Notre-Dame, 7 giorni dopo: alcune cose ancora non dette

Notre Dame cathedral is pictured in Paris, France, 18 April 2019. France paid a daylong tribute to the Paris firefighters who saved Notre Dame Cathedral from collapse, while construction workers rushed to secure an area above one of the church's famed rose-shaped windows and other vulnerable sections of the fire-damaged landmark. EPA/Michel Euler / POOL MAXPPP OUT

Già il fatto non domina più i nostri pensieri, ché nel frattempo sono intervenute le feste pasquali e l’insensata sequenza di atti terroristici in Sri Lanka1E giustamente, da questo punto di vista: la più “insignificante” delle vite ha comunque maggior valore della più antica e maestosa delle cattedrali., ma sette giorni fa, proprio nel pomeriggio di lunedì, le notizie provenienti da Notre-Dame de Paris ci avevano rubato il respiro e poi il sonno. Ricordo che quella notte, dopo aver seguito fino a tardi le operazioni di soccorso, dandone notizia su Aleteia, istintivamente cercai la protezione della Madre e mi addormentai con la corona del rosario avvolta al polso.

«Timeo macronianos et dona ferentes»

Il versante italico del dibattito s’è mostrato animato dalla consueta cagnara, per di più inasprita – almeno nei primi giorni – da accenti anticlericali preconcetti, per i quali ci è toccato interloquire con personaggi sostenenti la tesi che Notre-Dame non sia patrimonio particolare dei cattolici (e in particolare della comunità cattolica di Parigi), non più di quanto sia patrimonio degli uomini di tutto il mondo. A fronte di tali fenomeni, perfino Gramellini è parso produrre un guizzo di libertà intellettuale rispetto ad altri sacerdoti del mainstream2Mi limito qui soltanto a sorridere del suo assunto “le opere d’arte sono ciò che rende l’uomo immortale”: o la vita dell’uomo ha un senso, cioè viene da un Cuore amante e si dispone in un “disegno intelligente” – e allora l’arte esprime (non produce) la trascendenza dell’uomo rispetto ai fatti bruti; oppure tutto è «vanità di vanità e un inseguire il vento» (cf. Qo 1,14), e ogni tentativo di “far bene” o “far meglio” equivarrebbe a «lucidare le maniglie sul Titanic» (per riprendere l’insuperata immagine di Chuck Palahniuk in Fight club)..

Il dibattito in Francia invece è stato più circostanziato e meglio focalizzato su tematiche concrete, la ricostruzione anzitutto3Si è poco parlato di colpe e responsabilità, probabilmente perché esse ci sono e non sono scaricabili su agenti esterni, dato che a Macron – fino a sette giorni fa in crisi di popolarità e ora in sensibile ripresa per il comune colpo accusato dalla nazione – serve sfruttare politicamente, e che per amor patrio i suoi avversari non osano usare sullo stesso piano.. Quanto al tema, poi, due sono le tematiche concrete (la prima ben evidente, la seconda posta in filigrana):

  1. restaurare o ricostruire?
  2. chi è responsabile di un luogo come Notre-Dame?

Nel numero speciale che il Figaro ha dedicato alla Cattedrale di Parigi, la stessa Eugénie Bastié – membro della redazione e co-autrice dell’edizione straordinaria – ha appreso di un testo di Viollet le Duc (architetto responsabile del grande restauro del XIX secolo):

L’artista deve cancellarsi per intero, dimenticare i propri gusti, i propri istinti, per studiare il proprio oggetto, per ritrovare e seguire il pensiero che ha presieduto all’esecuzione dell’opera che egli vuole restaurare; perché non si tratta, in questo caso, di fare dell’arte, ma soltanto di sottomettersi all’arte di un’epoca che non c’è più.

