Le memorie di un avo contadino e l’augurio del discendente di un crociato nella festa di san Luigi

San Luigi sul letto di morte. Les Chroniques de France ou de Saint-Denis - France, Paris, entre 1332 et 1350 Mahiet, Maître du Missel de Cambrai - Royal 16 G VI - f° 444v © British Library

Oggi ricorre la memoria di san Luigi. Luigi IX, re di Francia. Imparai che “Luigi” è nome da re e da santo per eccellenza alla scuola di mio nonno, Luigi anch’egli: uomo giusto e retto, ligio e religioso, severo e gioviale, una vita di gioiosa e parsimoniosa operosità riversata nella cura della casa, della famiglia, dei campi. Quel che Catone auspica per tutti i governanti romani alla fine della loro carriera, insomma, mio nonno l’aveva fatto da sempre.

Stamattina a messa, il prete anziano che aiuta in parrocchia (uomo mitissimo e assai devoto) ha voluto enfatizzare la memoria di san Luigi (che fu santo veramente, mica per modo di dire) ma essendo profondamente irenico sembrò trovarsi in palpabile imbarazzo mentre ricordava all’assemblea le circostanze del suo trapasso:

Celebriamo la memoria di san Luigi, o Ludovico…
Re di Francia…
che morí a Tunisi…
…di peste…
…mentre organizzava…

…una crociata…»

E si affrettò subito ad aggiungere, con tanto di mani avanti:

…per il Santo Sepolcro!

San Luigi è santo veramente. Non solo: da santo e in quanto santo, per il suo cammino di santità, andò in crociata, investendo ben oltre i limiti del buonsenso e della convenienza politica (gli incastri economici in cui pose il Regno, anzi, minarono il rapporto privilegiato del Trono di Francia con la Cattedra Romana – come si vide fin troppo chiaramente a partire dal regno di Filippo il Bello). Il che non vuol dire, tuttavia, che egli fu santo perché fu crociato. Alle crociate andavano i re e gli avventurieri, i santi e le prostitute (che vi trovavano frotte di clienti). Letteralmente. Nessuna guerra rende santi, ma per amore di Dio si può arrivare – in certi contesti geostorici – a impegnare i proprî beni e la propria vita fino alla fine, anche sostenendo contrasti e scontri pesanti. San Luigi morì con un solo dente in bocca, i suoi ultimi pensieri furono per san Tommaso e gli ultimi accenti della sua voce – pronunciati su un letto di ceneri composto sul suolo a forma di croce – furono spesi in salmi penitenziali dopo aver visto morire il figlio che era nato durante la precedente crociata, la settima.

«Avrò sbagliato tutto? Dio lo vuole? Dio è con me?» sono domande che lo avranno divorato piú della dissenteria, e sono domande che tutti conosciamo. San Luigi era santo perché invece la rovesciava, la domanda: «Ma io sono con Dio? Quello che faccio lo sto facendo per la sua gloria o per la mia?». E allora fece una vita da pellegrino e da penitente, malgrado fosse nato nei fasti di quella che sarebbe risultata la piú longeva dinastia reale di Francia (e tra le piú durature della storia universale).

Proprio stamane, mentre facevo colazione, l’ultimo esponente di quella dinastia – che di san Luigi porta il nome oltre che il sangue – si esprimeva con un lungo thread che ho trovato interessante e che mi piace offrire qui tradotto e archiviare nel mio Breviarium:

Forte della responsabilità che m’impongono gli otto secoli della dinastia reale capetingia, di cui sono l’erede, la gravità attuale dello stato della Francia mi porta a esprimermi – in questo giorno in cui la Chiesa festeggia san Luigi, modello dei governanti.

Mi corre l’obbligo di constatare che il nostro Paese s’affossa verso giorni sempre piú gravi, mentre mi piacerebbe che le mie dichiarazioni potessero salutare il rinnovamento che tutti i francesi fedeli e che credono nel destino del loro Paese sperano con tutto il cuore.

Colpita da molti anni da una crisi morale che la porta a dubitare di sé stessa, della sua missione, della sua identità, la Francia deve cosí subire numerosi attacchi venuti dall’esterno: talmente diffusi e perversi che è difficile vagliarli sempre adeguatamente.

È difficile trovare buone risposte. La difficoltà è tanto piú grande che la verità non è guardata in faccia e le parole sono travisate dall’ideologia al punto da perdere il loro senso.

Quanti valentemente resistono, senza perdersi d’animo, spesso animati da una fede profonda, non bastano a risollevare la situazione. Allo stesso modo, i nostri militari – impegnati su piú fronti al di là dei nostri confini – constatano che il loro sacrificio e la loro abnegazione non bastano, cosí isolati, a ricreare una dinamica vincente.

Le battaglie si vincono sul campo, certo, ma è anzitutto nei cuori e negli spiriti che si forgiano le condizioni della vittoria, che deve trovare la sua espressione politica.

