Terrorismo nello Sri Lanka: complessità geopolitiche

Foto scattata in una delle chiese colpite da attentato suicida il 21 aprile 2019, durante la messa pasquale del mattino.

Almeno 290 morti e più di 500 feriti: questo è il macabro bilancio degli attentati di Pasqua in Sri Lanka, dove sono avvenute 8 esplosioni omicide, sei a Colombo, la capitale dello Sri Lanka, sulla costa occidentale dell’isola, una a Negombo, una città poco più a nord, e una a Batticaloa, sulla costa orientale, che hanno colpito tre chiese cattoliche, quattro alberghi e un complesso residenziale. Lunedì sono stati trovati anche 87 piccoli detonatori in una stazione dei bus di Colombo.

Il governo del paese ha attribuito le responsabilità degli attacchi al National Thowheeth Jama’ath, un semisconosciuto e recente gruppo terroristico islamista locale, col forte sospetto che abbia agito grazie ad appoggi internazionali.

Tra le vittime, ci sono almeno 30 stranieri, tra cui otto britannici e tre indiani, nonché tre dei quattro figli del miliardario danese Anders Holch Povlsen, proprietario della società rivenditrice di prodotti di abbigliamento Bestseller, che controlla tra gli altri Asos.

Inoltre la situazione non è affatto stabilizzata: continuano le esplosioni nel paese, la polizia sta trovando ordigni, alcuni dei quali vengono disinnescati prima che facciano danni (poco fa è brillata una bomba che non s’è fatto in tempo a disinnescare e sono morti tre poliziotti). C’è il coprifuoco, le notizie filtrano col contagocce, coi social bloccati, mentre l’ISIS cerca di divulgare comunicati via youTube. Al momento 24 persone sospette sono state arrestate. Lo Sri Lanka è sotto attacco, la pace è in grave pericolo e il rischio che l’esasperazione della popolazione deflagri in scontri non è remoto. Occorre restare molto calmi.

Questi eventi drammatici, che hanno colpito al cuore i cristiani dello Sri Lanka, hanno avuto una vasta eco nel mondo, soprattutto per il valore simbolico del gesto: un attentatore, ad esempio, si è fatto esplodere tra l’altare e il coro, proprio al momento della consacrazione. Non può essere un caso.

Sul web i sostenitori dello stato islamico hanno subito festeggiato: il SITE Intelligence Group, che monitora le attività online degli estremisti, ha dichiarato che i fanatici dell’Isis hanno elogiato, senza rivendicarli, gli attentati dello Sri Lanka, interpretandoli come una vendetta per la strage delle moschee di Christchurch, il 15 marzo scorso. Secondo gli esperti dell’intelligence, è difficile che ci sia questo nesso, perché gli attentati di Pasqua hanno senz’altro richiesto molto più tempo per essere pianificati e organizzati.

Certo è che la vicinanza temporale e spaziale, come pure la stessa scelta di uccidere uomini inermi nel momento della preghiera, non può essere una coincidenza: esiste una strategia globale di destabilizzazione che mira non solo a spargere terrore, ma anche a fomentare un profondo odio e alimentare divisioni, colpendo ciò che di più sacro ogni uomo custodisce in sé.

Lo Sri Lanka è un paese assai lontano da noi, di cui non sappiamo granché: il 70% circa della popolazione è buddista, il 15 % induista. Musulmani e cristiani sono minoranze, che non superano il 7% ciascuna, e tra l’altro sono frammentati i primi in sunniti e sciiti e i secondi in cattolici e protestanti.

Lo Sri Lanka è tutto un fiorire di luoghi di culto: templi, moschee, chiese. Il senso religioso impregna la vita di ciascuno, le città pullulano di luoghi sacri, soprattutto buddisti e induisti.

Ex colonia britannica, indipendente dal 1948 nell’ambito del Commonwealth, Ceylon è diventata una repubblica nel 1972 con il nome di Sri Lanka. 

Dal 1975 si è accentuata la conflittualità tra la maggioranza singalese (buddista) e la minoranza tamil (induista), in seno alla quale si è affermata la guerriglia del LTTE, Tigri tamil per la liberazione dell’Eelam (nome tamil dell’isola), impegnata nella lotta per l’indipendenza delle province settentrionali. Una tregua fu firmata nel 2002, ma i successivi negoziati di pace, portati avanti con la mediazione del governo norvegese, non hanno avuto esito positivo. 

Nel 2008 il governo ha rotto la tregua e dato avvio a un’offensiva contro le aree controllate dai ribelli, determinandone la sconfitta nel maggio 2009. 

Tra il 2008 e il 2009, nel paese sono avvenute vere e proprie stragi: secondo le Nazioni Unite, 6.500 civili morirono e altri 14.000 rimasero feriti durante l’offensiva dell’esercito contro l’insurrezione separatista.

