Nella notte di sangue ai mercatini di #Strasbourg

French police vehicles are parked near the shooting site at the Christmas Market in Strasbourg, Alsace, France, 11 December 2018. According to latest report, two people are dead and 11 people are injured. The gunman is reported to be at large and the motive for the attack is still unclear.

Quando si discuteva di Corinaldo (e perfino di Santa Maria Goretti, ho letto1Difficile fare prediche più a casaccio: la giovane martire della purezza morì dopo essere stata pugnalata in casa da un vicino noto alla famiglia… e qualcuno la adduce a modello di come si dovrebbe vivere per non morire come topi fuori casa tra sconosciuti!) qualche solone ci ha spiegato in pratica che «tutto questo non sarebbe successo se i genitori di questi ragazzi avessero fatto il loro dovere, cioè impedire loro di ascoltare Sfera Ebbasta». Se questo è il calibro dell’analisi, mi aspetto di leggere domani sui giornali: «Che cosa ci facevano tutte quelle persone al mercatino di Natale?».

E invece non lo leggeremo, perché “i mercatini di Natale sono la nostra tradizione”, mentre un rapper volgare e bilioso no. E suona quasi bene, come replica, sennonché vuol dire che dei luoghi deputati alla compravendita (non sempre fiscalmente trasparente e non sempre di prodotti nostrani) sarebbero “moralmente importanti” per il nostro patrimonio culturale, mentre un attrattore e catalizzatore dell’attenzione e delle passioni dei nostri ragazzi – la cui interlocuzione tanto spesso ci sfugge (senza che ce ne disperiamo poi tanto…) – non lo sarebbe. È solo una parafrasi, ma basta a rilevare l’assurdo.

come accade spesso, anche su questi fatti Mario Adinolfi ha offerto le analisi di gran lunga più essenziali e centrate:

Ma quella predica che ci è stata propinata nei giorni scorsi ce l’eravamo già ritrovata scodellata davanti nella prima estate di un anno fa, quando a Manchester un attentato falcidiò degli adolescenti radunati al concerto di Ariana Grande. Vero, la giovane popstar non era così aggressiva nei testi, però un po’ volgare sì – ci dissero – soprattutto discinta nei costumi e nelle coreografie. E non vi ricordate la sparatoria al Bataclan, due anni prima? «Ma che c’erano andati a fare, al concerto degli Eagle of Death Metal2Cantavano perfino Kiss the devil!. Trovo molto inquietante la difficoltà che riscontro nel seguire nei vari giudizî una linea costante che mi delinei il criterio sottostante: sembra piuttosto che ognuno si sforzi al più di imbastire qualche ricamino attorno alla reazione di pancia – proprio la prima che ha avuto quando ha saputo il fatto – per esibire in società (cioè spesso “sui social”) un’opinione che fungerà da feticcio per la fragile personalità che l’ha elaborata. Molti like, bene: sono una persona con un ritorno d’immagine, ancora poco e diventerò anch’io un opinionista; pochi like, male: debbo rivedere la strategia comunicativa, se voglio nutrirmi del consenso degli sconosciuti.

Sconfortante è stato pure lo stile delle personalità che ricoprono in questi tempi strani le alte cariche dello Stato: giustamente in caso di gravi e fondati rischi per degli italiani all’estero si attiva l’Unità di Crisi della Farnesina, ma non sono state le dichiarazioni di Enzo Moavero Milanesi ad attraversare il mainstream, bensì quelle di Matteo Salvini. Il ministro dell’Interno, che anche oggi era all’estero, ha preso la palla al balzo per tenere il punto sulla «nostra polemica quotidiana», quella circa l’irresponsabile stigmatizzazione degli hezbollah al confine nordisraeliano: con un cinguettio, invece, prometteva virilmente – «come uomo e come ministro» (attenzione) – il contrasto ai terroristi (cioè ai negher, legge in filigrana l’elettorato salviniano). Pensare che il suo omologo francese (il quale, trattando di materia interna per lui, agisce nelle competenze del proprio dicastero) ha solo dichiarato:

#Strasbourg: seguo la situazione al centro di controllo del ministero dell’Interno con Laurent Nunez [segretario di Stato presso il ministero dell’Interno].
I nostri servizi di sicurezza e di soccorso sono mobilitati.
Non propagate dicerie e seguite i consigli delle autorità.

Mi sono appena confrontato col Primo ministro e col Presidente della Repubblica.
Mi reco immediatamente a #Strasbourg.
Laurent Nunez segue la situazione dall’unità di crisi in Place Beauvau.

Quanto a “imbarbarimento del linguaggio” (© Gualtiero Bassetti), Salvini ha già fatto di peggio, tuttavia anche in questo semplicismo manicheo sta qualcosa di estraneo alla politica, che sempre è arte di comprendere il complesso. “Bloccare ed eliminare i terroristi, in Europa e nel mondo, con ogni mezzo lecito” vale grossomodo quanto il sognare “la pace nel mondo” delle reginette di bellezza di tutte le latitudini.

