Chiesa e abusi: dall’omertà al senso di colpa totale

Questa mattina la notizia della condanna per il cardinale Barbarin mi ha molto addolorato. Uno dei più grandi vescovi di Francia si trova a pagare per colpe non sue… Del resto, così commentava Jean-Pierre Denis, direttore del settimanale La Vie:

Nella vita le fatture scoperte diventano sempre più pesanti mano a mano che avanza il tempo. Ecco il problema dell’istituto episcopale oggi. Troppo tardi vuol dire caro assai.

E sempre in mattinata sono venuto a sapere di alcuni preti implicati in tristi vicende di aggressioni sessuali (e non una di queste storie – lo dico en passant – vede una donna come vittima!), addirittura uno sarebbe invischiato in una penosa faccenda di droga. Nei giorni scorsi mi avevano parlato di un vescovo che sta cercando di “reinserire” in diocesi un prete giudicato colpevole di aggressioni sessuali contro un diciassettenne, e che lo sta facendo mediante un ufficio presso una società di vita consacrata (donne che non sono in posizione di opporre un diniego all’Ordinario del Luogo). Il tutto come se il popolo cristiano non meritasse di meglio, come se questo stillicidio di sotterfugi fosse lo stile di Gesù. Sembra che davvero la Chiesa non sarà liberata dai mali del clericalismo se non obtorto collo.

Proprio stamattina il Papa, si è rivolto con parole accorate ai preti della diocesi di Roma, che s’erano riuniti in Laterano col loro vescovo per il tradizionale incontro di inizio Quaresima:

È evidente che il vero significato di ciò che sta accadendo è da cercare nello spirito del male, nel nemico che agisce con la pretesa di essere padrone del mondo. Eppure non scoraggiamoci, il Signore sta purificando la sua Sposa, ci sta convertendo tutti a sé, ci sta facendo sperimentare la prova perché comprendiamo che senza di Lui siamo polvere, ci sta salvando dall’ipocrisia, dalla spiritualità delle apparenze. Egli sta soffiando il suo Spirito per ridare bellezza alla sua Sposa, sorpresa in flagrante adulterio. Il peccato ci deturpa e ne facciamo con dolore l’umiliante esperienza quando noi stessi o uno dei nostri fratelli sacerdoti o vescovi cade nel baratro senza fondo del vizio, della corruzione, o peggio ancora del crimine che distrugge la vita degli altri.

Parole belle che esprimono concetti veri, ma che rischiano di essere delegittimate dal rincorrersi di mille e più notizie contrastanti. Parole forse migliori – perché forse più vissute e più patite – le prendo in prestito dal signor Loïc, che neanche una settimana fa e dopo dieci anni di battaglia legale, ha finalmente ottenuto giustizia per suo figlio – anche lui stuprato da un prete. Ieri pomeriggio ci consegnava la testimonianza di una pace che ha destato lo stupore di quanti, in tribunale, gli chiedevano: «E dopo tutto questo lei ancora è cattolico?».


di Loïc M.1Pubblicato su www.lavie.fr il 6 marzo 2019 alle 18:27.

Venerdì 1º marzo 2019, dopo dieci anni di attesa e un processo d’Assise di cinque giorni che hanno lasciato il segno, nostro figlio e altri due ragazzi che hanno sporto denuncia sono stati riconosciuti vittime dalla Corte d’Assise di Perpignan, che ha condannato il prete aggressore dei nostri figli a quindici anni di reclusione.

Non è utile tornare sull’impensabile: «Come un prete ha potuto commettere simili atti?». L’abbiamo sperimentato nella nostra carne: nessun uomo è al riparo dal male, e anche dal male più cupo, al punto che il presidente del tribunale mi chiedeva: «Ma come può lei essere ancora cattolico, dopo tutto questo?». Non soltanto lo sono ancora, ma vorrei dire che anche se nostro figlio è stato abusato da un prete, questo non intacca in nulla la stima e la fiducia che abbiamo per tutti quegli altri preti i quali – ogni giorno – si prodigano attorno a noi. Tre giovani preti che operavano nel ministero con l’accusato hanno testimoniato, talvolta fra le lacrime, davanti a noi. Ci hanno chiesto perdono, perdono di non aver visto prima, perdono anche di non aver creduto prima. Sono stati traditi dal loro confratello nel sacerdozio, lordati da uno che ammiravano. Porgo loro i miei omaggi e dico ai vescovi: vegliate sui vostri preti come dei padri, perché questo mondo è duro con loro, e la colpa di uno solo non deve gettare discredito sugli altri. Sono contro il matrimonio dei preti ma per la paternità dei vescovi.

André Marceau, attuale vescovo di Nizza

Quando sento dire di tutti questi casi – «è un peccato collettivo» – insorgo. Si passa da una cultura del silenzio alla colpevolizzazione generale. Questi preti non sono colpevoli dei crimini dei loro confratelli. Se come padre me ne voglio anche per il non aver potuto impedire quel che è accaduto, non mi sento in alcun modo colpevole come questo predatore. Neppure questi preti dovrebbero sentirsi in colpa. Per quanto riguarda la gerarchia, temo che questa nuova vulgata non sia che un nuovo modo di non stare davanti ai fatti. La gerarchia della Chiesa deve assumere individualmente le proprie colpe e non affogarle in una vaga responsabilità collettiva… Le vittime non vogliono richieste di perdono dagli innocenti. Esse sperano che un giorno sia il loro aguzzino a chiedere perdono, e sarebbero molto sollevate se anche il loro vescovo facesse lo stesso. Nel nostro caso, il vescovo dell’epoca – mons. André Marceau – non ha mai ricevuto nostro figlio, mai ha chiesto sue o nostre notizie, mai ha avuto una parola di compassione per le vittime… neppure in dieci anni di processo dove, come un funzionario di Dio, è venuto a dire “ho fatto quel che dovevo fare”, cioè niente. Non ci ha neppure guardati, non ha evocato il dolore delle vittime, non ha avuto una parola per i nostri figli… L’avvocato generale ha giudicato il comportamento del vescovo “scandaloso”, e la Corte – pur avendo riconosciuto all’udienza civile l’indennizzo richiesto dalle vittime – ha rifiutato l’euro simbolico di risarcimento chiesto alla diocesi. Questo gesto di giustizia è stato un conforto per le famiglie.

Noi siamo solo dei semplici fedeli. Non ce ne facciamo niente dei bei discorsi di riforme sempre annunciate, di grandi riunioni, di annunci ad effetto… Quello che vogliamo è la realtà dell’evangelo. Che sarebbe costata, a questa gerarchia, una parola di misericordia e di compassione? Nostro figlio la stava aspettando e anche noi: non è arrivata e non arriverà. Di che ha paura? Che prendiamo questo gesto come un atto di debolezza? Un’ammissione di colpevolezza? Non posso credere che sia questo, la Chiesa di Gesù Cristo. Finché i nostri vescovi non avranno quest’attitudine semplicemente evangelica, i bei discorsi non serviranno a niente. Finché non saranno dei padri – per le vittime, per i loro preti, per i loro fedeli… – non saranno credibili e non ci aiuteranno a conservare alla Chiesa la nostra fiducia, ad amarla malgrado tutto.

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