Quel che a Pisa (e altrove) pericolosamente pende

Questo è “il peccato originale” di Francesco Mosca, detto “il Moschino” (1558-1563), realizzato per essere collocato sull’altare settentrionale del duomo di Pisa (cioè quello ubicato all’estremità sinistra del transetto) proprio negli anni in cui a Trento la Chiesa cattolica stava definendo ancora una volta la propria dottrina sulla redenzione (ossia sul peccato originale, sulla grazia di Cristo e sulla vita sacramentale della Chiesa). 

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Questo è “il peccato originale” di Francesco Mosca, detto “il Moschino” (1558-1563), realizzato per essere collocato sull’altare settentrionale (cioè quello ubicato all’estremità sinistra del transetto) proprio negli anni in cui a Trento la Chiesa cattolica stava definendo ancora una volta la propria dottrina sulla redenzione (ossia sul peccato originale, sulla grazia di Cristo e sulla vita sacramentale della Chiesa). Quando l’ho visto, l’altro ieri per la prima volta, sono rimasto folgorato: non mi sovvengono altri esempi di un Adamo barbuto e con le fattezze di Cristo (a parte i soli bassorilievi del Duomo di Orvieto – cf. almeno 1Cor 15,45-47 e Rom 5,12-21), e di primo acchito queste masse mi hanno ricordato quelle del marmoreo Cristo Redentore attribuito a Michelangelo e conservato a Santa Maria sopra Minerva (Roma). Difficile dare un nome a quest’opera: “il peccato originale”? ma quello è Cristo, che il peccato l’ha subito senza commetterlo; “Adamo ed Eva”? ma quello è l’ultimo Adamo, non il primo! Di certo però il “peccatum mundi” è già avvenuto e il Moschino ha rappresentato qualcosa di storico: il Serpente, dalle fattezze antropiche, sta tra le fronde dell’albero quasi ritratto, mentre Eva già comincia a coprire le nudità che un attimo prima teneva esposte con fiera innocenza. Adamo/Cristo no, è più nudo di lei ma non si copre: la sinistra si appoggia al tronco dell’albero ma non per ricevere il frutto (Cristo non pecca), né per additare la colpa nella donna (Cristo non accusa l’adultera), bensì per trasformare il mortifero “frutto della conoscenza” (ché la conoscenza, senza amore, uccide) in frutto di vita eterna. Il demonio si ritira perché già vede il legno della maledizione trasformato dal vero Adamo, mediante la propria consegna alla Passione, nell’adorabile legno della Croce. Queste cose non le troverete scritte in alcuna guida in vendita al Bookshop fuori dal Duomo (nella migliore di esse il fotografo inquadrava il gruppo col tabernacolo davanti – “il lampadario” [sic!], secondo l’addetta alle vendite), di tanta meraviglia non sono disponibili cartoline e la stessa pagina Wikipedia dedicata al Duomo non fa menzione del Moschino. [⏩ @breviarium.eu]

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Quando l’ho visto, l’altro ieri per la prima volta, sono rimasto folgorato: non mi sovvengono altri esempi di un Adamo barbuto e con le fattezze di Cristo (a parte i soli bassorilievi del Duomo di Orvieto – cf. almeno 1Cor 15,45-47 e Rom 5,12-21), e di primo acchito queste masse mi hanno ricordato quelle del marmoreo Cristo Redentore attribuito a Michelangelo e conservato a Santa Maria sopra Minerva (Roma). 

Difficile dare un nome a quest’opera: “il peccato originale”? ma quello è Cristo, che il peccato l’ha subito senza commetterlo; “Adamo ed Eva”? ma quello è l’ultimo Adamo, non il primo! Di certo però il “peccatum mundi” è già avvenuto e il Moschino ha rappresentato qualcosa di storico: il Serpente, dalle fattezze antropiche, sta tra le fronde dell’albero quasi ritratto, mentre Eva già comincia a coprire le nudità che un attimo prima teneva esposte con fiera innocenza. Adamo/Cristo no, è più nudo di lei ma non si copre: la sinistra si appoggia al tronco dell’albero ma non per ricevere il frutto (Cristo non pecca), né per additare la colpa nella donna (Cristo non accusa l’adultera), bensì per trasformare il mortifero “frutto della conoscenza” (ché la conoscenza, senza amore, uccide) in frutto di vita eterna. Il demonio si ritira perché già vede il legno della maledizione trasformato dal vero Adamo, mediante la propria consegna alla Passione, nell’adorabile legno della Croce.

Queste cose non le troverete scritte in alcuna guida in vendita al Bookshop fuori dal Duomo (nella migliore di esse il fotografo inquadrava il gruppo col tabernacolo davanti – “il lampadario” [sic!], secondo l’addetta alle vendite), di tanta meraviglia non sono disponibili cartoline e la stessa pagina Wikipedia dedicata al Duomo non fa menzione del Moschino (però accenna a delle moschee [sic!]).

