Filippone e prime Comunioni: quando non si accoglie lo Spirito

Fausto Filippone, l'uomo che ha gettato la figlia 12enne dal cavalcavia sull'autostrada A14 in contrada Vallemerlo (Chieti), aggrappato alla rete poco prima di lanciarsi nel vuoto, 20 maggio 2018. ANSA/Massimiliano Schiazza

Oggi è stato un po’ il “compleanno liturgico” di mia figlia. Il primo. Nel senso che l’anno scorso era l’alba di Pentecoste, il 4 giugno, quando quel frugoletto pieno di vita e di moine è venuto alla luce. Mancano due settimane esatte al “compleanno astronomico”, e accingendomi a qualche bilancio già avverto che quest’anno è volato come il vento proprio mentre la presenza nuova della piccola obbligava tutti noi, sua famiglia, a riscoprire daccapo ogni meraviglia del mondo e nell’universo.

«I cuori che Tu hai creato»

Particolarmente felice, stamattina, mi è sopraggiunto il ricordo dei primi istanti che passavo con lei, quando le ostetriche mi chiamarono a farle sentire la mia voce perché il suo pianto si calmasse. La salutai e le dissi le parole che il mio cuore di padre accendendosi rombò, e poi volli cantarle qualcosa: neanche un secondo per scegliere e già stavo intonando il tono simplex del Veni Creator Spiritus. Mai nella vita mi ero trovato davanti a una mia opera che tanto formidabilmente mi oltrepassasse, da quanto era soprattutto opera di Dio:

Il Signore completerà per me l’opera sua.

Signore, la tua bontà dura per sempre:

non abbandonare l’opera delle tue mani.

Ps 137,8

E conseguentemente cantavo:

…imple superna gratia
quæ Tu creasti pectora.
…riempi della grazia soprannaturale
i cuori che Tu hai creato.

Perché quella mattina di un anno fa (o quasi) era di mia figlia il cuore da poco creato, quello che davvero da pochi minuti pompava ossigeno nel suo corpicino in piena autonomia. Poiché l’opera era tanto grande che non potevo in alcun modo attribuirmela – ma visto che comunque ero chiamato a una responsabilità smisurata nei suoi confronti – invocai lo Spirito Creatore, quello che fa nuova – ove venga accolto – la faccia di tutta la terra.

Oggi ho visto due volte Fausto Filippone, prima che si uccidesse

Pensavo queste cose mentre mi recavo con moglie e figlia in chiesa. Oggi era giorno di festa, per la mia famiglia, perché un mio carissimo figlioccio riceveva la prima Comunione, in un paesello vicino a quello dei miei genitori; quindi con gioia abbiamo valicato gli Appennini per raggiungere l’Abruzzo. La messa celebrata in quella chiesa, ancora ordinariamente chiusa dal terremoto del 2009 (e che tante e tante volte prima avevo visitato senza immaginare la presente stagione…), aveva un sapore particolare… come una speciale premonizione pasquale.

Eravamo stati invitati a Lanciano per pranzo, la scelta dell’autostrada quasi s’imponeva. Dopo pochi km (per la precisione eravamo al km 390 della A14, in direzione sud), un improvviso rallentamento ci si segnalava per le espressioni concitate della polizia e degli agenti del soccorso stradale: di lì a pochi metri avremmo visto Fausto Filippone, il quarantanovenne dirigente della casa di moda Brioni – si teneva aggrappato al reticolato-parapetto che prosegue in alto ben oltre il guardrail. Impossibile capire oltre, la polizia intimava di procedere senza indugiare. S’intuiva l’intento suicida dell’uomo (del quale naturalmente ignoravo ancora tutto): quei ponti sono purtroppo tristemente frequentati da persone disperate.

