Notre-Dame, 7 giorni dopo: alcune cose ancora non dette

Notre Dame cathedral is pictured in Paris, France, 18 April 2019. France paid a daylong tribute to the Paris firefighters who saved Notre Dame Cathedral from collapse, while construction workers rushed to secure an area above one of the church's famed rose-shaped windows and other vulnerable sections of the fire-damaged landmark. EPA/Michel Euler / POOL MAXPPP OUT

Già il fatto non domina più i nostri pensieri, ché nel frattempo sono intervenute le feste pasquali e l’insensata sequenza di atti terroristici in Sri Lanka1E giustamente, da questo punto di vista: la più “insignificante” delle vite ha comunque maggior valore della più antica e maestosa delle cattedrali., ma sette giorni fa, proprio nel pomeriggio di lunedì, le notizie provenienti da Notre-Dame de Paris ci avevano rubato il respiro e poi il sonno. Ricordo che quella notte, dopo aver seguito fino a tardi le operazioni di soccorso, dandone notizia su Aleteia, istintivamente cercai la protezione della Madre e mi addormentai con la corona del rosario avvolta al polso.

«Timeo macronianos et dona ferentes»

Il versante italico del dibattito s’è mostrato animato dalla consueta cagnara, per di più inasprita – almeno nei primi giorni – da accenti anticlericali preconcetti, per i quali ci è toccato interloquire con personaggi sostenenti la tesi che Notre-Dame non sia patrimonio particolare dei cattolici (e in particolare della comunità cattolica di Parigi), non più di quanto sia patrimonio degli uomini di tutto il mondo. A fronte di tali fenomeni, perfino Gramellini è parso produrre un guizzo di libertà intellettuale rispetto ad altri sacerdoti del mainstream2Mi limito qui soltanto a sorridere del suo assunto “le opere d’arte sono ciò che rende l’uomo immortale”: o la vita dell’uomo ha un senso, cioè viene da un Cuore amante e si dispone in un “disegno intelligente” – e allora l’arte esprime (non produce) la trascendenza dell’uomo rispetto ai fatti bruti; oppure tutto è «vanità di vanità e un inseguire il vento» (cf. Qo 1,14), e ogni tentativo di “far bene” o “far meglio” equivarrebbe a «lucidare le maniglie sul Titanic» (per riprendere l’insuperata immagine di Chuck Palahniuk in Fight club)..

Il dibattito in Francia invece è stato più circostanziato e meglio focalizzato su tematiche concrete, la ricostruzione anzitutto3Si è poco parlato di colpe e responsabilità, probabilmente perché esse ci sono e non sono scaricabili su agenti esterni, dato che a Macron – fino a sette giorni fa in crisi di popolarità e ora in sensibile ripresa per il comune colpo accusato dalla nazione – serve sfruttare politicamente, e che per amor patrio i suoi avversari non osano usare sullo stesso piano.. Quanto al tema, poi, due sono le tematiche concrete (la prima ben evidente, la seconda posta in filigrana):

  1. restaurare o ricostruire?
  2. chi è responsabile di un luogo come Notre-Dame?

Nel numero speciale che il Figaro ha dedicato alla Cattedrale di Parigi, la stessa Eugénie Bastié – membro della redazione e co-autrice dell’edizione straordinaria – ha appreso di un testo di Viollet le Duc (architetto responsabile del grande restauro del XIX secolo):

L’artista deve cancellarsi per intero, dimenticare i propri gusti, i propri istinti, per studiare il proprio oggetto, per ritrovare e seguire il pensiero che ha presieduto all’esecuzione dell’opera che egli vuole restaurare; perché non si tratta, in questo caso, di fare dell’arte, ma soltanto di sottomettersi all’arte di un’epoca che non c’è più.

Spessissimo trovo illuminanti i contributi del Figaro (e di Eugénie Bastié) al dibattito pubblico; stavolta mi pare che l’intervento finisca per rendere la matassa – se possibile – ancora più ingarbugliata. Mio fratello, che è architetto, mi ha segnalato alcune dichiarazioni di Mario Cucinella, degne d’interesse:

Credo che Notre Dame debba essere ricostruita per come era prima dell’incidente. La sua immagine ha un valore simbolico, per la Francia e per il resto del mondo, che va oltre il suo valore puramente artistico e culturale. Per questo non penso che sia il caso di “ricordare” in senso strettamente architettonico quanto avvenuto nei giorni scorsi, ma di ricostruire in maniera fedele. Anzi nella sfortuna può essere l’occasione di riprogettare la copertura con tecniche innovative e magari più leggere senza disboscare le mille e più querce che sono state utilizzate per la copertura ed essere l’opportunità di avvicinare l’innovazione alla tradizione. La ricostruzione della guglia può essere veramente l’occasione per dimostrare che un dialogo tra contemporaneo e la storia sia possibile. Una vera e propria scuola per tutta una generazione di restauratori, oltre che un banco di prova per l’intero sistema del restauro. Un po’ come lo sono stati la Fenice e il Petruzzelli in Italia, per intenderci.