Spessissimo trovo illuminanti i contributi del Figaro (e di Eugénie Bastié) al dibattito pubblico; stavolta mi pare che l’intervento finisca per rendere la matassa – se possibile – ancora più ingarbugliata. Mio fratello, che è architetto, mi ha segnalato alcune dichiarazioni di Mario Cucinella, degne d’interesse:

Credo che Notre Dame debba essere ricostruita per come era prima dell’incidente. La sua immagine ha un valore simbolico, per la Francia e per il resto del mondo, che va oltre il suo valore puramente artistico e culturale. Per questo non penso che sia il caso di “ricordare” in senso strettamente architettonico quanto avvenuto nei giorni scorsi, ma di ricostruire in maniera fedele. Anzi nella sfortuna può essere l’occasione di riprogettare la copertura con tecniche innovative e magari più leggere senza disboscare le mille e più querce che sono state utilizzate per la copertura ed essere l’opportunità di avvicinare l’innovazione alla tradizione. La ricostruzione della guglia può essere veramente l’occasione per dimostrare che un dialogo tra contemporaneo e la storia sia possibile. Una vera e propria scuola per tutta una generazione di restauratori, oltre che un banco di prova per l’intero sistema del restauro. Un po’ come lo sono stati la Fenice e il Petruzzelli in Italia, per intenderci.

Io penso che quello imposto fra “restaurare” e “ricostruire” sia, nel caso di specie, un falso dilemma, ma credo che la ragione per cui architetti di prima grandezza (come Cucinella oggi e Viollet le-Duc ieri) vi dibattono sia da ravvisare nell’oblio della peculiarità di un luogo come Notre-Dame. Certo, in Francia tutte le cattedrali appartengono allo Stato, e a seconda delle legislature correnti la cosa può comportare convivenze più o meno tese, ma il tema non verte sul caso specifico delle cattedrali, bensì su quello più generale dei luoghi di culto.

Essi sono, semplicemente, delle case: delle case comunitarie (“domus ecclesiæ”), delle case abitate da comunità che hanno le loro esigenze, i loro gusti, le loro preoccupazioni. Chiunque coglierebbe la paradossale iniquità che si darebbe se qualcuno pretendesse di ricostruire o restaurare la mia casa senza tuttavia viverci dentro: ebbene, quel che sta accadendo è l’avvio di un enorme dibattito sul da farsi a Notre-Dame… il quale non sembra coinvolgere (non come parte lesa principale e come prima responsabile) la comunità cattolica di Parigi qua talis.

Una volta che fosse chiarita quest’ambiguità di fondo, credo che il bivio “ricostruzione Vs restauro” apparirebbe per il falso problema che è4Interessanti i commenti degli internauti al video proposto dalla redazione del Figaro.fr, che s’era data tanto da fare per trovare sei (6) monumenti ricostruiti quasi “pari al vecchio”.: nessuno troverebbe criticabile l’intento di Viollet le-Duc di «ritrovare e seguire il pensiero che ha presieduto all’esecuzione dell’opera», né quello di Cucinella di «dimostrare che un dialogo tra contemporaneo e la storia sia possibile». Ove siano chiare, beninteso, quest’unica e duplice cosa: che un luogo di culto non è un museo né un “monumento”, ma anzitutto e soprattutto una casa abitata, e dunque un edificio reso vivente da quanti lo abitano. In tal senso, quindi, a nessun architetto del XXI secolo s’imporrebbe la “castrazione intellettuale” richiesta da Viollet le-Duc (del resto egli stesso si guardò bene dal praticarsela, e all’epoca la sua guglia fu accusata di essere nient’altro che l’espressione della personalità dell’architetto): ogni vero intervento sviluppato al lume di questa duplice consapevolezza – che cosa è un luogo di culto e chi sono i suoi attuali responsabili primari – riuscirebbe facilmente una felice sintesi di restauro e di ricostruzione. Spero che il dibattito avviato in Francia possa presto orientarsi in tal senso.

Come e dove vive una “domus Ecclesiæ

Mi è parso che questi miei pensieri trovino riscontro e complemento nell’intervista che mons. Benoist de Sinety, vicario generale della diocesi di Parigi (nonché responsabile dell’ufficio Caritas locale), ha rilasciato a Pierre Jova per LaVie.fr. La traduco di seguito.


Quasi un miliardo di euro è stato donato per la ricostruzione di Notre-Dame, particolarmente da parte delle grandi imprese, e questo ha suscitato malumori nell’opinione pubblica. Benoist de Sinety, vicario generale della diocesi di Parigi, incaricato della solidarietà, ci vede una sfida che porta come posta in gioco la credibilità della Chiesa.
Dall’incendio del 15 aprile affluiscono i doni, ma nel mondo caritativo si alzano voci per ricordare che la povertà non beneficia di un tale slancio di generosità. Che cosa le ispirano tali critiche?

