«Questo tempo di grande crisi è un tempo di grazia». Parola di mons. Gänswein

Quella Chiesa popolare nel cui seno ancora noi stessi nascemmo e che così come si ebbe in Europa non ci fu in America, nell’avanzare di questo processo di oscuramento è morta da tempo. Il tono vi sembra eccessivamente drammatico?

Drammatici sono i numeri relativi alle uscite dalla Chiesa. Ma ancor più drammatico è un altro dato ancora: secondo gli ultimi rilevamenti, dei cattolici in Germania che ancora non sono usciti dalla Chiesa, solo il 9,8% la domenica si incontra nelle rispettive Case di Dio per la comune celebrazione della santissima Eucaristia.

Ancora una volta questo mi riporta alla mente le parole di Benedetto XVI pronunciate durante il primo Viaggio dopo la sua elezione. Era il 29 maggio 2005 quando, sulle rive del mar Adriatico, rivolgendosi a un pubblico prevalentemente di giovani venuti ad ascoltarlo, ricordò che la domenica, quale “Pasqua settimanale”, è “espressione dell’identità della comunità cristiana e centro della sua vita e della sua missione”. Il tema scelto dal Congresso eucaristico (“Senza la domenica nonpossiamo vivere”) lo riportava però indietro, disse il Papa, all’anno 304, quando l’imperatore Diocleziano proibì ai cristiani, sotto pena di morte, di possedere le Scritture, di riunirsi la domenica per celebrare l’Eucaristia e di costruire luoghi per le loro assemblee. E proseguì:

Ad Abitene, una piccola località nell’attuale Tunisia, 49 cristiani furono sorpresi una domenica mentre, riuniti in casa di Ottavio Felice, celebravano l’Eucaristia sfidando così i divieti imperiali. Arrestati, vennero condotti a Cartagine per essere interrogati dal Proconsole Anulino. Significativa, tra le altre, la risposta che un certo Emerito diede al Proconsole che gli chiedeva perché mai avessero trasgredito l’ordine severo dell’imperatore. Egli rispose: “Sine dominiconon possumus”:cioè senza riunirci in assemblea la domenica per celebrare l’Eucaristia non possiamo vivere. Ci mancherebbero le forze per affrontare le difficoltà quotidiane e non soccombere. Dopo atroci torture, questi 49 martiri di Abitene furono uccisi. Confermarono così, con l’effusione del sangue, la loro fede. Morirono, ma vinsero: noi ora li ricordiamo nella gloria del Cristo risorto.

Che significa?

Significa che quello che noi ancora da bambini, nelle così dette Chiese popolari, avevamo conosciuto come il così detto “obbligo domenicale”, in realtà è il più prezioso segno distintivo dei cristiani. E che è più antico di tutte le Chiese popolari. È dunque veramente una vera crisi degli ultimi tempi quella nella quale la Chiesa cattolica si trova immersa ormai da tempo; una crisi, però, che credettero di percepire nei loro giorni anche mia madre e mio padre – “vedere l’abominio della desolazionestare nel luogo santo” – e che d’altronde forse ogni generazione nella Storia della Chiesa ha scorto al proprio orizzonte.

Ultimamente, però, ci sono stati giorni in cui mi sono sentito come riportato indietro ai giorni della mia fanciullezza – nella fucina di mio padre nella Foresta nera, al suono dei colpi di martello sull’incudine che sembravano non finire mai, e tuttavia questa volta senza mio padre, delle cui mani sicure mi fidavo come di quelle di Dio.

In questa sensazione evidentemente non sono solo. In maggio, infatti, anche Willem Jacobus Eijk, cardinale arcivescovo di Utrecht, ha ammesso che, guardando all’attuale crisi, pensa alla “prova finale che dovrà attraversare la Chiesa” prima della venuta di Cristo descritta dal paragrafo 675 del Catechismo della Chiesa cattolicae che scuoterà la fede di molti credenti”. “La persecuzione – continua il Catechismo – che accompagna il pellegrinaggio della Chiesa sulla terra svelerà il ‘mistero di iniquità’.”

Con questo “mysterium iniquitatis” Rod Dreher ha la familiarità di un’esorcista, come ha dimostrato con le sue ricostruzioni degli ultimi mesi, con le quali anch’egli ha favorito – forse come nessun’altro giornalista più di lui – la rivelazione dello scandalo dell’ex arcivescovo di Newark e Washington. E tuttavia Dreher non è un giornalista investigativo. E nemmeno un visionario, ma un sobrio analista che da tempo segue in modo vigile e critico la condizione della Chiesa e del mondo, ma nonostante questo mantenendo comunque sul mondo lo sguardo amorevole di un bambino.

Per questo Dreher non presenta un romanzo apocalittico come il famoso “Signore del mondo” con il quale nel 1906 il presbitero inglese Robert Hugh Benson scosse il mondo anglosassone. Il libro di Dreher, invece, assomiglia più a delle istruzioni pratiche e praticabili per la costruzione di un’arca: perché egli sa che non c’è alcuna diga con la quale si possa ancora arginare la grande alluvione; un’alluvione che non solo da ieri è in procinto di inondare l’antico Occidente cristiano al quale per lui è ovvio che appartiene anche l’America.

Da qui emerge subito con chiarezza una triplice differenza fra Dreher e Benson: in primo luogo, da americano autentico qual’ è, Dreher è più pratico dell’alquanto bizzarro britannico di Cambridge nell’epoca precedente alla Prima guerra mondiale. Inoltre, da cittadino della Louisiana, Dreher è per così dire a prova di uragano. E infine egli non è affatto un religioso, ma un laico che cerca di conquistare anime al Regno di Dio che Gesù Cristo ha annunciato per noi non sulla base di un incarico ingiuntogli da altri, quanto sulle ali di un entusiasmo e di una volontà assolutamente personali. In questo senso è un uomo che corrisponde completamente al desiderio e al gusto di Papa Francesco, perché nessun’altro a Roma quanto lui sa che la crisi della Chiesa, nel suo nocciolo, è una crisi del clero.

