La “communicatio idiomatum” ci serve come il pane (e anzi anche di piú!)

Michelangelo Merisi da Caravaggio, La Cena in Emmaus (139x195 cm), 1601-1602, Londra, National Gallery.

Venerdí scorso ho trovato tra la posta di Breviarium questo asciutto messaggio:

Buongiorno. Mi chiamo ***** e sono un catechista. Ho una domanda: vorrei spiegare in maniera semplice a degli amici cosa è la comunicazione degli idiomi. Mi potrebbe spiegare un po’ questa cosa? Grazie.

La domanda è di quelle che mi piacciono molto perché punta all’essenziale della fede cristiana senza girare intorno a questioni secondarie (gli scandali storici e quelli attuali1Ma si leggano invece questo e questo, se interessa la materia., le mistificazioni di certi personaggi…): soprattutto, è una di quelle domande che pongono questioni accademiche su un piano di condivisione amichevole e informale. Parlarne con degli amici è, per le piú delicate questioni dogmatiche, un banco di prova importante: il cristianesimo infatti, come rivelazione, è infatti anzitutto una conversazione tra amici2Intendendo “conversazione” nel senso etimologico piú vasto, quello di un complessivo “stare-vivere-essere-insieme”., laddove all’acme della propria missione il suo fondatore ha conferito ai discepoli appunto l’epiteto di “amici”3Gv 15,12-17..

Un testo greco e uno latino

Moltissime cose interessanti e importanti si potrebbero dire, sulla communicatio idiomatum – chi per primo l’abbia chiamata cosí, quando, come e perché sia stato opportuno definirla e chi abbia strenuamente resistito (e ancora resista) ad accettare l’aiuto di questa categoria teologica capitale –, ma vorrei limitarmi soltanto a due testi, e rinunciando in questo ai soliti Tertulliano e Origene, nonché al sommo Agostino.

Ippolito

Il primo testo è dal Contro Noeto attribuito a Ippolito: neppure accenniamo alla questione ippolitea, che ci porterebbe alla deriva rispetto al tema, e andiamo direttamente alle ultime pagine dell’importante ancorché breve trattato:

Cosí, pur essendo Dio, [Cristo] non rifiuta di mostrare la sua condizione umana, quando ha fame e stanchezza, e affaticato ha sete, e spaventato fugge, e pregando si addolora, e si addormenta sul cuscino, egli che in quanto Dio ha natura non soggetta al sonno.

Rifiuta il calice di passione, egli che per questo era venuto nel mondo; nell’agonia suda ed è confortato dall’angelo, egli che conforta quelli che credono in lui e ha insegnato loro coi fatti a disprezzare la morte. È tradito da Giuda, egli che sa chi è Giuda; è oltraggiato da Caifa, egli che in quanto Dio poco prima da quello viene riconosciuto santo; è disprezzato da Erode, egli che giudicherà tutta la terra; è flagellato da Pilato, egli che accettato le nostre debolezze; è schernito dai soldati, egli che ha al suo fianco migliaia di migliaia e miriadi di miriadi di angeli e arcangeli; è affisso al legno dai giudei, egli che fissa il cielo come una volta. Gridando rimette al Padre lo spirito, egli che è inseparabile dal Padre; reclinando il capo spira, egli che ha detto “Ho il potere di deporre la mia anima e ho il potere di prenderla di nuovo”; poiché, in quanto è vita, non era dominato dalla morte, ha detto “Io la depongo da me”; ha il fianco colpito dalla lancia, egli che elargisce a tutti la vita. Avvolto in un lenzuolo viene deposto nel sepolcro, egli che risuscita i morti; dopo tre giorni è risuscitato dal Padre, egli che è la risurrezione e la vita. Tutto questo ha compiuto a nostro vantaggio, egli che per noi è diventato come noi. Infatti ha accettato le nostre debolezze, ha sopportato le nostre malattie, ha sofferto per noi, come ha detto il profeta Isaia.

Colui che è accompagnato dal canto degli angeli ed è contemplato dai pastori ed è atteso da Simeone ed è testimoniato da Anna era costui che è ricercato dai Magi e indicato dalla stella, che dimora nella casa del Padre ed è mostrato a dito da Giovanni, cui il Padre rende testimonianza dall’alto: «Questo è il mio Figlio diletto: ascoltatelo».

Questo è coronato di vittoria contro il diavolo, questo è Gesú il Nazareno, che è chiamato alle nozze di Cana e trasforma l’acqua in vino, rimprovera il mare sconvolto dalla violenza dei venti, cammina sull’acqua come sulla terra secca, dà la vista al cieco nato, fa risorgere Lazzaro morto da quattro giorni, compie prodigi di ogni genere, rimette i peccati, dà potere ai discepoli, fa scorrere sangue e acqua dal sacro fianco colpito dalla lancia.

Per questo il sole si oscura, il giorno non si rischiara, si spezzano le pietre, il velo si squarcia, i fondamenti della terra si scuotono, si spalancano le tombe e si ridestano i morti e i capi del popolo sono svergognati. A vedere l’ordinatore dell’universo che sulla croce chiude gli occhi e rende lo spirito, la creazione si turbò e non potendo sostenere la sua gloria straordinaria si oscurò.