Anzitutto, ricordiamo che la Chiesa non è beneficiaria di queste somme, le quali vanno a quattro fondazioni designate dal ministero della Cultura, fra le quali una sola – la Fondation Notre-Dame – è direttamente collegata alla Chiesa cattolica. Dunque il miliardo non va nelle tasche dei preti. Ora, non bisogna negare il disagio davanti a tutti questi soldi. Io credo che la generosità spiegata per la ricostruzione della cattedrale sia una prova superiore al suo incendio. È in gioco la nostra capacità nell’osare manifestare la nostra fede. Possiamo ricostruire Notre-Dame senza pensare ai poveri? Si tratta di accogliere le donazioni per ricostruire questa chiesa, ma anche di ricordare che nel nostro Paese ci sono tante e tante persone che soffrono.

Mons. Benoist de Sinety, vicario generale di Parigi

Sono basito dal fatto che davanti a tanto miseranda situazione non ci sia più un abbé Pierre. Non c’è qualcuno che batta il pugno sul tavolo come fece lui nell’inverno 1954. Bisogna insistere in modo martellante: l’uomo non deve essere sacrificato agli interessi della finanza o della ragione economica. C’è qualcosa di sacro nella vita di ogni uomo, non possiamo ricordarlo solo per la vita nascente o per il fine-vita. Bisogna dirlo per ogni tappa della vita di ogni uomo. Quelli che donano per ricostruire una chiesa devono dare anche per quanti non hanno niente.

Concretamente, che cosa fare?

Al tempo delle cattedrali, veniva sempre costruita lì accanto un’opera ospedaliera detta “hôtel-Dieu”. Oggi bisogna fare lo stesso. Non possiamo ricostruire un edificio alla gloria di Dio ignorando la miseria dei poveri. Perché ciò sia concreto e preciso, bisogna stabilire altri hôtel-Dieu, di nuova concezione, un po’ dappertutto in questo Paese, messi a disposizione per alleviare le miserie del nostro tempo.

Ci giochiamo la nostra credibilità precisamente nel modo in cui gestiremo la generosità che oggi si abbatte su di noi. Io penso che ci sia qualcosa che potrebbe essere oggetto di riflessione con i nostri fratelli di altre confessioni cristiane, ma anche coi nostri fratelli ebrei, coi musulmani, per manifestare insieme l’amore di Dio.

Perché questa riflessione è così importante nella ricostruzione di Notre-Dame?

Non possiamo ricevere questo denaro e dispensarlo, per ricostruire una chiesa, senza un vero cambiamento nel nostro modo di pensare. Non è più possibile! Tutti hanno visto la guglia di Notre-Dame abbattersi nelle fiamme, e tutti si sono commossi al pensiero della sua ricostruzione. Quella guglia era stata smontata alla fine del XVIII secolo e ricostruita più grande di quanto non fosse nel XIX dall’architetto Eugène Viollet-le-Duc. Non sono persuaso che quest’ultimo l’avesse fatto più per la gloria di Dio che per la propria… C’è una parte di orgoglio umano che con questo incendio è scomparsa. Una simile simbolica non è un fatto neutrale. Se nella ricostruzione della cattedrale privilegiamo codesto elemento, ciò vuol dire che in Notre-Dame vediamo unicamente una torre di Babele. Ma questa è una chiesa, è un luogo di culto!

La guglia è stata abbattuta, la magnifica foresta che costituiva le sue capriate non esiste più. Al cuore della desolazione, però, la croce gloriosa e la Vergine che veglia sull’altare maggiore non sono state danneggiate. Esse rappresentano che lì risiede l’essenziale per i cristiani: l’incontro fra Dio e l’uomo, la comunione di Dio e dell’uomo nel sacrificio eucaristico, la salvezza del mondo che passa nell’espressione della carità fraterna. Se dobbiamo ricostruire Notre-Dame è per manifestare questo essenziale.

La Chiesa cattolica in Francia è indebolita nelle sue risorse umane. Come può esercitare la Carità, laddove è lo Stato ad avere in mano l’azione sociale?