Duomo di Orvieto, Creazione di Eva

La stessa foto che vi mostro la dovete (la dobbiamo) a tale “Giovanni V.”, che l’ha caricata su Flickr dopo aver ricevuto dispensa dal divieto di fare fotografie (o dopo averlo meritoriamente trasgredito1Il copyright non è un valore in sé (se lo fosse il Medioevo non ci avrebbe tramandato i tesori dell’Antichità): o le sue maglie servono a tutelare i diritti di autori e di opere, o sono l’utile puntello di una prevaricazione spirituale simile a quella di cui in Mt 23,13.): io sono stato redarguito dal custode mentre candidamente sfoderavo dalla tasca il cellulare e mi accingevo a farne una (che sarebbe comunque venuta meno bella di quella del flickrista mio omonimo). Sono uscito dall’ala del duomo segregata dal resto dell’edificio “per la preghiera” – va bene riservare uno spazio alla sola preghiera, ma perché renderla non comunicante col resto? stavo per capirlo… – e mi sono recato all’ingresso: i biglietti dove sono? – Che biglietti? Ci vogliono i biglietti per la chiesa? – Certo, vada in biglietteria a farli. Mi sono allora recato, con una bimba piccola e una neonata al seguito, nella biglietteria dirimpetto, per scoprire lì che «no, signore, i biglietti per il duomo sono gratis ma vanno fatti, e comunque si fanno solo nell’altra biglietteria, all’altro angolo della piazza». Andiamo all’altro angolo della piazza (sempre con bimba in braccio e passeggino), facciamo la fila e scopriamo il meglio: «I biglietti gratuiti per il duomo sono finiti – mi dice l’impiegato con burocratica asetticità –: ce ne sono 75 ogni mezz’ora, ma guardi che abbiamo dato debito avviso». – E quindi? (chiedo). «E quindi niente», risponde lui serafico, senza aggiungere neanche una sillaba. E che succede dopo? Si aspetta la mezz’ora successiva? O dal 76esimo biglietto si paga? «Niente». Non ero mai entrato al Duomo (anzi, non ci sono mai entrato): in tutti i miei passaggi a Pisa ho avuto sempre poco più del tempo per vedere la Torre e poi fare ciò per cui ero in città. Mi sarebbe piaciuto vedere l’altare meridionale (dall’altra parte del transetto), perché con un’occhiata m’era parso di scorgere un’incoronazione della Vergine e – al di là dell’ovvia concordanza con il tema cui la Cattedrale è dedicata, nonché con quello della festa liturgica di ieri – il rimando all’altare dirimpetto avrebbe potuto indicare Maria come “l’ultima Eva”, la compagna del vero Adamo, ma Wikipedia non ne parla, le guide in libreria inquadravano “il lampadario” e i biglietti erano finiti (però il solerte burocrate ne aveva dato informazione, quindi tutto ok).

Masaccio, Pagamento del tributo, Cappella Brancacci in Santa Maria del Carmine, Firenze

Il giorno dopo, ossia ieri, sono tornato a visitare il Santuario livornese di Montenero, e la mia attenzione è stata catturata dai tre quadri delle storie di San Gaetano Thiene, dipinti da Filippo Maria Galletti per celebrare il fondatore dei Teatini: nella prima delle tre tele si vede la Madonna che si strizza il seno destro e manda degli spruzzi di latte nella bocca del santo. Anche lì, nessuna didascalia in chiesa, nessuna guida in libreria (ma i siti del comune e del santuario, va pur detto, riportano qualcosa – rigorosamente senza foto a corredo). 

Michelangelo, Cristo Redentore

La domanda che sorge spontanea è: come abbiamo fatto a precipitare da secoli di illuminato mecenatismo, in cui si sapevano investire cifre anche enormi a vantaggio di una comunicazione raffinata ed efficace dell’Evangelo, a un’epoca sciatta e inconsapevole come la nostra?

Mi piacerebbe che mons. Benotto e mons. Giusti, vescovi rispettivamente di Pisa e di Livorno, intervenissero per valorizzare il patrimonio di cultura e di fede conservato nelle chiese di cui pro tempore sono chiamati ad essere amministratori: sono due uomini dotati di sensibilità e d’intelligenza, per di più sono entrambi nativi della zona. Mi piacerebbe che in generale tutti i vescovi riconoscessero dove le sovrastrutture amministrative rendono asfittici gli organismi che i nostri padri, nei secoli, hanno programmato per evangelizzare i contemporanei. Nessun convegno sulla “nuova evangelizzazione” vale l’armonia di simboli stratificata in una bella cattedrale (e questo è tanto vero che le cattedrali vengono visitate da uomini non credenti che se ne dicono interrogati e “in-quietati”, mentre spesso i convegni ecclesiastici sono frequentati a stento dai loro stessi promotori), e se una trasposizione in nuove forme e nuovi linguaggi deve esserci, tuttavia la nostra epoca ha ancora in quei tesori come un patrimonio di verità e di bellezza inestinto e inarrivato.