In quattro mesi circa 200.000 persone fuggirono dalle zone di combattimento trovando rifugio in campi profughi nel nord del paese insulare, nei quali la stampa non poteva accedere. 50.000 civili rimasero intrappolati nella zona dei conflitti, irraggiungibili ad ogni forma di aiuto internazionale.

D’altra parte il paese era vittima delle ingerenze straniere: secondo la BBC, il massacro del 2009 contro le Tigri Tamil fu un genocidio mascherato da conflitto contro un gruppo terroristico, determinato da interessi geoeconomici e geopolitici militari strategici, che avevano a che fare col controllo dell’Oceano Indiano e delle rotte del petrolio: le Tigri Tamil infatti erano finanziate dall’alleanza Russia-Cina-Iran, contro l’asse USA-Giappone-UE, per la solita disputa per il controllo delle fonti e delle rotte petrolifere. 

La rotta marittima dal Mar Rosso al Mar Arabico attraversa il Golfo di Mannar e circonda la costa occidentale, meridionale e orientale dello Sri Lanka. Quindi prosegue verso nord-est attraverso il Golfo del Bengala verso lo stretto di Malacca. Si stima che nel prossimo futuro l’80% delle spedizioni di petrolio giapponesi e cinesi sarà trasportato lungo tale rotta.

Inoltre, circa la metà del trasporto di container nel mondo passa attraverso i colli di bottiglia di questa rotta e le sue ramificazioni nell’Oceano Indiano.

Questo spiega perché la Cina, l’India, il Giappone, le potenze europee e gli Stati Uniti sono molto interessati a mantenere la loro posizione di potere nell’Oceano Indiano, dove lo Sri Lanka occupa una posizione strategica.

Il porto di Trincomalee nella parte orientale dello Sri Lanka, con un diametro di 8 km, è in grado di ospitare navi da guerra, compresi i sottomarini con armi nucleari. Ha 110 serbatoi di petrolio, che vengono forniti in quel porto, e ogni serbatoio contiene quasi 10.000 tonnellate di petrolio, il che lo rende un obiettivo di alto valore strategico per le potenze.

Gli Stati Uniti hanno una base militare di importanza strategica chiave nell’isola di Diego Garcia. L’isola si trova nell’Oceano Indiano, a circa 1.600 km, a sud della costa meridionale dell’India, vicino allo Sri Lanka e alle Maldive.

Gli Stati Uniti hanno già una base in Sri Lanka dal 1951, la Voice of America, VOA, in un’area di circa 3,25 chilometri quadrati in Nathanbia, una zona con alte mura e filo spinato che è gestito come un territorio degli Stati Uniti chiuso.

Essi hanno inoltre firmato con il governo dello Sri Lanka nel 2007 un accordo secondo il quale le navi americane possono, in qualsiasi momento, entrare nei porti dello Sri Lanka, soprattutto nel porto di Trincomalee.

Si capisce dunque bene come certe guerre civili siano frutto di strategie imperialiste senza scrupoli: si finanzia un gruppo più o meno indipendentista, separatista, minoranza qualunque con una vaga connotazione ideologica, con il solo scopo di creare dall’interno una destabilizzazione che permetta il cambiamento repentino di alleanze geopolitiche globali, sostituendo un gruppo di potere con un altro o costringendo il paese a modificare le sue alleanze strategiche in cambio della pace.

Lo Sri Lanka nel 2009 è riuscito a riguadagnare la pace interna, ma si tratta di un equilibrio precario e il benessere resta lontano: l’attività più diffusa è l’agricoltura, il 40% dei terreni è coltivato a riso, ma una incredibile serie di flagelli si è abbattuta sul paese senza soluzione di continuità.

Tra il 2012 e il 2014 ci fu un aumento grave di casi di malattia renale cronica di origine sconosciuta (Chronic kidney disease of unknown cause – Ckdu), che decretò la morte di oltre l’80% delle persone colpite. Secondo le stime dell’Organizzazione mondiale della sanità, nella provincia Ncp circa 20.000 pazienti ricevettero cure mediche ospedaliere contro la Ckdu nel 2014 e la maggioranza di loro era originaria del distretto di Anuradhapura, quello più densamente popolato, dove la malattia è stata segnalata per la prima volta nel 2000. 