Dobbiamo accettare di avere un posizionamento umile. La Chiesa non ha scelto questa situazione, essa le è imposta dalla realtà. Attraverso questo incendio, anche se ci esprimono la loro simpatia con la maggior delicatezza possibile, appare chiaramente che i poteri pubblici fanno fatica a considerare questa cattedrale come un luogo di culto ancor prima che come monumento storico. Anche se non lo fanno con cattiveria, per noi è difficile accettare che sia così. Inoltre, lo Stato non è chiamato a fare tutto: lo vediamo per la nostra anima, ma anche per le innumerevoli chiesette che in Francia vanno alla malora per mancanza di mezzi. La crisi dei “gilet gialli” ci ricorda che lo Stato era in bancarotta, finanziariamente e filosoficamente. Quando non c’è più visione, non c’è più progetto collettivo, non c’è più senso, non restano che le economie. Il drammatico momento in cui siamo può consentire una distensione nazionale. Per la salvaguardia del patrimonio, degli assetti, e delle riforme bisogna lasciar fare quanti vogliono apportare il loro denaro e i loro aiuti in natura, senza essere ostacolati da regolamentazioni soffocanti che, del resto, non hanno impedito tra i più normati e sorvegliati al mondo di bruciare…

Alcuni sospettano la Chiesa di accordare un trattamento privilegiato ad alcune povertà, come quelle dei migranti, a svantaggio di altre. Come rendere visibile l’incondizionata apertura delle sue opere?

Il dovere della Chiesa è di essere affianco a quelli che soffrono, senza analizzare anzitutto le ragioni e le responsabilità delle loro sofferenze. Gesù, davanti alla donna adultera, non cerca di sapere se è stata lei a prendere l’iniziativa o no… Noi non siamo qui per questo. Il nostro aiuto non è soltanto umanitario, ma consiste nel far sapere loro che sono amati da Dio e a proporre un cammino di incontro con Lui. È per questo che dobbiamo condannare nel dibattito pubblico ogni discorso che faccia leva sull’odio e sulla paura. Bisogna avere una parola ferma, e senza dubbio la Chiesa non è abbastanza ascoltata, su questo piano.

A proposito, nella misura in cui molte donazioni vengono da imprese che hanno comportamenti più o meno virtuosi sul piano fiscale, non si tratta di una contraddizione con la dottrina sociale della Chiesa?

Io voglio credere che un donatore non cerchi in prima istanza di darsi una ripulita alla coscienza. I ricchi hanno fra le mani degli strumenti incredibili per fare del bene, cosa in cui risiede l’unica utilità del denaro. Quando si è dotati di una tale potenza finanziaria, s’incorre proporzionalmente nel dovere di fare del bene. Oggi più nessuno parla a quanti possiedono ricchezze, se non insultandoli o lodandoli. Accogliamo dunque la loro generosità, ma diciamo loro che essa non li esenta dalla loro conversione personale.

All’indomani dell’incendio di Notre-Dame, centinaia di giovani hanno vegliato e pregato nelle strade di Parigi. Come rispondere alla forte volontà di reagire che anima numerosi cattolici francesi?

Bisogna aiutarli ad evitare i lacci di un sentimento di marginalizzazione e di persecuzione. Non devono aver paura di un “sistema” che ci odierebbe e che ci maltratterebbe. Bisogna uscire da questa paranoia. Del resto, sono in tanti a non cascarci. Sono colpito dal numero di proposte di giovani che si dicono pronti ad aiutare. «Che volete che facciamo?», mi chiedono. Io rispondo loro: «Non aspettate il nostro avallo, prendete delle iniziative». Quanti sono cristiani preghino, chiedano allo Spirito santo di rischiararli, e valutino le loro intuizioni con degli altri. È giunta l’ora di porre degli atti, ma degli atti che non manifestino unicamente la nostra identità cristiana. Bisogna manifestare la nostra fede, non anzitutto mediante canti o preghiere, ma tramite la vita di carità di cui essi devono essere capaci. La fede non è tangibile, per il mondo, attraverso la liturgia, ma mediante degli atti umani che esprimono la nostra speranza. Il linguaggio intelligibile della fede, per quelli che non sono credenti, è quello della carità. Sennò, ci stiamo raccontando delle storie per commuoverci. La cattedrale di pietra è stata incendiata. È un segno. Sta a noi lasciarci purificare dal fuoco dello Spirito santo da tutti i nostri orgogli e da tutte le nostre pretese. La sola domanda che valga è questa: come, con le mie mani e con la mia vita, posso rivelare il volto di Cristo a quelli che non lo conoscono?