Io penso che quello imposto fra “restaurare” e “ricostruire” sia, nel caso di specie, un falso dilemma, ma credo che la ragione per cui architetti di prima grandezza (come Cucinella oggi e Viollet le-Duc ieri) vi dibattono sia da ravvisare nell’oblio della peculiarità di un luogo come Notre-Dame. Certo, in Francia tutte le cattedrali appartengono allo Stato, e a seconda delle legislature correnti la cosa può comportare convivenze più o meno tese, ma il tema non verte sul caso specifico delle cattedrali, bensì su quello più generale dei luoghi di culto.

Essi sono, semplicemente, delle case: delle case comunitarie (“domus ecclesiæ”), delle case abitate da comunità che hanno le loro esigenze, i loro gusti, le loro preoccupazioni. Chiunque coglierebbe la paradossale iniquità che si darebbe se qualcuno pretendesse di ricostruire o restaurare la mia casa senza tuttavia viverci dentro: ebbene, quel che sta accadendo è l’avvio di un enorme dibattito sul da farsi a Notre-Dame… il quale non sembra coinvolgere (non come parte lesa principale e come prima responsabile) la comunità cattolica di Parigi qua talis.

Una volta che fosse chiarita quest’ambiguità di fondo, credo che il bivio “ricostruzione Vs restauro” apparirebbe per il falso problema che è4Interessanti i commenti degli internauti al video proposto dalla redazione del Figaro.fr, che s’era data tanto da fare per trovare sei (6) monumenti ricostruiti quasi “pari al vecchio”.: nessuno troverebbe criticabile l’intento di Viollet le-Duc di «ritrovare e seguire il pensiero che ha presieduto all’esecuzione dell’opera», né quello di Cucinella di «dimostrare che un dialogo tra contemporaneo e la storia sia possibile». Ove siano chiare, beninteso, quest’unica e duplice cosa: che un luogo di culto non è un museo né un “monumento”, ma anzitutto e soprattutto una casa abitata, e dunque un edificio reso vivente da quanti lo abitano. In tal senso, quindi, a nessun architetto del XXI secolo s’imporrebbe la “castrazione intellettuale” richiesta da Viollet le-Duc (del resto egli stesso si guardò bene dal praticarsela, e all’epoca la sua guglia fu accusata di essere nient’altro che l’espressione della personalità dell’architetto): ogni vero intervento sviluppato al lume di questa duplice consapevolezza – che cosa è un luogo di culto e chi sono i suoi attuali responsabili primari – riuscirebbe facilmente una felice sintesi di restauro e di ricostruzione. Spero che il dibattito avviato in Francia possa presto orientarsi in tal senso.

Come e dove vive una “domus Ecclesiæ

Mi è parso che questi miei pensieri trovino riscontro e complemento nell’intervista che mons. Benoist de Sinety, vicario generale della diocesi di Parigi (nonché responsabile dell’ufficio Caritas locale), ha rilasciato a Pierre Jova per LaVie.fr. La traduco di seguito.


Quasi un miliardo di euro è stato donato per la ricostruzione di Notre-Dame, particolarmente da parte delle grandi imprese, e questo ha suscitato malumori nell’opinione pubblica. Benoist de Sinety, vicario generale della diocesi di Parigi, incaricato della solidarietà, ci vede una sfida che porta come posta in gioco la credibilità della Chiesa.
Dall’incendio del 15 aprile affluiscono i doni, ma nel mondo caritativo si alzano voci per ricordare che la povertà non beneficia di un tale slancio di generosità. Che cosa le ispirano tali critiche?

Anzitutto, ricordiamo che la Chiesa non è beneficiaria di queste somme, le quali vanno a quattro fondazioni designate dal ministero della Cultura, fra le quali una sola – la Fondation Notre-Dame – è direttamente collegata alla Chiesa cattolica. Dunque il miliardo non va nelle tasche dei preti. Ora, non bisogna negare il disagio davanti a tutti questi soldi. Io credo che la generosità spiegata per la ricostruzione della cattedrale sia una prova superiore al suo incendio. È in gioco la nostra capacità nell’osare manifestare la nostra fede. Possiamo ricostruire Notre-Dame senza pensare ai poveri? Si tratta di accogliere le donazioni per ricostruire questa chiesa, ma anche di ricordare che nel nostro Paese ci sono tante e tante persone che soffrono.