Naturalmente non dico questo perché ci accartocciamo sugli antichi tesori di cattedrali e abbazie quasi come in un ripiegamento estetico: tutt’altro, anche su questo blog ho voluto riportare le dichiarazioni di Benoist de Sinety – vicario episcopale per la diocesi di Parigi – il quale all’indomani del rogo che ha devastato Notre-Dame ricordava come la grandezza di quell’epoca veniva dal fatto che la Chiesa investiva in progetti di lunga durata sui due piani della prossimità agli ultimi e dell’elevazione a Dio (e concretamente si affacciavano su un’unica e medesima piazza la Cattedrale e l’Hôtel-Dieu, cioè una qualche forma di ospedale o di pronto soccorso dedicato principalmente ai poveri e ai pellegrini). Questo fu verificato a Pisa una volta di più, dove mentre il cantiere della cattedrale era ancora in fermento la Chiesa fece erigere il grande complesso ospedaliero successivamente intitolato a Santa Chiara: nella fattispecie, le costruzioni si inserirono nelle complesse e mutevoli politiche che dagli anni di Federico II e Gregorio IX in poi avevano travagliato il rapporto tra Stato e Chiesa, ma è ugualmente importante che Alessandro IV (massimo mecenate di quel primo nucleo ospedaliero) ingiungesse ai pisani di riscattarsi dalle cattive politiche di prima curando le piaghe dei malati e dei sofferenti.

Quanto sarebbe benefica, per la Chiesa e per l’umanità, una spiegazione diffusa, chiara, fruibile, gratuita e non complicata di tutta questa illuminata e plurisecolare attività. Quanto sarebbe bella e, sì, nuova, questa evangelizzazione.

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Note   [ + ]

1. Il copyright non è un valore in sé (se lo fosse il Medioevo non ci avrebbe tramandato i tesori dell’Antichità): o le sue maglie servono a tutelare i diritti di autori e di opere, o sono l’utile puntello di una prevaricazione spirituale simile a quella di cui in Mt 23,13.

Comments:

Una replica a “Quel che a Pisa (e altrove) pericolosamente pende”

  1. Salve!

    Io non entro in chiese dove fanno pagare il biglietto di ingresso
    (e nemmeno in sinagoge tipo quella di Budapest o di Praga entrambe
    a pagamento) quindi non sono mai entrarto né a Pisa né a Orvieto
    nè a Milano e nemmeno a San Marco … ma sì a San Marco sì
    negli anni ’70 quando non si pagava…

    Come diacono ho “l’obbligo” (virgolette) alla preghiera delle
    ore per quanto riguarda le lodi e vespri e compieta e non disdegno
    una messa anche in “trasferta” quiando sono in giro come turista…

    Per me non è un obbligo ma un bisogno nel senso che non ne posso fare
    a meno e quando -raramente- salto una preghiera (in vacanza può succedere
    visto che i ritmi della giornata sono tutti sconvolti) ho come un vuoto
    che definirei di “nutrimento spirituale” (virgolette di diveros significato dalle prime).

    Difronte a chiese accoglienti ed aperte come quelle che ho trovato dappertutto
    sull’Isola d’Elba nello scorso giugno (il parroco di Marciana Marina mi ha detto
    che tengono aperta la chiesa dalle 6 alle 24, in estate, per la richiesta di spiritualità
    che c’è da parte dei turisti) vado volentieri dentro a pregare… difronte alle
    biglietterie preferisco il sagrato…

    Per quanto riguarda l’arte trasformata in Evangeliario io non sono un esperto
    nè un appassionato ma ti ringrazio per l’articolo perché mi ha molto colpito
    come mi hanno colpito anche le conferenze con suor. Maria Grazia Riva
    che ha avuto anche la nomina ad onorem a soprintendente ai beni artistici religiosi…

    Lei “legge” il Vangelo nei quadri o nelle sculture con una profondità anche
    a livello di spiritualità, veramente sorprendente.

    Lei una volta ha detto che le altissime ed imponenenti cattedrali gotiche
    del Nord Europa erano costruite sempre più alte e piene di vetrate
    altissime perché i cristiani “ci credevano sempre meno” ed avevano bisogno
    di “dimostrazioni” divine più forti…

    Se fosse vero allora si può dire che non solo l’arte pittorica
    o scultorea ma anche l’architettura sono succedanei dell’Evangelo !

    saluti

    RA

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