Nulla di male nel sognare, ma chi guida un Paese dev’essere lucido, sveglio e ancorato al possibile, altrimenti i suoi sostenitori trarranno tacitamente le conseguenze inespresse dai capi: Luca Traini è in carcere, ma non per questo possiamo permetterci di dimenticare la sua barbarie, che anzi stasera si rispecchia paurosamente in quella di Cherif C.

Il vero tema è un altro, e la mappa degli attentati degli ultimi anni lo dice: disordini e radicalismo attecchiscono non dove l’immigrazione è maggiore – altrimenti gli attentati li avremmo in Lussemburgo, Malta, Cipro, Irlanda, Svezia3I sondaggi in materia hanno il forte limite di dover definire a monte cosa si intenda per “straniero” e se si voglia distinguere tra “rifugiato”, “migrante”, “clandestino”… tutti i sondaggi comunque concordano nell’attestare un tasso di stranieri in Francia sensibilmente superiore a quello italiano, ma ancora molto lontano dalle punte dei Paesi-leader nel quadro.… – ma dove minore e meno omogenea è l’integrazione. La quale è fatta di tante cose: lingua anzitutto, poi cultura (e culto), lavoro, scuola e sanità (di alto livello)… Le bidonvilles di Calais, invece, sono simbolo di una società in cui “il nero si porta” dove fa glamour, non dappertutto.

Impossibile negare che c’entri il credo religioso, ma la psicologia del lupo solitario è spesso quella del migrante di seconda generazione (anche Chérif C. è nato a Strasbourg), ossia di chi vive lungamente un forte disagio per l’incapacità di condividere il patrimonio storico-sociale-culturale-religioso del Paese ospitante, e che quindi “si radicalizza” – vale a dire oggettiva ed esorcizza il proprio malessere4Ad esempio si legge, su questo articolo del Figaro scritto a sei mani, di un “profilo ibrido” dell’attentatore identificato: «Ma Chérif C. ha veramente agito sotto il vessillo terrorista? Il suo profilo ibrido fa problema. La sezione antiterrorista della Procura di Parigi è stata consultata, e la nuova legge anti-terrorismo prevede che le incursioni omicide siano considerate tali. Ma secondo le nostre informazioni non è da escludersi che l’individuo abbia agito spinto dalla disperazione, perché tutti i suoi complici di rapina sono stati arrestati martedì.
La radicalizzazione dei criminali di diritto comune non è un fenomeno nuovo. In Belgio, i servizi di informazione hanno dato l’allarme, nello scorso novembre, sull’arruolamento dei detenuti criminali di diritto comune, evocando la moltiplicazione dei “gangster dello jihad” che sono passati all’islamismo. Nel suo percorso, Chérif C. era precisamente stato segnalato dalla DGSI [Direzione Generale della Sicurezza Interna, N.d.T.] durante un passaggio in prigione: si era segnalato per delle violenze e per il proselitismo religioso».
– eleggendo qualcuno/qualcosa a capro espiatorio del proprio spleen.

Il problema dell’integrazione, del resto, piove su una condizione sociale precaria in generale, che la crisi dei Gilet Gialli rivela finalmente nella sua virulenza.

Quel che scrive il mio antico precettore liceale sembra trovare una cruda conferma nell’editoriale dell’ultimo numero di Le Point, firmato da Franz-Olivier Giesbert:

[…] Il rifiuto del potere sarà stato più che un errore: una colpa. Macron vi avrebbe trovato l’occasione di rimettere in discussione il sedicente “modello francese”, costruzione demente che non sta più in piedi e che occorre urgentemente riformare dalla testa ai piedi. La nostra tragedia si riassume in tre cifre che è cosa buona meditare, di questi tempi: la nostra spesa pubblica arriva al 56,5% del Pil, otto punti sopra la media europea; la contribuzione obbligatoria arriva al tetto del 48,4%, record d’Europa (fonte Eurostat); il debito si stima intorno al 100%.

Se ci fosse un premio per la peggior gestione al mondo, la Francia concorrerebbe per i primi posti. Più spende, più fiscalizza, meno funziona. Il suo preteso modello è una groviera divorata dallo spreco, dall’assenteismo, dalla frode fiscale e dall’ideologia anti-lavorativa. È solo a partire dal 27 luglio che i francesi cominciano a lavorare per loro stessi. Prima lo fanno per lo Stato. Senza dimenticare che quest’ultimo è obbligato – poiché le sue ricette non ne coprono più le spese – a vivere a credito a partire dal 15 novembre!

Peggio ancora: questo modello, celebrato da tutti i benpensanti, non cessa di fabbricare iniquità in nome dell’uguaglianza. Non solo i francesi non possiedono i loro soldi, se si giudica dal lamentevole stato di certi servizi pubblici, ma in più le classi medie e popolari portano una parte non trascurabile del fardello. Qual è il cervello cinico o debole che ha immaginato di raccattarle aumentando ancora la tassa sui carburanti?