Ippolito, Contro Noeto 18,1-8

Leone Magno

Il secondo testo è molto piú tardo, come si vede già dal linguaggio, assai piú “impostato” e preoccupato di prevenire le obiezioni degli avversari: è tratto dal celeberrimo Tomus ad Flavianum, la lettera che papa Leone I spedí al patriarca di Costantinopoli Flaviano che a lui aveva chiesto lumi su come affrontare le tensioni conciliari accessorie alla crisi nestoriana-eutichiana. Lasciamo stare la cornice storica e godiamoci questo passaggio:

[…] Infatti chi è vero Dio, questo stesso è vero uomo, e nulla di falso c’è in questa unità, perché sono in reciproco rapporto la bassezza dell’uomo e l’altezza della divinità. Come infatti Dio non cambia per misericordia, cosí l’uomo non viene annullato dalla dignità divina. Infatti entrambe le forme, una con la partecipazione dell’altra, operano ciò che è proprio di ognuna, in quanto, cioè, il Logos opera ciò che è del Logos e la carne fa ciò che è della carne. Uno dei due risplende di miracoli, l’altra soccombe alle ingiurie. E come il Logos non perde l’uguaglianza della gloria paterna, cosí la carne non abbandona la natura del nostro genere.

Infatti, come dobbiamo spesso ripetere, uno solo e lo stesso è realmente Figlio di Dio e realmente Figlio dell’uomo. Dio in quanto «in principio era il Logos, e il Logos era presso Dio e il Logos era Dio» [Gv 1,1]; uomo in quanto «il Logos si è fatto carne ed ha abitato fra noi» [Gv 1,14]. Dio in quanto «tutto è stato fatto per mezzo di lui e senza di lui nulla è stato fatto» [Gv 1,3]; uomo in quanto è «nato da donna, nato sotto la legge» [Gal 4,4].

La nascita della carne è manifestazione della natura umana, ma il parto di una vergine è segno di potenza divina. L’infanzia del piccolo è manifestata dall’umiltà della culla, ma la grandezza dell’Altissimo è dichiarata dalle voci degli angeli. È simile agli uomini che sono alle prime prove colui che Erode empiamente cerca di uccidere, ma è Signore di tutti colui che i Magi godono di adorare supplichevolmente. […]

Perciò, per tacere molti altri esempi, non è della medesima natura piangere con compassionevole affetto l’amico morto e risuscitarlo al comando della voce rimuovendo il peso di una sepoltura di quattro giorni, o essere appeso al legno e far tremare tutti gli elementi cambiando la luce in tenebra, o essere trafitto dai chiodi e aprire alla fede del ladrone le porte del paradiso. Allo stesso modo non è della medesima natura dire “io e il Padre siamo una cosa sola” [Gv 10,30] e dire “il Padre è maggiore di me” [Gv 14,28]. Benché infatti nel Signore Gesú Cristo una sola sia la persona del Dio e dell’uomo, altro tuttavia è ciò per cui in ambedue comune è l’insulto, altro ciò per cui è comune la gloria. Infatti da noi gli deriva l’umanità inferiore al Padre, dal Padre gli deriva la divinità uguale al Padre.

Perciò in forza dell’unità di persona da intendere nell’una e nell’altra natura si legge che il Figlio dell’uomo è disceso dal cielo, mentre il Figlio di Dio ha assunto la carne da quella vergine dalla quale è nato; e di contro si dice che è stato crocifisso e sepolto il Figlio di Dio, mentre tutto ciò egli ha patito non nella divinità per cui l’Ungenito è coeterno e consustanziale al Padre, ma nella debolezza della natura umana. Perciò tutti noi anche nel Simbolo professiamo che l’unigenito Figlio di Dio è stato crocifisso e sepolto, secondo le parole dell’apostolo: «Se infatti l’avessero conosciuto, mai avrebbero crocifisso il Signore della Gloria» [1Cor 2,8].

Leone, Lettera dogmatica a Flaviano 4-5 passim

L’unico umanesimo vero e possibile

Sono testi molto belli, e mi sono limitato ai primi due che mi sono venuti in mente: certamente tra i piú importanti, essi sono tuttavia ben lungi dall’esaurire lo spazio teoretico della questione cristologica. Però sono utili, mi pare, nel comprendere che cosa sia la comunicazione delle particolarità naturali nell’unica persona di Cristo, che al contempo è figlio di Maria e fratello di ogni uomo… e figlio del Padre e Signore di tutto il creato.