Primi scatti dell’interno di Notre-Dame nella notte fra il 15 e il 16 aprile u.s.
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1. E giustamente, da questo punto di vista: la più “insignificante” delle vite ha comunque maggior valore della più antica e maestosa delle cattedrali.
2. Mi limito qui soltanto a sorridere del suo assunto “le opere d’arte sono ciò che rende l’uomo immortale”: o la vita dell’uomo ha un senso, cioè viene da un Cuore amante e si dispone in un “disegno intelligente” – e allora l’arte esprime (non produce) la trascendenza dell’uomo rispetto ai fatti bruti; oppure tutto è «vanità di vanità e un inseguire il vento» (cf. Qo 1,14), e ogni tentativo di “far bene” o “far meglio” equivarrebbe a «lucidare le maniglie sul Titanic» (per riprendere l’insuperata immagine di Chuck Palahniuk in Fight club).
3. Si è poco parlato di colpe e responsabilità, probabilmente perché esse ci sono e non sono scaricabili su agenti esterni, dato che a Macron – fino a sette giorni fa in crisi di popolarità e ora in sensibile ripresa per il comune colpo accusato dalla nazione – serve sfruttare politicamente, e che per amor patrio i suoi avversari non osano usare sullo stesso piano.
4. Interessanti i commenti degli internauti al video proposto dalla redazione del Figaro.fr, che s’era data tanto da fare per trovare sei (6) monumenti ricostruiti quasi “pari al vecchio”.

9 Commenti

  1. Salve!

    Non vorrei aggiungere (la mia) ipocrisia all’abbondanza di ipocrisie sparse in internet dal rogo in poi…

    Ma le centinaia (forse migliaia) di persone che hanno seguito i vari messaggi che contrapponevano i bambini che muoiono di fame con i soldi (molti) dati subito per Notre Dame, avranno poi sottoscritto un piano di adozioni a distanza oppure anche solo fatto una piccola offerta per quei bambini? Lo so sono cose brutte da dire e da pensare ma oggi siamo messi così e considerato che noi cristiani siamo soggetti a continuo giudizio di “coerenza” all nostra fede da persone che manco sono atei tanto sono lontani dalle cose di fede, anche io vorrei, ogni tanto, chiedere un po’ di coerenza. Se è giusto che un cristiano sia richiamato alla coerenza della propria vita con quella di Gesù, lo è forse altrettanto esprimere, da cristiani, la perplessità riguardo al “permesso di incoerenza” che tantissimi senza Dio si sentono in diritto di avere, al di sopra di tutto (e tutti). La semplice ignoranza sugli aspetti della Fede cristiana, ormai diffusa a tutit i livelli sociali, sta diventando l’ennesima arma contro i cristiani. Oggi, dopo un breve diverbio con un mio collega che era stato molto insistente a pretendere da me cose non di mia diretta competenza (perché lui non ha coraggio a chiederle direttamente alla direzione sapendo bene che sono inutili e costose e pretenziose) alla mia frase: “in tutta sincerità ti dico che penso che le tue richieste siano troppo insistenti, inutili e costose e ciniche nei miei confronti” lui mi ha detto (sapendo bene che sono Diacono) “adesso ti devi andare a confessare! (per quello che mi hai detto)”… Pochi minuti prima l’avevo accolto nel corridoio con un gioioso “Buona Pasqua” e lui in tutta risposta mi aveva detto “lo sai che per me non esiste la Pasqua” (si professa ateo o agnostico… varia spesso la sua posizione)… io non voglio dire che non avesse ragione a stigmatizzare le mie parole che probabilmente sono state per lui offensive, ma non ho potuto non notare che spesso queste persone si innalzano su alti pulpiti quando devono giudicare gli altri (specie se cristiani) e sono invece molto meno esigenti con sé stessi…
    E secondo me è quello che sta accadendo, nell’opinione mondiale, in merito a Notre Dame.
    Il mio collega non conosce l’esame di coscienza al quale ogni cristiano si sottopone il più frequentemente possibile se vuole mantenere fresca la propria Fede, così come la moderna società non comprende il reale valore per la Fede dei cristiani di “palazzo” adibito a chiesa per il culto cristiano. In tutti i due i casi, secondo me, le persone (ignoranti in senso buono, nelle cose di fede) tendono a distorcere la verità.
    Saluti.
    RA