Al ristorante – parlando del dolorosissimo caso della piccola Giorgia, la pisana morta disidratata in automobile per la fatale dimenticanza del padre – una commensale ha tirato fuori qualche brandello della storia di Filippone, che avrebbe buttato dal ponte la figlia prima di sporgersi a sua volta oltre il parapetto. Momento di atroce sgomento: stavo pensando a come si potesse sopravvivere a un rimorso come quello del padre di Giorgia (e di molti, troppi, altri genitori…1Su Il Fatto quotidiano si ricordavano alcuni episodi analoghi del recente passato: «Il 7 giugno 2017 una bambina di 18 mesi muore dopo essere stata dimenticata in auto dalla madre che doveva andare al lavoro a Castelfranco di Sopra, in provincia di Arezzo. L’anno prima, il 27 luglio, avviene la stessa dinamica per una piccola di 18 mesi, poi morta all’ospedale Meyer di Firenze. Il primo giugno 2015 invece capita a una bimba di 17 mesi a Vicenza per ore, rimasta per ore sotto il sole. Caso analogo a quello di San Piero Grado l’episodio avvenuto a giugno 2013, dove Piacenza un uomo dimentica il figlio di 2 anni in auto, andando a lavoro in uno stabilimento di via Bresciano. Per il bimbo, rimasto chiuso nella vettura per oltre 8 ore sotto il sole, non c’è nulla da fare. A maggio 2011, invece, Jacopo, di 11 mesi, muore a Passignano sul Trasimeno, in provincia di Perugia. Anche lui dimenticato in auto dal padre. Stessa storia di Elena, di 22 mesi, viene dimenticata in auto a Teramo dal papà, un docente universitario. Il tempo passa, mentre la bimba è sotto il sole e trascorrono circa sei ore quando viene soccorsa, trasportata in ospedale e poi trasferita in eliambulanza all’ospedale materno-infantile ‘Salesi’ di Ancona. Le sue condizioni, pur gravi, sembrano stabili, ma dopo alcuni giorni avviene un drammatico peggioramento. La piccola non ce la fa. Infine a maggio 2008 una bambina di quasi due anni muore dopo essere stata dimenticata in auto dalla mamma a Merate, in provincia di Lecco. La donna, 39 anni, doveva lasciare la piccola alla baby sitter prima di raggiungere la scuola dove insegna. La bimba però si addormenta e la madre si dimentica di lei».), e mi dicevo che non riuscivo a immaginarmi di trovarmi al suo posto senza considerare seriamente l’opzione di abbandonarmi alla disperazione e di tuffarmi da un ponte2«Lui disse: “Mi basta / mi basta che sia / più profondo di me”» (F. De André).. E proprio quell’uomo che avevo visto mezz’ora prima, a quanto mi diceva quella sconosciuta seduta a tavola con me, doveva aver appena scaraventato nel vuoto, di propria iniziativa, una creatura… la “sua” creatura, quella di cui doveva essere supremamente responsabile. San Giuseppe mio… stavo avendo un mancamento proprio lì al tavolo.

«Se quella vita non c’è, se è un’invenzione de’ preti; che fo io?»

Poco dopo ci siamo rimessi in strada e – non avendo più notizie “ufficiali” – ci siamo stupiti di trovare la stessa scena, benché osservandola dall’altra carreggiata (quella in direzione nord). Frattanto qualche informazione faceva capolino:

  1. la bambina non era sua, ma della compagna3Informazione rivelatasi falsa a una successiva ricostruzione.;
  2. costei era ricoverata dal mattino presto in ospedale per una “strana” caduta dal quarto piano, avvenuta a Chieti Scalo (sarebbe poi morta nel pomeriggio);
  3. della bimba nessuno sapeva niente di sicuro, perché l’uomo minacciava di buttarsi di sotto se qualcuno si fosse avvicinato all’ormai immobile spoglia della dodicenne, silente nella macchia 30 metri di sotto.

In aggiunta alle pantere della Polizia si riconoscevano ora una camionetta dei Pompieri e una gazzella dei Carabinieri: uno dell’Arma era riverso sul cofano della macchina a due metri da Filippone, gli parlava cercando di distoglierlo dall’(ennesimo) insano proposito.

L’assurdo alla base della pretesa eutanasica

Due pensieri mi hanno immediatamente attraversato la mente:

  1. Quante istituzioni e quanti uomini si sono mossi per venire qui su questo ponte, magari lasciando sguarniti altri punti strategici ordinari e forse perfino a costo di pubblici danari… tutto per tentare di salvare una persona che a ciascuno appariva perlomeno un vilissimo criminale, un bastardo assassino a cui una parte di noi rabbiosamente augurava di togliere presto il disturbo.
  2. Queste istituzioni e queste persone stavano addirittura accettando l’assurdo ricatto dell’assassino, che le costringeva a non verificare le condizioni della bambina: vero, la possibilità di sopravvivere dopo una caduta da quell’altezza su rami e rocce era praticamente solo teorica, mentre Filippone era certamente vivo.