Mons. Benoist de Sinety, vicario generale di Parigi

Sono basito dal fatto che davanti a tanto miseranda situazione non ci sia più un abbé Pierre. Non c’è qualcuno che batta il pugno sul tavolo come fece lui nell’inverno 1954. Bisogna insistere in modo martellante: l’uomo non deve essere sacrificato agli interessi della finanza o della ragione economica. C’è qualcosa di sacro nella vita di ogni uomo, non possiamo ricordarlo solo per la vita nascente o per il fine-vita. Bisogna dirlo per ogni tappa della vita di ogni uomo. Quelli che donano per ricostruire una chiesa devono dare anche per quanti non hanno niente.

Concretamente, che cosa fare?

Al tempo delle cattedrali, veniva sempre costruita lì accanto un’opera ospedaliera detta “hôtel-Dieu”. Oggi bisogna fare lo stesso. Non possiamo ricostruire un edificio alla gloria di Dio ignorando la miseria dei poveri. Perché ciò sia concreto e preciso, bisogna stabilire altri hôtel-Dieu, di nuova concezione, un po’ dappertutto in questo Paese, messi a disposizione per alleviare le miserie del nostro tempo.

Ci giochiamo la nostra credibilità precisamente nel modo in cui gestiremo la generosità che oggi si abbatte su di noi. Io penso che ci sia qualcosa che potrebbe essere oggetto di riflessione con i nostri fratelli di altre confessioni cristiane, ma anche coi nostri fratelli ebrei, coi musulmani, per manifestare insieme l’amore di Dio.

Perché questa riflessione è così importante nella ricostruzione di Notre-Dame?

Non possiamo ricevere questo denaro e dispensarlo, per ricostruire una chiesa, senza un vero cambiamento nel nostro modo di pensare. Non è più possibile! Tutti hanno visto la guglia di Notre-Dame abbattersi nelle fiamme, e tutti si sono commossi al pensiero della sua ricostruzione. Quella guglia era stata smontata alla fine del XVIII secolo e ricostruita più grande di quanto non fosse nel XIX dall’architetto Eugène Viollet-le-Duc. Non sono persuaso che quest’ultimo l’avesse fatto più per la gloria di Dio che per la propria… C’è una parte di orgoglio umano che con questo incendio è scomparsa. Una simile simbolica non è un fatto neutrale. Se nella ricostruzione della cattedrale privilegiamo codesto elemento, ciò vuol dire che in Notre-Dame vediamo unicamente una torre di Babele. Ma questa è una chiesa, è un luogo di culto!

La guglia è stata abbattuta, la magnifica foresta che costituiva le sue capriate non esiste più. Al cuore della desolazione, però, la croce gloriosa e la Vergine che veglia sull’altare maggiore non sono state danneggiate. Esse rappresentano che lì risiede l’essenziale per i cristiani: l’incontro fra Dio e l’uomo, la comunione di Dio e dell’uomo nel sacrificio eucaristico, la salvezza del mondo che passa nell’espressione della carità fraterna. Se dobbiamo ricostruire Notre-Dame è per manifestare questo essenziale.

La Chiesa cattolica in Francia è indebolita nelle sue risorse umane. Come può esercitare la Carità, laddove è lo Stato ad avere in mano l’azione sociale?

Dobbiamo accettare di avere un posizionamento umile. La Chiesa non ha scelto questa situazione, essa le è imposta dalla realtà. Attraverso questo incendio, anche se ci esprimono la loro simpatia con la maggior delicatezza possibile, appare chiaramente che i poteri pubblici fanno fatica a considerare questa cattedrale come un luogo di culto ancor prima che come monumento storico. Anche se non lo fanno con cattiveria, per noi è difficile accettare che sia così. Inoltre, lo Stato non è chiamato a fare tutto: lo vediamo per la nostra anima, ma anche per le innumerevoli chiesette che in Francia vanno alla malora per mancanza di mezzi. La crisi dei “gilet gialli” ci ricorda che lo Stato era in bancarotta, finanziariamente e filosoficamente. Quando non c’è più visione, non c’è più progetto collettivo, non c’è più senso, non restano che le economie. Il drammatico momento in cui siamo può consentire una distensione nazionale. Per la salvaguardia del patrimonio, degli assetti, e delle riforme bisogna lasciar fare quanti vogliono apportare il loro denaro e i loro aiuti in natura, senza essere ostacolati da regolamentazioni soffocanti che, del resto, non hanno impedito tra i più normati e sorvegliati al mondo di bruciare…

Alcuni sospettano la Chiesa di accordare un trattamento privilegiato ad alcune povertà, come quelle dei migranti, a svantaggio di altre. Come rendere visibile l’incondizionata apertura delle sue opere?