    • A noi però non dovrebbe interessare altro metro che lo sguardo di Cristo, il quale ci chiede: «Mi ami più di costoro/queste cose?» (sai che quel “τούτων” di Gv 21,15 si può leggere sia al maschile sia al neutro). Il modello lo abbiamo nelle parole dell’Apostolo:

      A me però, poco importa di venir giudicato da voi o da un consesso umano; anzi, io neppure giudico me stesso, perché anche se non sono consapevole di colpa alcuna non per questo sono giustificato. Il mio giudice è il Signore! Non vogliate perciò giudicare nulla prima del tempo, finché venga il Signore. Egli metterà in luce i segreti delle tenebre e manifesterà le intenzioni dei cuori; allora ciascuno avrà la sua lode da Dio. (1Cor 4,3-5)

      Augurare “buona Pasqua” a una persona ostentatamente distante dalla fede cristiana è nel migliore dei casi un’insensibilità, nel peggiore uno sfregio verso gente «che vive senza speranza» (cf. 1Tess 4,13), laddove il nostro modello è Uno «capace di sentire giusta compassione verso quelli che sono nell’ignoranza e nell’errore» (Eb 5,2). Tante volte – parlo per me, non per te – tendiamo a interpretare ciò in chiave paternalistica, mentre Cristo – «impronta della sostanza di Dio e irradiazione della gloria del Padre» (cf. Eb 1,3) – lo fa «essendosi anch’egli rivestito di debolezza».
      Davanti a un simile modello, che importa quanto siamo coerenti? Tanto la risposta è, bene che ci vada, “poco”. Mi pare che sia molto centrata l’ultima risposta di mons. de Sinety:

      Bisogna aiutare [i cristiani] ad evitare i lacci di un sentimento di marginalizzazione e di persecuzione. Non devono aver paura di un “sistema” che ci odierebbe e che ci maltratterebbe. Bisogna uscire da questa paranoia.

      Il criterio “tanto esigenti con sé stessi quanto indulgenti con gli altri” dobbiamo applicarlo a noi, non agli altri. Il fatto non è tanto che non siamo coerenti con la nostra fede, quanto piuttosto che spesso la nostra pretesa fede è poco più – parlo per me, non per te – del manipolatorio tentativo di portare il prossimo “dalla nostra parte”. Invece diceva Agostino: «Tacciano le lingue, parlino le opere».