Mi sovveniva allora la splendida pagina sull’autoambulanza in Mrs. Dalloway di Virginia Woolf4Ecco un altro vantaggio del progresso, pensò Peter Walsh. Questo è un altro dei trionfi della civiltà, disse fra sé, quando udì lo scampanellio dell’ambulanza. Spedita, efficiente, quell’ambulanza filava verso l’ospedale, dopo aver caricato su, senza indugio, umanitariamente, qualche povero diavolo; qualcuno che aveva ricevuto una botta in testa, o che era stato colto da malore, o, sennò, che era stato investito a un incrocio, come può capitare a chiunque. Questo è progresso, questa è civiltà. E restava ammirato, lui appena tornato dall’Oriente, di fronte all’efficienza, alla buona organizzazione dei servizi sociali di Londra. Carretti e carrozze si traevano in disparte, spontaneamente, per dar passo all’ambulanza. E sarà stata forse curiosità morbosa, ma c’era anche qualcosa di toccante nel rispetto che i passanti tributavano a quell’ambulanza di passaggio, con dentro la sua vittima.
C’è chi, dopo una giornata di lavoro, si affretta verso casa e, tuttavia, si sofferma, e il pensiero gli corre alla moglie; o pensa, sennò, che potrebbe esser toccato a lui, come niente; e si vede steso su una barella, con un medico accanto e un’infermiera… Ah, ma c’è il rischio di franare nel morboso, nel sentimentale, non appena si comincia ad evocare immagini di medici, di cadaveri; e si prova magari anche un po’ di piacere, c’è un barlume di voluttà, persino, in queste fantasie; quindi è meglio non indugiarvi – sono cose fatali all’arte, fatali all’amicizia. Verissimo. Eppure – pensò Peter Walsh, mentre l’ambulanza, svoltato l’angolo, attraversava Tottenham Court Road, e la si udiva ancora in lontananza, si udiva il suo assiduo scampanellio, svanire poco a poco – eppure, è il privilegio della solitudine: quando si è soli si può far quello che si vuole. Non visto da nessuno, uno può pure piangere. Era stata la sua rovina – questa emotività – nella società anglo-indiana: piangere al momento inopportuno, o ridere sennò. Io sono fatto così, pensò Peter, ritto presso la buca delle lettere, ho questa propensione a sciogliermi in lacrime. Lo sa il Cielo perché. In qualsiasi momento: per qualcosa di bello, mettiamo. O sennò – adesso – sotto il peso di questa giornata che, a cominciare dalla visita a Clarissa, mi ha stremato, con la sua calura, con l’intensità di certi suoi momenti. Eppoi questo stillicidio di impressioni. Un’impressione dietro l’altra, in quella buia caverna dove si vanno, appunto, ad ammucchiare, al buio, nel profondo, all’insaputa di tutti. Un po’ anche per questa ragione – per quello che aveva di segreto e inviolabile – la vita appariva a Peter Walsh come qualcosa di simile a un giardino misterioso, pieno di anfratti, meandri, nascondigli, sì, un giardino incantato. Sorprendente, l’incanto di certi momenti. Momenti che ti lasciano senza respiro. E lui stava, adesso, vivendo uno di quei momenti privilegiati, mozzafiato, appunto: lì, in piedi accanto a quella buca per le lettere, dirimpetto al British Museum. Un momento di quelli in cui le cose si connettono fra loro. L’ambulanza. La vita e la morte… E fu come se egli venisse risucchiato, e sollevato in alto, sopra i tetti, da quell’empito di commozione, mentre il resto di lui restava a terra, nudo, come una spighetta cosparsa di gusci vuoti. Era stata la sua rovina – nella società anglo-indiana — quell’emotività.
(in fondo il romanzo parla essenzialmente di suicidio): c’è un che di commovente nell’istantaneo coagularsi del pubblico affetto nei confronti di un membro della società la cui vita sia improvvisamente sospesa a un filo. Perfino quando questo filo fossero le sue proprie mani. Ecco dimostrata nei fatti, una volta di più, l’assurdità di quanti auspicano che lo Stato italiano insegua il Belgio nella folle deriva eutanasica che nella giornata di oggi (come in tutte le giornate negli ultimi anni) ha ucciso legalmente sei belgi abbondanti. Non solo non basta l’autodeterminazione, ad approvare in via pubblica e istituzionale una volontà di morte (per quanto manifesta e ostinata); non basta neppure una palese e grave reità direttamente connessa allo stallo finale (nemmeno se particolarmente odiosa e laida, come era questa di oggi).