Il dovere della Chiesa è di essere affianco a quelli che soffrono, senza analizzare anzitutto le ragioni e le responsabilità delle loro sofferenze. Gesù, davanti alla donna adultera, non cerca di sapere se è stata lei a prendere l’iniziativa o no… Noi non siamo qui per questo. Il nostro aiuto non è soltanto umanitario, ma consiste nel far sapere loro che sono amati da Dio e a proporre un cammino di incontro con Lui. È per questo che dobbiamo condannare nel dibattito pubblico ogni discorso che faccia leva sull’odio e sulla paura. Bisogna avere una parola ferma, e senza dubbio la Chiesa non è abbastanza ascoltata, su questo piano.

A proposito, nella misura in cui molte donazioni vengono da imprese che hanno comportamenti più o meno virtuosi sul piano fiscale, non si tratta di una contraddizione con la dottrina sociale della Chiesa?

Io voglio credere che un donatore non cerchi in prima istanza di darsi una ripulita alla coscienza. I ricchi hanno fra le mani degli strumenti incredibili per fare del bene, cosa in cui risiede l’unica utilità del denaro. Quando si è dotati di una tale potenza finanziaria, s’incorre proporzionalmente nel dovere di fare del bene. Oggi più nessuno parla a quanti possiedono ricchezze, se non insultandoli o lodandoli. Accogliamo dunque la loro generosità, ma diciamo loro che essa non li esenta dalla loro conversione personale.

All’indomani dell’incendio di Notre-Dame, centinaia di giovani hanno vegliato e pregato nelle strade di Parigi. Come rispondere alla forte volontà di reagire che anima numerosi cattolici francesi?

Bisogna aiutarli ad evitare i lacci di un sentimento di marginalizzazione e di persecuzione. Non devono aver paura di un “sistema” che ci odierebbe e che ci maltratterebbe. Bisogna uscire da questa paranoia. Del resto, sono in tanti a non cascarci. Sono colpito dal numero di proposte di giovani che si dicono pronti ad aiutare. «Che volete che facciamo?», mi chiedono. Io rispondo loro: «Non aspettate il nostro avallo, prendete delle iniziative». Quanti sono cristiani preghino, chiedano allo Spirito santo di rischiararli, e valutino le loro intuizioni con degli altri. È giunta l’ora di porre degli atti, ma degli atti che non manifestino unicamente la nostra identità cristiana. Bisogna manifestare la nostra fede, non anzitutto mediante canti o preghiere, ma tramite la vita di carità di cui essi devono essere capaci. La fede non è tangibile, per il mondo, attraverso la liturgia, ma mediante degli atti umani che esprimono la nostra speranza. Il linguaggio intelligibile della fede, per quelli che non sono credenti, è quello della carità. Sennò, ci stiamo raccontando delle storie per commuoverci. La cattedrale di pietra è stata incendiata. È un segno. Sta a noi lasciarci purificare dal fuoco dello Spirito santo da tutti i nostri orgogli e da tutte le nostre pretese. La sola domanda che valga è questa: come, con le mie mani e con la mia vita, posso rivelare il volto di Cristo a quelli che non lo conoscono?

Primi scatti dell’interno di Notre-Dame nella notte fra il 15 e il 16 aprile u.s.

Note   [ + ]

1. E giustamente, da questo punto di vista: la più “insignificante” delle vite ha comunque maggior valore della più antica e maestosa delle cattedrali.
2. Mi limito qui soltanto a sorridere del suo assunto “le opere d’arte sono ciò che rende l’uomo immortale”: o la vita dell’uomo ha un senso, cioè viene da un Cuore amante e si dispone in un “disegno intelligente” – e allora l’arte esprime (non produce) la trascendenza dell’uomo rispetto ai fatti bruti; oppure tutto è «vanità di vanità e un inseguire il vento» (cf. Qo 1,14), e ogni tentativo di “far bene” o “far meglio” equivarrebbe a «lucidare le maniglie sul Titanic» (per riprendere l’insuperata immagine di Chuck Palahniuk in Fight club).
3. Si è poco parlato di colpe e responsabilità, probabilmente perché esse ci sono e non sono scaricabili su agenti esterni, dato che a Macron – fino a sette giorni fa in crisi di popolarità e ora in sensibile ripresa per il comune colpo accusato dalla nazione – serve sfruttare politicamente, e che per amor patrio i suoi avversari non osano usare sullo stesso piano.
4. Interessanti i commenti degli internauti al video proposto dalla redazione del Figaro.fr, che s’era data tanto da fare per trovare sei (6) monumenti ricostruiti quasi “pari al vecchio”.

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