  2. Salve!

    Grazie per la dotta risposta. Tutto corretto e tutto molto apprezzato. Grazie. Però mi sono accorto di essermi espresso male e vorrei migliorare la descrizione: non ho augurato “Buona Pasqua” a lui solo, non l’ho detto nel primo messaggio perché volevo sintetizzare, ma ad una coppia di colleghi oltre a lui ed a tutti e tre ho augurato Buona Giornata e Buona Pasqua stringendo la mano a tutti come ho fatto a tutti gli altri incontrati oggi, e come faccio sempre a Pasqua a Natale a Capodanno a Ferragosto, San Valentino, 8 marzo, eccetera… se sono invadente, cosa alla quale giuro che in 30 anni di lavoro in quello stesso ufficio non avevo mai pensato, allora smetterò e mi limiterò al “Salve” o al più formale “buongiorno”; non ho assolutamente l’istinto missionario o evangelizzatore! Cerco, quando riesco, di mostrare un comportamento corretto anche se è difficile farlo -in un ambiente di lavoro un po’ particolare come il mio- considerato anche che ho tre incarichi diversi uno dei quali è il peggior lavoro di tutti che nessuno vuol fare e che mi ha già causato moltissimi problemi perché mi costringe spesso a scontri inevitabili… tanto che una volta un “utente” che attendeva davanti il mio ufficio (sempre aperto) ed aveva assistito a 40 minuti del mio lavoro mi disse: “cambi lavoro che con questo lei rischia di perdere la salute ed il Paradiso!”… la salute l’ho già persa… speriamo bene per il resto…! Se mi permettete aggiungo: essendo a contatto con oltre 400mila persone (non tutte assieme per fortuna) nel corso di 30 anni ho acquisito una esperienza “da somaro” (cioè da bestia che fa sempre la stessa cosa) nel riconoscere la gente… io scherzo con i miei colleghi ma quando vedo -da lontano- arrivare una persona che ha bisogno del mio ufficio prevedo cosa dirà e come andrà… ormai non mi sbaglio più anche se ci sono persone che mi sorprendono! La bellezza ineffabile dell’umanità… Se c’è una cosa che ho capito è proprio che “voler convincere” (a parole ma spesso anche con le opere) qualcuno di una cosa diversa dalle sue convinzioni e scelte (sopratutto scelte) è impossibile umanamente, impossibile…. si convince qualcuno solo se si rientra in una delle sue scelte o lo si “costringe” “aggirando” le sue scelte… cose, entrambe, lontanissime dal mio pensiero! Quando parlo di “ignoranza” delle cose di Fede (come le preghiera, l’esame di coscienza, coltivare la propria spiritualità fino agli aspetti della liturgia per non dire della conoscenza o solo da lettura superficiale della bibbia del Vangelo eccetera) non penso di voler “insegnare” è solo una constatazione… Se è passato un significato diverso allora mi sono spiegato malissimo!
    Solo Dio converte i cuori spero che nessun cristiano si voglia sostituire a lui… ne abbiamo già fatti molti di danni in questo senso anche con la “finta (o forzata) accoglienza”! mi limito alla mia personale testimonianza e solo se uno mi chiede qualcosa sulla mia Fede o sulla mia spiritualità mi permetto di parlare di questi argomenti… di Notre Dame o di San Pietro, come palazzi, non mi importa più di tanto né come cristiano né come cittadino, ci sono chiese orribili (vedasi l’obbrobrio a San Giovanni Rotondo) ci sono chiese abbandonate ed in stato di degrado, altre poco frequentate molte hanno ingresso a pagamento (!!!) in altre non c’è modo di raccogliersi in preghiera per il baccano… sono chiese inutili forse anche da abbattere per far posto ad un giardino o ad una piazza un luogo aperto di ritrovo delle persone che rappresenterebbe -secondo me- la vera accoglienza… San Francesco diceva che il creato, la natura, erano il “palazzo” della vera chiesa… io nel mio piccolo aggiungo che un stanza di un appartamento con delle persone, dei vicini, raccolti in preghiera, valgano più di mille Notre Dame e stiamo freschi, noi cristiani, se pensiamo che un bel palazzo attiri nuovi fedeli alla sequela di Cristo! Suor Gloria Riva una volta ha detto che le cattedrali gotiche del nord Europa erano sempre più alte perché erano rivolte ad un popolo di fedeli che ci credeva sempre meno… l’altezza e lo slancio assieme allo sfarzo delle luci tentavano di sopperire alla fede sempre più incerta…
    Saluti.
    RA

    Ps: Roberto Abate non è il mio vero nome ma uno pseudonimo che uso dal 2004…quando creai la mia prima gmail pochi giorni dopo che la creazione di gmail da parte di google (aprile 2004)… allora non c’era nessun Roberto Abate registrato su gmail… da questa volta in avanti non userò più questo pseudonimo in questo sito ma userò un nickname “maciomacio” (era il nome del mio primo gattino di quando avevo 14 anni) e cambierò anche la mail… perché ho scoperto che oggi la privacy ed il senso di pudore sono visti come cose negative visto che spesso sono usati da persone disoneste o violente… io continuerò cmq a proteggere la mia privacy e la mia identità online con vpn eccetera … di persona sono un libro aperto per tutti tanto che il mio padre spirituale mi ha detto che la mia aperta sincerità mi darà sempre guai…

    • Appunto perché è facile non capirsi parlavo per me più che per te. A quanto posso dire, solo l’amore e il dolore convertono i cuori, e Dio solo ne è il conoscitore assoluto. Però quello missionario non è solo un “istinto”, bensì anche un comandamento, e in quanto tale è affidato a tutti i cristiani. Solo che prima ancora che di discutere si tratta di “mostrare” qualcosa: «Risplendano le vostre opere davanti agli uomini perché lodino il padre che è nei cieli». Uno stile risorto, una semplicità evangelica, una santa povertà, una vera castità, una casta umiltà, un’umile verità, queste sono le cose che dovrebbero contraddistinguerci. E un giorno sarà qualcuno a chiederci cosa sia per noi la Pasqua. E qualche altro giorno potremo avere l’onore di subire ingiustizie, anche gravi, per il nome di Gesù.