«Nihil est in homine»

E il pomeriggio sarebbe risultato già abbastanza sconvolgente senza aggiungere le corbellerie di Repubblica, la cui chiave di lettura più intelligente non va oltre l’hashtag #metoo e la parola d’ordine “femminicidio”: nessuno sa ancora niente (e se i soli a sapere i fatti veri fossero stati l’uomo, la donna e la bambina, probabilmente nessuno saprà mai niente), ma poiché è certo che una donna e una bambina sono entrambe esemplari femmine della specie umana, evidentemente siamo davanti a un caso di “duplice femminicidio”. Che diremo allora di Stephanie Adams, che pochi giorni fa si è gettata dal 25esimo piano di un grattacielo di Manhattan col figlio Victor, di 7 anni? Morti anche loro due, e il sospetto movente è un’antica ruggine con l’ex marito: maschi entrambi l’uomo e il bambino – che parola dobbiamo usare, secondo i cervelloni della stampa mainstream?

La verità vera invece è un’altra, ed era stata cantata stamane in tutte le chiese cattoliche del mondo, proprio prima del Vangelo:

…sine tuo numine
nihil est in homine,
nihil est innoxium.
…senza la tua deità
nulla è nell’uomo,
nulla che non sia nocivo.

Il verso dell’antifona di Pentecoste è il manifesto del nichilismo in veste liturgico-eucologica: tolto di mezzo Dio – la sua grazia, la sua esistenza, la sua stessa idea – l’uomo diventa empiricamente capace di inusitati atti di malvagità: «Il nulla è nell’uomo» (anche questa traduzione “filosofica” potrebbe passare). Il crudo realismo della scena del ponte non configgeva affatto con il tema di Pentecoste: anzi, ne spiegava dettagliatamente le ragioni5Lungi da me il fare banale moralismo, ma sarebbe almeno sciocco illudersi che una cosa come l’Effusione dello Spirito per la conversione di tutto il creato a Dio e la ricapitolazione dell’umanità in Cristo sia perfettamente irrilevante: che cioè accogliere lo Spirito sia lo stesso che non accoglierlo.. La verità è che nessuno di noi è di per sé capace non dico di amare qualcuno per tutta la vita, ma neppure di fare una buona azione veramente gratuita (quindi non animata neanche dal segreto intento di apparire meno ignobili ai nostri stessi occhi), e nemmeno di nutrire la più elementare delle pietà – quella verso i bambini.

Su Facebook dicono:

Note   [ + ]