E che dunque è scoccata l’ora dei laici forti e decisi, soprattutto nei nuovi mezzi di comunicazione cattolici indipendenti, esattamente come incarnati da Rod Dreher.

La leggerezza del suo stile narrativo va evidentemente ricondotta all’universo della più nobile tradizione degli Stati Uniti dell’America meridionale ai quali Mark Twain ha conferito un rango universale. Prima ho detto che ultimamente mi sono sentito più volte rivisto nella fucina di mio padre, al suono dei suoi colpi di martello sull’incudine: e devo ammettere a riguardo che la lettura semplice e scorrevole di questo libro importante e significativo mi ha di continuo riportato al mondo avventuroso della mia fanciullezza, quando bambino sognante correvo dietro a Tom Sawyer e al suo amico Huck’ Finn.

In Rod Dreher, al contrario, non si tratta di sogni, ma di fatti e analisi che egli condensa in una frase come questa:

L’Uomo psicologico…ora è padrone della cultura – come senza dubbio gli Ostrogoti, i Visigoti, i Vandali e altri popoli conquistatori si impadronirono di ciò che restava dell’Impero Romano.

Oppure in quest’altra:

I nostri scienziati, i nostri giudici, i nostri principi e i nostri scribi – sono tutti quanti all’opera per demolire la fede, la famiglia, il genere, persino quel che significa essere umani. I nostri barbari hanno barattato le pelli animali e le lance del passato in cambio di vestiti firmati e telefoni cellulari.

Il terzo capitolo inizia con queste parole: «Tornare indietro nel tempo non si può, ma tornare a Norcia sì».

Poco dopo prosegue così, in modo profeticamente attuale e tuttavia per nulla malizioso:

La leggenda vuole che, in una disputa con un cardinale, Napoleone gli avesse fatto notare che aveva il potere di distruggere la Chiesa.

«Maestà», replicò il cardinale, «noi, il clero, abbiamo fatto del nostro meglio per distruggere la Chiesa negli ultimi milleottocento anni. Non ci siamo riusciti noi, e non ce la farete nemmeno voi».

Quattro anni dopo aver cacciato i Benedettini da quella che era la loro casa da quasi un millennio, l’impero di Napoleone era in rovina, e lui era in esilio. Oggi si può nuovamente sentire il suono del canto gregoriano nella città natale del santo.

In quella stessa Norcia però si udì anche il boato profondo del grande terremoto che nell’agosto del 2016 scosse la città e che in pochi secondi ridusse in macerie la Basilica di san Benedetto, ad eccezione della facciata. Pressappoco nello stesso periodo violenti nubifragi inondavano la città natale di Rod Dreher sul corso superiore del Mississipi. Due drammatiche scene chiave che, come in una sceneggiatura divina, stanno rispettivamente all’inizio e alla fine del suo libro, quasi fossero illustrazioni di un’unica tesi che Dreher nel primo capitolo formula così:

La realtà della nostra situazione è davvero allarmante, ma non ci è concesso di vedere istericamente tutto nero. In questa crisi è iscritta una benedizione nascosta, se vogliamo aprire gli occhi per vederla. […] La tempesta incombente potrebbe essere un mezzo attraverso il quale Dio ci libera.

Negli ultimi giorni spesso all’interno della Chiesa si è sentito ripetere il concetto di terremoto associandolo a quel crollo per il quale, come affermo, ora anche la Chiesa ha sperimentato il suo “Nine/Eleven”, il suo 11 settembre.

Rod Dreher invece descrive la risposta dei monaci di Norcia alla catastrofe che ha ridotto in macerie il monastero nel luogo di nascita di san Benedetto con poche parole che sento l’obbligo di leggervi, per quanto sono significative ed eloquenti:

I monaci benedettini di Norcia sono diventati un segno per il mondo in tanti modi che non prevedevo, quando cominciai a scrivere questo libro. Nell’agosto 2016, un terremoto devastante scosse la loro regione. Quando la scossa arrivò nel bel mezzo della notte, i monaci erano svegli a pregare il mattutino e fuggirono dal monastero riparando per sicurezza nella piazza aperta.

Più tardi, padre Cassiano rifletté che il terremoto simboleggiava lo sbriciolarsi della cultura cristiana dell’Occidente, ma che c’era un secondo simbolo di speranza quella notte: «Il secondo simbolo erano le persone raccolte attorno alla statua di san Benedetto, in piazza, per pregare», scrisse ai sostenitori. «È l’unico modo di ricostruire».

Dopo questa testimonianza di padre Cassiano vorrei confidarviche anche Benedetto XVI dal momento della sua rinuncia si concepisce come un vecchio monaco che, dopo il 28 febbraio 2013, sente come suo dovere dedicarsi soprattutto alla preghiera per la Madre Chiesa, per il Suo successore Francesco e per il Ministero petrino istituito da Cristo stesso.

Perciò, con riguardo all’opera di Dreher, quel vecchio monaco dal monastero MATER ECCLESIÆ dietro la Basilica di San Pietro rimanderebbe a un discorso che l’allora Papa in carica tenne al Collège des Bernardinsdi Parigiil 12 settembre 2008 – cioè esattamente domani di dieci anni fa – di fronte alla élite intellettuale di Francia. Per queste ragioni vorrei presentarvi brevemente questo discorso citandone alcuni passi.

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