    • Mi inserisco in questo scambio, per dire che non mi trovo affatto d’accordo con Giovanni rispetto il saluto “Buona Pasqua” o sia “Buon Natale” o foss’anche l’ormai perduto “il Signore ti benedica”.

      Come può essere insensibilità verso chi non crede o peggio sfregio? Sfregio di cosa? Della loro “non speranza”? (Paolo poi si riferiva in aprticolare all’avere o non speranza nella resurrezione dei morti e indirizzava la sua esortazione proprio ai credenti).

      Troppo spesso chi non crede, deve rimarcare il prorpio “fastidio” come a rimarcare la propria idea, chidendo magari poi al credente di non provare fastidio per le loro bestemmie o i loro discorsi vani quando non offensivi e lo fanno a ragion veduta, perché ci mettono alla prova e in fondo si aspettano quella misericordia di cui andiamo parlando, ma… ma un augurio, fatto col cuore, augurando il bene all’altro, qualunque cosa egli creda, non può essere scherno o insensibilità.

      Semmai mostra con evidenza come chi credendo di essere il più libero degli Uomini (libero da religiosità o “fedi” di varia natura), così libero non lo è affatto.
      Mettere qualcuno nella verità, senza la presunzione di farlo, è sempre un aiuto.
      La verità di questo Tempo (come di TUTTI i tempi) è che CRISTO è RISORTO!

      E’ capitato anche a me di augurare una “Buona Pasqua” in modo molto gioioso ad un conoscente ateo e particolarmente avverso alla Chiesa in un momento che, per altro a mia insaputa, era per lui di dolore…
      Quando me lo ha fatto bruscamente notare, ho chiesto scusa, ma non per l’augurio in sé, ma perché ero all’oscuro della cosa (l’augurio era poi via mail) e comprendevo che la gioia altrui (la mia) in certi casi è a dir poco fastidiosa… ma questa è stata anche occasione di entrare in un dialogo proprio sulla sofferenza.

      Concludo solo specificando che il mio parlare di alcuni degli atteggiamenti dei non-credenti, non viene da un pre-giudizio, ma semplicemente dall’esser stato per anni, uno di costoroe credo di ben conoscere certe dinamiche.

      • Ma certo che può essere un modo per entrare in contatto con una situazione di sofferenza e aprire un dialogo, e io stesso sono solito usare anche la formula “Dio ti benedica”. Cerco però di farlo sempre “in senso proprio e pieno”, e mai lasciandolo scivolare verso quella formula di “religione civile” di certi ormai fugaci e scialbi “God bless” anglofoni.
        Il punto però è sempre che altro è lasciare a Dio il suo spazio nella cosa pubblica, altro è pensare che il suo spazio sia fatto di qualcosa che noi facciamo più di che qualcosa che noi siamo. Se siamo, facciamo, ovvio, ma non facciamo anzitutto. Il rischio in agguato è sempre quello mirabilmente sintetizzato da Magni e Sordi: «Pecché più ssêmo e più vor di’ che c’avêmo raggione noi…»

  3. Salve!

    Sono “maciomacio” ex Roberto Abate … …

    sono d’accordo con Barion sulla questione del saluto
    ed anzi ma ha esposto un aspetto che non avevo mai
    approfondito…

    l’elenco degli atteggiamenti cristiani fatto da Marcotullio
    è bello e condivisibile anche se appare un po’
    didascalico…

    grazie

    MM

    PS: anche se la missione è un comandamento io
    non ne ho l’istinto e penso che Dio non mi chieda
    quello che non posso dare… ho però l’istinto
    alla difesa del bene comune… le buone
    cose umane hanno bisogno di difesa ogni giorno…

    • Sai anche Mosè si era preoccupato di non essere adatto causa la sua balbuzie…
      Lasciamo fare al Signore, saprà Lui come servirsi di noi al momento opportuno.

      A noi il nostro SI.

Di’ cosa ne pensi