Basterebbe poco: restituirle il gusto e il senso della vittoria che la Francia aveva quando era sicura di sé stessa e della sua missione; e ricordarle i grandi momenti del suo passato, che restano esemplari per l’indomani. 

Questo stato interiore, che potrebbe sorgere di nuovo se i francesi lo volessero, sembra dimenticato, annichilito. Le “élites”, dalla Rivoluzione, non hanno agito che per interesse. Quando si tornerà al Bene Comune, alla giustizia, alla protezione dei piú deboli? 

Quando si accetterà di restituire alle parole il loro senso e di scordarci che non ci sono né inciviltà ne giovani selvaggi, ma violenze gratuite e nuovi barbari senza fede né legge, che è doveroso combattere e punire, perché ognuno dei loro crimini rovina la vita sociale – vita sociale che è già molto difficile per numerosi francesi che si trovano a far fronte a una situazione economica e sociale spesso critica. 

La corrente crisi sanitaria ha mostrato quanto i nostri compatrioti fossero capaci di colpi di reni e di iniziative, quando lo Stato non li opprime; quando non li carica di una fiscalità sempre piú pesante e iniqua mentre non assicura piú i servizî pubblici. 

I francesi, in numero sempre maggiore, si rendono conto che le istituzioni non rispondono piú alle loro legittime attese. Quante crisi ci vorranno ancora? Quanti sacrifici perché gli occhi si aprano? 

Degli spiriti lucidi avevano posto la questione se questi avvenimenti – in cui errori accumulati si traducono in centinaia di migliaia di morti in tutto il mondo – non fossero l’occasione di riflettere sul disordine degli ultimi decenni. 

Il bel simbolo del “giorno dopo”1Piú o meno l’equivalente dell’italico mantra “#andràtuttobene” [N.d.R.]. sembrava foriero di un avvenire. In realtà, a distanza di appena pochi mesi le cattive abitudini hanno largamente trionfato sui buoni propositi, e i giorni dopo sembrano ancora piú catastrofici di quelli prima. 

Il voto, davanti a un’assemblea quasi deserta, della legge detta “bioetica”, ne è la manifestazione piú eclatante: essa è contraria sia all’ordine naturale sia all’etica. Questa legge assomma la negazione del sistema rappresentativo attuale per il modo in cui è stata elaborata e la rottura con i fondamenti dell’umanità. 

Le manipolazioni contro natura stanno guadagnando una nuova tappa verso una società chimerica, in cui nessun limite sembra piú trattenere gli uomini. La società della paura e anche delle costrizioni: quella della morte a progetto. 

Che mondo abbiamo davanti a noi? Che mondo lasceremo ai nostri figli? Parlo qui come erede e successore dei Re di Francia, ma anche come padre e come marito. So quante giovani coppie sono preoccupate per l’avvenire della società, per quello dei loro figli – dei nostri figli. 

Fortunatamente, i secoli della storia ci insegnano che le situazioni piú terribili non sono irreversibili. La Francia è uscita da altri pericoli, e questo anche quando stava per perdere la propria sovranità, come al tempo di Carlo VII. La missione di Giovanna d’Arco l’ha salvata da un pericolo tanto piú eminente in quanto il nemico era già installato sul nostro suolo. Colei che nel 1920 è diventata la patrona del patriottismo ha salvato il Paese e ha restaurato la legittima monarchia. 

Possa San Luigi, modello dei sovrani e dei governanti, proteggere la Francia e aiutarla a ritrovare il senso della sua missione.

Louis de Bourbon, duca di Angiò

«Se non del tutto giusto – direi con De André –, quasi niente sbagliato»: proprio l’amore alla nostra storia, e alle sue radici classiche, mi porta a trovare apprezzabile, almeno in linea di principio2Cioè quando non sono Salvini, Zingaretti e Di Maio a esprimerla. la democrazia, mentre nel thread del duca di Angiò avverto alcuni ben dissimulati ballons d’essai in favore della monarchia, ma potrebbero pure far parte del genere letterario (o del solo portato dell’autore). 

Certo invece nella genuina passione politica e nell’alta idea dell’ethos pubblico s’intravede proprio il mistico lignaggio del suo nobile e santo avo. Aggiungerei, sommessamente, appena un tratto piú penitenziale, quello che mi colpí di San Luigi dai tempi in cui adolescente lessi la monografia a lui dedicata da Jacques Le Goff. Si possono certo commettere degli errori tattici e politici, anche gravi, governando, ma nulla di tutto ciò conta piú quando è evidente che il governante brucia tutta la propria esistenza in un olocausto al Bene Comune. Che è, in ultima analisi, la Gloria di Dio. Viva san Luigi!

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Note

1. Piú o meno l’equivalente dell’italico mantra “#andràtuttobene” [N.d.R.].
2. Cioè quando non sono Salvini, Zingaretti e Di Maio a esprimerla.

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