È chiaro che il “flagello sconosciuto” è legato all’agricoltura ed ha colpito a scoppio ritardato una fascia di età di contadini che sono stati esposti a qualcosa nei campi, per questo i responsabili sanitari dello Sri Lanka hanno vietato l’importazione di 3 pesticidi: chlorpyriphos, propanil e vabarly, quando, nell’aprile 2013, un team di ricercatori cingalesi ha stabilito un legame tra i prodotti agrochimici e la Ckdu. Un’azione quanto mai urgente, visto che i contadini cingalesi spruzzano i pesticidi senza alcuna protezione, nemmeno una mascherina, e a piedi nudi. La gente del posto si fece prendere dalla psicosi e ritenne la malattia di natura genetica: chi aveva un parente malato, non riusciva a trovare un partner, in tantissimi emigrarono in altre zone del paese per rifarsi una vita.

Tra il 2014 e il 2016 terribili siccità misero in ginocchio il paese: dopo la siccità del 2014, il World Food Program, il ministero dell’economia e dello sviluppo e quello per la gestione dei disastri, pubblicarono un rapporto dal quale risultò che nelle aree settentrionali ed orientali di Sri Lanka colpite dalla siccità, 768.000 persone avevano fortemente sofferto per l’insicurezza alimentare, il doppio del 2013. Nei 15 distretti di queste regioni, il 18% delle famiglie sopravviveva con una dieta con poche calorie.

Come se non fosse abbastanza grave la siccità, a maggio del 2016 il paese fu travolto da alluvioni terribili: 200 famiglie rimasero sepolte nelle frane, a circa 70 chilometri da Colombo. Gli sfollati furono 350.000.

A maggio del 2017, le inondazioni monsoniche sfollarono 471.000 persone in 15 distretti: 164 furono i morti, 1212 i dispersi. Nella città di Colombo saltò la rete fognaria e si interruppe l’approvvigionamento idrico per i danni riportati dal depuratore di Labugama.

La Cina stanziò 2,2 milioni di dollari per aiutare il paese allo stremo, cercando con questo di consolidare la sua alleanza strategica.

Lo Sri Lanka è dunque un paese fragile, sia nel suo territorio che nella popolazione, uscita troppo di recente da periodi di guerra civile e attentati. Col suo 7% di analfabeti, è stato investito dal progresso tecnologico e dalla bufera della globalizzazione, senza saperla governare. È la polveriera ideale su cui mettere in atto esperimenti sociali da replicare su scala mondiale. 

A primavera del 2018, numerosi account Facebook e Twitter riconducibili a gruppi di fondamentalisti buddisti diffusero false notizie su intolleranze e pestaggi a opera della minoranza musulmana. Secondo le notizie diffuse, ci sarebbe stato un complotto musulmano per sterminare la maggioranza buddista attraverso la distribuzione segreta di migliaia di pillole sterilizzanti.

Queste teorie della cospirazione incendiarono le tensioni latenti tra le varie comunità, provocando attacchi contro diverse moschee, linciaggi, e scontri a viso aperto tra gruppi di musulmani e gruppi di buddisti, causando la morte di decine di persone. Il governo bloccò allora l’accesso ai social media per impedire il propagarsi di queste fake news pericolosissime ed è per questo che nelle ultime ore la decisione è stata replicata: non è il caso di fare detonare conflitti attraverso i social network, dopo gli ultimi fatti sanguinosi di Pasqua. È evidente che l’obiettivo dei terroristi sia proprio quello di riaccendere la guerra civile, magari coinvolgendo questa volta anche i cristiani, finora esclusi dalle frizioni tra i vari gruppi etnici ma identificabili vagamente come i rappresentanti dell’imperialismo occidentale. Avere stranieri jihadisti che soffiano su questa brace mai sopita non è una buona cosa.

Ora noi, dalla parte opposta del mondo, sentiamo gli attentati nelle chiese come ferite personali e certo lo sono, perché ovunque un uomo decida di farsi esplodere per ammazzare innocenti l’umanità tutta deve fremere di sdegno e contorcersi in un moto di profondo dolore. I cristiani, in particolare, sono una minoranza del tutto estranea alle radici consolidate della conflittualità della società dello Sri Lanka, per cui sono doppiamente innocenti in questo caso. Ma parlare di scontro di civiltà o vaneggiare di guerra di religione è per lo meno azzardato, soprattutto alla luce del contesto confuso dei paesi dell’Oceano Indiano. 

I buffi tentativi dei dem statunitensi di non pronunciare mai la parola “cattolici” o “cristiani” per descrivere le stragi, inventando un ridicolo Easter worshippers (adoratori, fedeli della pasqua), rivela lo spirito laicista che sta squassando il nostro mondo assai più gravemente dell’estremismo religioso islamico. Nel mezzo, tra i due fuochi di un ateismo culturalmente egemone e un islamismo disadattato, nella società occidentale resta solo il cristianesimo a fare da collante, a preservare lo spirito religioso senza farne una bandiera di guerra, a farsi crocifiggere per salvare un mondo corrotto e violento che non meriterebbe il sacrificio dei martiri.

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