1. Su Il Fatto quotidiano si ricordavano alcuni episodi analoghi del recente passato: «Il 7 giugno 2017 una bambina di 18 mesi muore dopo essere stata dimenticata in auto dalla madre che doveva andare al lavoro a Castelfranco di Sopra, in provincia di Arezzo. L’anno prima, il 27 luglio, avviene la stessa dinamica per una piccola di 18 mesi, poi morta all’ospedale Meyer di Firenze. Il primo giugno 2015 invece capita a una bimba di 17 mesi a Vicenza per ore, rimasta per ore sotto il sole. Caso analogo a quello di San Piero Grado l’episodio avvenuto a giugno 2013, dove Piacenza un uomo dimentica il figlio di 2 anni in auto, andando a lavoro in uno stabilimento di via Bresciano. Per il bimbo, rimasto chiuso nella vettura per oltre 8 ore sotto il sole, non c’è nulla da fare. A maggio 2011, invece, Jacopo, di 11 mesi, muore a Passignano sul Trasimeno, in provincia di Perugia. Anche lui dimenticato in auto dal padre. Stessa storia di Elena, di 22 mesi, viene dimenticata in auto a Teramo dal papà, un docente universitario. Il tempo passa, mentre la bimba è sotto il sole e trascorrono circa sei ore quando viene soccorsa, trasportata in ospedale e poi trasferita in eliambulanza all’ospedale materno-infantile ‘Salesi’ di Ancona. Le sue condizioni, pur gravi, sembrano stabili, ma dopo alcuni giorni avviene un drammatico peggioramento. La piccola non ce la fa. Infine a maggio 2008 una bambina di quasi due anni muore dopo essere stata dimenticata in auto dalla mamma a Merate, in provincia di Lecco. La donna, 39 anni, doveva lasciare la piccola alla baby sitter prima di raggiungere la scuola dove insegna. La bimba però si addormenta e la madre si dimentica di lei».
2. «Lui disse: “Mi basta / mi basta che sia / più profondo di me”» (F. De André).
3. Informazione rivelatasi falsa a una successiva ricostruzione.
4. Ecco un altro vantaggio del progresso, pensò Peter Walsh. Questo è un altro dei trionfi della civiltà, disse fra sé, quando udì lo scampanellio dell’ambulanza. Spedita, efficiente, quell’ambulanza filava verso l’ospedale, dopo aver caricato su, senza indugio, umanitariamente, qualche povero diavolo; qualcuno che aveva ricevuto una botta in testa, o che era stato colto da malore, o, sennò, che era stato investito a un incrocio, come può capitare a chiunque. Questo è progresso, questa è civiltà. E restava ammirato, lui appena tornato dall’Oriente, di fronte all’efficienza, alla buona organizzazione dei servizi sociali di Londra. Carretti e carrozze si traevano in disparte, spontaneamente, per dar passo all’ambulanza. E sarà stata forse curiosità morbosa, ma c’era anche qualcosa di toccante nel rispetto che i passanti tributavano a quell’ambulanza di passaggio, con dentro la sua vittima.
C’è chi, dopo una giornata di lavoro, si affretta verso casa e, tuttavia, si sofferma, e il pensiero gli corre alla moglie; o pensa, sennò, che potrebbe esser toccato a lui, come niente; e si vede steso su una barella, con un medico accanto e un’infermiera… Ah, ma c’è il rischio di franare nel morboso, nel sentimentale, non appena si comincia ad evocare immagini di medici, di cadaveri; e si prova magari anche un po’ di piacere, c’è un barlume di voluttà, persino, in queste fantasie; quindi è meglio non indugiarvi – sono cose fatali all’arte, fatali all’amicizia. Verissimo. Eppure – pensò Peter Walsh, mentre l’ambulanza, svoltato l’angolo, attraversava Tottenham Court Road, e la si udiva ancora in lontananza, si udiva il suo assiduo scampanellio, svanire poco a poco – eppure, è il privilegio della solitudine: quando si è soli si può far quello che si vuole. Non visto da nessuno, uno può pure piangere. Era stata la sua rovina – questa emotività – nella società anglo-indiana: piangere al momento inopportuno, o ridere sennò. Io sono fatto così, pensò Peter, ritto presso la buca delle lettere, ho questa propensione a sciogliermi in lacrime. Lo sa il Cielo perché. In qualsiasi momento: per qualcosa di bello, mettiamo. O sennò – adesso – sotto il peso di questa giornata che, a cominciare dalla visita a Clarissa, mi ha stremato, con la sua calura, con l’intensità di certi suoi momenti. Eppoi questo stillicidio di impressioni. Un’impressione dietro l’altra, in quella buia caverna dove si vanno, appunto, ad ammucchiare, al buio, nel profondo, all’insaputa di tutti. Un po’ anche per questa ragione – per quello che aveva di segreto e inviolabile – la vita appariva a Peter Walsh come qualcosa di simile a un giardino misterioso, pieno di anfratti, meandri, nascondigli, sì, un giardino incantato. Sorprendente, l’incanto di certi momenti. Momenti che ti lasciano senza respiro. E lui stava, adesso, vivendo uno di quei momenti privilegiati, mozzafiato, appunto: lì, in piedi accanto a quella buca per le lettere, dirimpetto al British Museum. Un momento di quelli in cui le cose si connettono fra loro. L’ambulanza. La vita e la morte… E fu come se egli venisse risucchiato, e sollevato in alto, sopra i tetti, da quell’empito di commozione, mentre il resto di lui restava a terra, nudo, come una spighetta cosparsa di gusci vuoti. Era stata la sua rovina – nella società anglo-indiana — quell’emotività.
5. Lungi da me il fare banale moralismo, ma sarebbe almeno sciocco illudersi che una cosa come l’Effusione dello Spirito per la conversione di tutto il creato a Dio e la ricapitolazione dell’umanità in Cristo sia perfettamente irrilevante: che cioè accogliere lo Spirito sia lo stesso che non accoglierlo.

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