Gustave Doré, Le Petit Poucet

Proprio ieri a Messa, anche pensando a come impostare questa risposta al lettore, mi dicevo che lo scandalo patito dai nazaretani davanti a Gesú veniva in parte, ma non in toto, dal loro essere suoi compaesani, perché questo fattore andava ad accentuare un elemento di fondo, che Gesú afferma essere comune a tutti i profeti ma che si ritrova elevato all’infinito nel Verbo incarnato: parlare-per-Dio, infatti, significa rap-presentare (e ri-presentare) la sua Parola, ossia il principio ordinatore del Cosmo, in parole povere il senso del mondo. Il che è da una parte la massima posta immaginabile, in assoluto; dall’altra quella che resta sottesa a ogni azione, per quanto piccola e particolare: Gesú trasforma l’acqua in vino e moltiplica pane e pesce proprio perché sa che neanche un boccone di cibo o un sorso di bevanda sono sufficienti, alla natura umana, senza un’assicurazione di fondo sulla sensatezza dell’esistenza. In mancanza di quest’ultima, la vita dell’uomo precipita su una cresta sottilissima fra il baratro dell’edonismo e quello del nichilismo (due facce, a ben guardare, dell’unica moneta del materialismo): Gesú spera, con cuore divino e umano, di scuotere l’uomo da questo inganno non sulla base di argomentazioni ma a partire dall’esperienza di una mano tesa, che poteva non esserci e invece c’è, e – di piú! – che sembra rispondere proprio al piú intimo desiderio dell’uomo. Una carezza, una presenza generosa, una condivisione che arricchisce tutti senza impoverire nessuno.

Carl Offterdinger, Hänsel und Gretel

Se gustiamo a fondo la compagnia di Gesú capiamo che quel piacere non è (anzitutto e soprattutto) la bozza di un progetto politico, ma la rivelazione sull’intima natura di Dio, unico ma non solo e supremo ma non solitario. Piano piano cominciamo anche a intuire che il mistero di Dio sia cosí strettamente legato alla vicenda e alla persona di Gesú da specchiarvisi dentro, anzi (a posteriori) da averlo appositamente disposto, facendo lo slalom tra tutte le contingenze della storia universale, perché fosse per noi come la pista di molliche disseminata da Pollicino da casa al bel mezzo del bosco: i fratelli (maggiori) ne beneficiano dopo, ma comprendendo che lui l’aveva disposto in anticipo capiscono di dovergli tutto, e che il suo essere minimo tra loro non è che pura apparenza.

A dispetto dell’accusa di misantropia, che a vario titolo è stata mossa ai cristiani, bisogna invece riconoscere che il cristianesimo è stato e tuttora è, nella storia nota, la piú vasta, duratura e riuscita esperienza umanistica mai osservata: che nelle sue preghiere Dio venga definito “amico degli uomini” sarebbe ancora poco (con un po’ di buona volontà si troverebbero decine di altre culture che facciano altrettanto); il cristianesimo è l’unico umanesimo vero e possibile perché adora, letteralmente, un uomo, e non può con ciò diventare idolatria perché quell’uomo non è “diventato Dio” se non in quanto già da sempre lo era. I nostri umanesimi, insomma, sono tutti delle antropologie proiettate sulla volta celeste, mentre il cristianesimo nasce dalla Luce eterna che, senza smettere di essere tale, è venuta realmente a porre la sua tenda tra le nostre tenebre.

Non so se sono riuscito a soddisfare la richiesta di *****: forse ci sarebbero voluti svariati boccali di birra per accompagnare questa alternanza di letture e riflessioni. Come dicevo, le speculazioni teologiche sono spesso (non sempre) utili, e talvolta (non sempre) perfino necessarie, ma tutte devono poter essere riportate alla dimensione di famigliarità e convivialità da cui promanano e a cui vorrebbero/dovrebbero ricondurre. Le molliche di Pollicino e di Hänsel sostituivano i sassolini come l’Eucaristia della nuova alleanza trasforma in pane la pietra della Parola (da cui pure già nel deserto mosaico sgorgavano acque vive); ma, come nelle fiabe di Perrault e dei fratelli Grimm, anche la pista del Pane può essere rapita da quanti rendano irriconoscibile il suo percorso. Riusciamo insomma a smarrirci anche dopo aver condiviso molto con Gesú e aver ricevuto il suo Vangelo Pasquale, ma come Pollicino Cristo ha stivali per rincorrerci fino ad Emmaus e recidere di netto i nodi gordiani dei nostri ragionamenti fallaci. Riportandoci di peso al suo Mistero.

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Note

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1 Ma si leggano invece questo e questo, se interessa la materia.
2 Intendendo “conversazione” nel senso etimologico piú vasto, quello di un complessivo “stare-vivere-essere-insieme”.
3 Gv 15,12-17.
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Classe 1984, studî classici (Liceo Ginnasio “d'Annunzio” in Pescara), poi filosofici (Università Cattolica del Sacro Cuore, Università degli Studi di Roma “Tor Vergata”, PhD RAMUS) e teologici (Pontificia Università Gregoriana, Pontificio Istituto Patristico “Augustinianum”, Pontificia Università “Angelicum”, PhD UCLy). Ho lavorato come traduttore freelance dal latino e dal francese, e/o come autore, per Città Nuova, San Paolo, Sonzogno, Il Leone Verde, Berica, Ταυ. Editor per Augustinianum dal 2013 al 2014 e caporedattore di Prospettiva Persona dal 2005 al 2017. Giornalista pubblicista dal 2014. Speaker radiofonico su Radio Maria. Traduttore dal francese e articolista per Aleteia Italiano dal 2017.

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