvero ha ragione la Scrittura ad ammonire:

Non domandare: «Come mai i tempi antichi erano migliori del presente?», poiché una tale domanda non è ispirata da saggezza.

Eccl. 7,10

Un quarantennio torbido e oscuro come quello a cui mise fine l’elezione di Oddone Colonna non s’era mai visto in Occidente. E neanche lo scisma luterano avrebbe mai riprodotto uno spettacolo tanto sinistramente pernicioso: da Lutero vennero Bach e Kierkegård, se non altro, mentre dall’antipapa Benedetto XIII non venne che la sterile ostinazione di chi pretendeva di star incarnando la vera Tradizione – durata la sua vita e pochi anni a seguire. Roba che Lefebvre e Fellay, a confronto, sono Lancillotto e Galaad: almeno qui si parla di divergenze dottrinali, lì era solo questione di rapporti di forza.

Oddone scelse il nome di Martino perché appunto l’11 novembre si festeggiava, come ancora si festeggia, san Martino di Tours: il popolarissimo santo, eternato nell’icona del soldato che taglia il proprio mantello con la spada per coprire un povero (che in certa iconografia è Cristo stesso), fu di felice auspicio per quell’annata. La tunica di Cristo, che “nel 1054” aveva subito un grande squarcio (neppure era il primo) e che un altro ne avrebbe subito tra il 1520 e il 1521, veniva quel giorno preservata da uno strappo che sembrava più che certo.

Lastra sepolcrale di Martino V Colonna, nella cripta antistante il ciborio di San Giovanni in Laterano, Roma.

Martino V fu l’abilissimo diplomatico che accettò di essere eletto da un conclave praticamente coincidente col Concilio di Costanza, convocato da un antipapa poi fuggitivo e deposto per simonia, scandalo e scisma (personaggio di cui il Colonna era peraltro fedele accolito1Di Giovanni XXIII, al secolo Baldassarre Cossa, Martino V si sarebbe sempre considerato successore. Certo è che, dopo l’orrenda esperienza di Giovanni XXII, e dopo quella dubbia e ambigua di Giovanni XXIII – onorato da Papa Colonna col riferimento di “venerato predecessore” –, nessuno mai ebbe più il coraggio di eleggere per sé quel nome che in soli quindici secoli era baldanzosamente arrivato al ventitreesimo ordinale. Quando Roncalli scelse di raccogliere quel testimone negletto da più di cinque secoli gli chiesero appunto quale ordinale volesse (la questione sulla legittimità di Papa Cossa era un rebus storiografico). Roncalli, che era ben versato negli studî storici e che doveva essersi fatto una sua solida opinione, rispose secco: «XXIII». E cancellò per sempre Cossa da ogni lista dei Papi autentici.) e presieduto da un imperatore (come ai vecchi tempi) che aveva brigato con l’antipapa per far fuori tutti e tre i pretendenti e azzerare il tabellone. Come sanare il risultato di un simile “papocchio”? Colonna promise che avrebbe ratificato i documenti del Concilio, ma fece in modo che non vi fosse spazio per tesi conciliariste: fu un compromesso delicatissimo, ma Martino V ne uscì illeso e illesa ricompose l’unità della Chiesa in Occidente. Ogni volta che entro in San Giovanni (è sepolto lì sotto al ciborio) mi fermo con un tremore sulla tomba di quest’uomo audace. Davvero la sua prodezza meriterebbe di essere cantata con grandi lingue.

Qualcuno lamenterà che non fu, a conti fatti, il grande riformatore che sarebbe potuto essere. …Chiacchiere: fu nepotista, è vero, ma riportò il Papato a Roma – un’Urbe in stato miserrimo – dopo 135 anni. Pacificò la Chiesa in Occidente, che bruciava di febbri conciliariste; riuscì a resistere alle spinte dei poteri mondani che avrebbero approfittato della congiuntura per rovesciarlo e in tutto ciò riuscì pure a essere clemente coi nemici di un tempo. Davanti a tutto questo non riesco proprio a considerare cogente il fatto che abbia elargito il titolo principesco alla propria famiglia d’origine.

Su Facebook dicono:

Note   [ + ]

1. Di Giovanni XXIII, al secolo Baldassarre Cossa, Martino V si sarebbe sempre considerato successore. Certo è che, dopo l’orrenda esperienza di Giovanni XXII, e dopo quella dubbia e ambigua di Giovanni XXIII – onorato da Papa Colonna col riferimento di “venerato predecessore” –, nessuno mai ebbe più il coraggio di eleggere per sé quel nome che in soli quindici secoli era baldanzosamente arrivato al ventitreesimo ordinale. Quando Roncalli scelse di raccogliere quel testimone negletto da più di cinque secoli gli chiesero appunto quale ordinale volesse (la questione sulla legittimità di Papa Cossa era un rebus storiografico). Roncalli, che era ben versato negli studî storici e che doveva essersi fatto una sua solida opinione, rispose secco: «XXIII». E cancellò per sempre Cossa da ogni lista dei Papi autentici.

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