Perché gli islamisti vogliono a tutti i costi uccidere Asia Bibi

A supporter of Islamic political party Jamiat Ulma-e-Islam attends a rally to protest the release of Asia Bibi, a Christian accused of blasphemy, whose death sentence was annulled by the Supreme court, in Karachi, Pakistan, 08 November 2018. Pakistan foreign office said on 08 November that Asia Bibi can leave the country only if the Supreme Court rejects an appeal challenging her acquittal in a blasphemy case. Radical Islamist has been protesting in a number of Pakistan cities against the Supreme Court's decision to overturn the death sentence of Christian woman Asia Bibi, who had been convicted in 2010 of blasphemy. EPA/SHAHZAIB AKBER

Dopo aver letto la corposa intervista di Eugénie Bastié a Jean-François Colosimo (grazie a Emiliano Fumaneri per l’ottima traduzione), ho compreso con più matura coscienza che il caso di Asia Bibi meno di altri sia comprensibile senza tener presente il contesto storico-culturale e socio-politico che gli fa da cornice.

Moltissime sono le testate che in questi giorni hanno ripercorso la vicenda della pakistana cristiana liberata neanche dieci giorni fa dal carcere in cui è stata costretta per 9 anni: in un articolo del settimanale cattolico spagnolo Alfa y Omega, però, ho trovato una succinta ma completa ricostruzione del contesto politico in riferimento alla libertà religiosa. Per questo motivo mi permetto di presentarne una traduzione.

di María Martínez López

«Gli islamisti vogliono uccidere Asia Bibi a qualunque costo. La sua unica speranza è uscire dal Pakistan prima possibile». Sardar Mushtaq Gill, uno degli avvocati che hanno aiutato questa cristiana condannata a morte per blasfemia giudica così ai microfoni di Alfa y Omega l’accordo concluso il 2 novembre tra il Governo e il partito politico Tehreek-e-Labbaik Pakistan. Il patto ha posto fine alle sommosse che per tre giorni – protestando contro l’annullamento della sua condanna da parte della Corte Suprema del Paese – hanno paralizzato il paese al grido di “Impiccate Asia!”. Tra gli altri punti, il patto contemplava che non si sarebbe permesso a Bibi di uscire dal Paese e che il Governo non si sarebbe opposto a che l’accusa chieda di rivedere la sentenza.

L’accordo è stato una doccia fredda per quelli che celebravano la decisione della Corte Suprema. Non potendo lasciare il Pakistan, la vita di Asia sarà più a rischio con lei in libertà che in carcere, dove ha passato gli ultimi nove anni. Anche se al momento in Pakistan nessuno è stato ancora giustiziato per blasfemia, 75 accusati sono stati assassinati da esaltati.

Promulgata durante l’epoca coloniale per evitare gli scontri religiosi, la legge anti-blasfemia fu estesa durante la dittatura del generale Zia ul Haq (1978-1988) fino a includere in particolare le profanazioni del Corano e gli insulti a Maometto. Dal 1991, soltanto per questi ultimi si contempla la pena di morte. Il lassismo sull’onere della prova e il fatto che non importi se l’accusato avesse intenzione di offendere i musulmani fanno sì che l’articolo 295 B e C del Codice Penale si converta frequentemente in un’arma che si presta alle vendette personali e all’oppressione delle minoranze.

Secondo le stime più recenti del Centro di Giustizia Sociale del Pakistan, dal 1987 sono state accusate di blasfemia 1.549 persone, delle quali il 15,4% sono cristiane (i cristiani sono il 2,2% della popolazione pakistana). Nel 2016 il Rapporto sulla Libertà Religiosa di Aiuto alla Chiesa che Soffre rileva che, degli 8mila condannati a morte nel Paese mille lo sono stati per blasfemia. E per quanto la metà degli accusati siano musulmani c’è una differenza fondamentale: quando si accusa un cristiano, tutta la comunità patisce la violenta risposta dei radicali, che comporta gli incendi di case a dozzine e lo sfollamento di centinaia di famiglie, quando non qualche morto. È capitato nel 2009 a Gorjra (nella provincia del Punjab), e nel 2014, nonché nell’anno oggi corrente, nei quartieri cristiani di Lahore (capitale della medesima regione).

Il suo avvocato: «Lascerà il Paese»

Asia Bibi si è convertita in un simbolo per tutti quelli che si oppongono a questa brutalità. E pure per i radicali, che sono disposti a qualunque cosa per non accettare una sconfitta in questa vicenda.

Però Saif ul Malook, che ha rappresentato la cristiana davanti alla Corte Suprema, era scettico circa le reali possibilità dell’accordo del TLP col Governo. «Solo i condannati possono stare nella lista che impedisce di uscire dal Paese, e non è il caso di Asia. Pertanto non è possibile che il Governo ve la includa». Infatti lunedì 5 novembre pronosticava che presto sarebbe stata liberata, e che aveva un 99% di probabilità di uscire dal Paese mentre la Corte Suprema avrebbe rivisto il verdetto.

I suoi vaticinî si sono adempiuti mercoledì, quando Asia Bibi è uscita di prigione con destinazione sconosciuta. «Asia non è in prigione», ha confermato il medesimo Malook a Efe. Il legale ha indicato che Bibi «è in un aereo, però nessuno sa dove andrà ad atterrare». Anche la fondazione pontificia Aiuto alla Chiesa che Soffre ha confermato la liberazione, basandosi sull’informazione fornita dalla Chiesa locale ai responsabili della sua sede centrale, in Germania.

L’ottimismo di Malook del lunedì contrastava con la sua situazione personale: il legale, musulmano, faceva queste dichiarazioni dall’Olanda, dove l’Onu e l’Unione Europea gli hanno consigliato di fuggire visto il rischio che corre. Assicura di non avere paura – «Perché dovrei averne? Ho 63 anni, ho già vissuto abbastanza» – però vuole continuare a vivere per proseguire a difendere Asia.

Secondo il suo parere, il Governo ha accettato l’accordo per il “panico” che lo ha preso davanti alle manifestazioni indette non appena è stato reso noto il verdetto della Corte Suprema, e che hanno obbligato a chiudere le scuole cristiane e a sospendere la Messa del giorno dei Fedeli Defunti. È stata una nuova dimostrazione di forza del movimento Tehreek-e-Labbaik Ya Rasool Allah, nato per difendere l’assassino di Salman Taseer. Il governatore della regione del Punjab, musulmano, fu assassinato nel 2011 da Mumtaz Qadri, uomo della sua scorta, per aver preso partito a favore di Asia Bibi. Gli scioperi e gli scontri pubblici intorno all’esecuzione di Qadri, nel febbraio del 2016, furono il biglietto di presentazione del TLYRA. Un anno fa hanno paralizzato di nuovo il paese perché il ministero della Giustizia aveva eliminato un riferimento a Maometto da un documento elettorale.

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