Bisogna essere parecchio disconnessi dalle realtà della Francia reale, per non comprendere il sentimento di ingiustizia che provano le “persone dappoco” della “Francia periferica”. Come ha rilevato il mensile Capital, un impiegato medio che abita in provincia ed è condannato ad andare a lavorare in macchina versa più tasse sui carburanti che imposte sul reddito. Perché dovrebbe essere lui la prima vittima della fiscalità cosiddetta ecologica sui carburanti, i cui proventi servono per più dell’80% a rabboccare le casse dello Stato e delle comunità?5Franz-Olivier Giesbert, «Sire, c’est une révolution…», in Le Point del 6 dicembre 2018, p. 9. […]

A French soldier stand guard next to the shooting site at the Christmas Market in Strasbourg, Alsace, France, 11 December 2018. According to latest report, two people are dead and 11 people are injured. The gunman is reported to be at large and the motive for the attack is still unclear.

Il problema è certo gravissimo e non è pensabile che abbia soluzioni facili a portata di mano. Sarebbe già qualcosa, però, ricordare la lezione di Popper e quella di Böckenförde:

  1. la società tollerante non deve tollerare l’intolleranza (e neanche l’intollerante);
  2. i presupposti della società aperta (libertà, uguaglianza, fraternità, per essere sintetici) non possono essere garantiti dalla stessa società aperta.

Quindi è davvero difficile dire che chi è andato da Sfera Ebbasta, da Ariana Grande e dagli Eagles of Death Metal se la sia andata a cercare… mentre chi ha visitato il mercatino di Strasbourg no. Il punto è che il fragile trionfo della “società aperta” consiste proprio nel permettere agli uni e agli altri di fare liberamente ciò che scelgono, e si paga con una redistribuzione costantemente equa delle ricchezze. Conservare però questo delicatissimo equilibrio di grazia, libertà, cultura ed educazione è tutt’altro che scontato.

In ultimo, mi vengono in mente due parole di speranza, la prima sul destino dell’Europa e la seconda sul nostro. A quest’ora proprio non mi ricordo chi fu a scriverlo, ma uno storico disse che «l’impero vacillante si appoggiò alla Croce di Cristo». E del resto sarebbe fin troppo ingenuo pensare che un Natale possa arrivare senza una striscia di sangue. Dal primo in poi, il colore natalizio per eccellenza è stato il rosso.

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1. Difficile fare prediche più a casaccio: la giovane martire della purezza morì dopo essere stata pugnalata in casa da un vicino noto alla famiglia… e qualcuno la adduce a modello di come si dovrebbe vivere per non morire come topi fuori casa tra sconosciuti!
2. Cantavano perfino Kiss the devil!
3. I sondaggi in materia hanno il forte limite di dover definire a monte cosa si intenda per “straniero” e se si voglia distinguere tra “rifugiato”, “migrante”, “clandestino”… tutti i sondaggi comunque concordano nell’attestare un tasso di stranieri in Francia sensibilmente superiore a quello italiano, ma ancora molto lontano dalle punte dei Paesi-leader nel quadro.
4. Ad esempio si legge, su questo articolo del Figaro scritto a sei mani, di un “profilo ibrido” dell’attentatore identificato: «Ma Chérif C. ha veramente agito sotto il vessillo terrorista? Il suo profilo ibrido fa problema. La sezione antiterrorista della Procura di Parigi è stata consultata, e la nuova legge anti-terrorismo prevede che le incursioni omicide siano considerate tali. Ma secondo le nostre informazioni non è da escludersi che l’individuo abbia agito spinto dalla disperazione, perché tutti i suoi complici di rapina sono stati arrestati martedì.
La radicalizzazione dei criminali di diritto comune non è un fenomeno nuovo. In Belgio, i servizi di informazione hanno dato l’allarme, nello scorso novembre, sull’arruolamento dei detenuti criminali di diritto comune, evocando la moltiplicazione dei “gangster dello jihad” che sono passati all’islamismo. Nel suo percorso, Chérif C. era precisamente stato segnalato dalla DGSI [Direzione Generale della Sicurezza Interna, N.d.T.] durante un passaggio in prigione: si era segnalato per delle violenze e per il proselitismo religioso».
5. Franz-Olivier Giesbert, «Sire, c’est une révolution…», in Le Point del 6 dicembre 2018, p. 9.

Comments:

2 risposte a “Nella notte di sangue ai mercatini di #Strasbourg”

  1. Difficile seguire il filo partendo da Corinaldo per arrivare a parlare di terrorismo e politica estera (e interna) o di “negher”, seppure il filo ci sia nel partire dal primo soggetto solo per poter arrivare al secondo, pare…

    Non credo che chi ha scritto preoccupandosi di chi è cosa abbia radunato tanti giovani, tanti minorenni, tanti accompagnati dai stessi genitori, abbia solo voluto dire che “infondo un po’ se la sono cercata”…

    Neppure credo che una giusta riflessione su questo che è e rimane un tema importante, non vada affrontata e proposta.
    In quest’ottica non è del tutto ininfluente ricordare a chi (per grazia di Dio) ha dato i natali un paese come Corinaldo.

    Ma come sempre, siamo nella ridda delle opinabili chiavi di lettura.

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