Quei #prolife degli Elfi di Tolkien si consumano d’amore

Jenny Dolfen, a sinistra, particolare di "Finwë and Míriel walking on the shore of Lake Cuiviénen". A destra, "Feanoreans - Family picture".

Mi capita sempre più spesso di ritrovare alcune citazioni a vario titolo attribuite a J.R.R. Tolkien negli slogan stampati su striscioni e magliette del mondo pro-life italiano. Questa tendenza è relativamente nuova nel belpaese ma già consolidata da almeno 15 anni negli Stati Uniti e nel Regno Unito, dove la passione per Tolkien è motivo di orgoglio per le minoranze cattoliche e degli altri gruppi cristiani e non impegnati nelle battaglie a favore della famiglia e della vita. Al contrario di G.K. Chesterton, Tolkien non offre una produzione saggistica che si presti al presidio etico ed antropologico e questo nonostante i suoi carteggi personali impegnino certamente il lettore e mostrino come l’autore, laddove si rivolgeva ai suoi più cari affetti, mostrava una posizione etica ponderata, chiara, con notevoli intuizioni originali che in un dibattito non sfigurerebbero affatto. Né la sua produzione extra-letteraria si avvicina nemmeno lontanamente alla fortunata polemistica dell’amico C.S. Lewis, seppur quando risponde sia ad estimatori che detrattori non nasconda una vis polemica invidiabile1Ad ogni modo, Tolkien non disdegnava affatto di discutere di etica quantomeno tra amici, né di difendere tenacemente la sua posizione. Agli incontri degli Inklings, in buona parte cristiani, in buona parte lettori e affezionati di Chesterton, potevano affrontarsi le tendenze del pensiero dominante nell’accademia britannica (di cui Oxford e Cambridge rappresentavano dei centri di sviluppo e diffusione), sicuramente antitetiche alla loro condivisione d’idee, ma la documentazione a nostra disposizione non ci indica affatto la cosa come una priorità o un argomento ricorrente. Di etica si poteva parlare intorno a temi dei più svariati, secondo i desideri dei partecipanti: è agli atti una discussione di fine ottobre 1947 in merito alle circostanze per cui il cannibalismo sia lecito. Tolkien fu l’unico a rifiutarlo a qualsiasi condizione..

Non credo che il ricorso alla sua narrativa o, più spesso, alla sua narrativa recepita, risponda alla necessità di corroborare la propria posizione o di propagandare le cause in senso più attrattivo con un serbatoio di autori più o meno autorevoli e apprezzati a prescindere dalla loro rilevanza effettiva. Penso invece che sia il sincero attaccamento alle sue storie a spingere molti a riconoscere i propri sforzi nelle parole che esprimono alcuni degli aspetti più toccanti della sua epica. Tuttavia alla meritoria intenzione raramente corrisponde un’adeguata cognizione di causa (ed è un peccato, perché basterebbe la lettura per provvedere a questa cognizione): nella maggior parte non è Tolkien ad aver fissato i virgolettati che gli vengono attribuiti, per lo più si tratta di singole battute degli adattamenti cinematografici di Peter Jackson piazzati in momenti di particolare carica emotiva del film, ma quanto mai distanti per stile (e non poco nei contenuti) dallo scritto di Tolkien da cui sono tratti, del quale di per loro stessi comunicano poco o nulla. Tra i più popolari ci sono certamente:

  • «C’è del buono in questo mondo, padron Frodo. Ed è giusto combattere per questo».
    È la battuta con cui Sam incoraggia Frodo verso la conclusione del film Le due Torri, nella sequenza di Osgiliath. Talvolta è citata la battuta estesa di Sam prima della domanda di Frodo. La sequenza è completamente elaborata dal regista e dalle sceneggiatrici, in cui viene ospitata una versione minimale tratta dal meraviglioso dialogo dei racconti nel cap. Le scale di Cirith Ungol.
  • «Anche la persona più piccola può cambiare il corso del futuro».
    Anche questo è un incoraggiamento rivolto a Frodo, la battuta viene pronunciata da Galadriel nella scena di L’Addio a Lòrien di La Compagnia dell’Anello e poi echeggiata in una visione ne La Tana di Shelob in Il Ritorno del Re. Di essa vale la pena citare l’originale pronunciato nel libro dal Elrond durante il Consiglio a Gran Burrone: «È necessario che la strada sia percorsa, ma sarà molto difficile. Né la forza né la saggezza ci condurrebbero lontano; questo è un cammino che i deboli possono intraprendere con la medesima speranza dei forti. Eppure tale è il corso degli eventi che muovono le ruote del mondo, che sono spesso le piccole mani ad agire per necessità, mentre gli occhi dei grandi sono rivolti altrove».

In entrambi i casi la riduzione è funzionale ed efficace nell’impostazione delle scene e la citazione ha sicuramente l’effetto di riportare l’ascoltatore o il lettore dell’aforisma ad un momento di particolare presa del film. Si tratta di due frasi estremamente banali estrapolate dal loro contesto, mentre la validità di una citazione si misura proprio nel sopravvivere alla prova estrattiva e/o nella sua capacità di richiamare il più ampio contesto: se ci chiedessimo cosa vi riconosciamo dell’opera tolkieniana o quale riflessione ci muovono, probabilmente rimarremmo senz’altra risposta dalla singola scena del film e da quella immediata reminiscenza emotiva. Un risultato che si può tranquillamente raggiungere anche senza giustapporre al virgolettato “J.R.R. Tolkien”. L’inventore della Terra-di-mezzo ha sicuramente avuto maggior sfortuna di tanti altri nell’aforistica recente e ciò (duole dirlo a me che ne sono un estimatore) specialmente come effetto collaterale della fortuna dei film del regista neozalendese.

Non è certo un’esclusiva del movimento pro-life maltrattarlo con virgolettati indebiti e in 5-6 anni di divulgazione tolkieniana me ne sono capitate di mistificazioni gratuite o interessate, ma è con particolare dispiacere che assisto alla banalizzazione dell’autore che mi è più caro nei ranghi di chi combatte le battaglie che ho più a cuore. Me ne rammarico soprattutto perché il Tolkien originale avrebbe ben più da dire, il che è chiaro anche solo dai due estratti originali paragonati agli adattati, al movimento pro-life, perché avrebbe da dire qualcosa di significativo ad ognuna delle persone che si riconosce in queste battaglie. Non per l’ovvietà che Tolkien sarebbe stato pro-life, se all’epoca2Durante la sua vita sono diventate di dibattito pubblico in Regno Unito numerose tematiche che poi avrebbero trovato regolamentazione legislativa. Dall’adesione di numerose personalità tanto dal fronte socialista che conservatore alle società eugenetiche, il cui primo congresso mondiale fu organizzato proprio ad Oxford nell’anno della sua immatricolazione e con la commissione di presidenza guidata da Winston Churchill, fino introduzione dell’aborto del 1967, Tolkien lungo tutta la sua vita ha progressivamente dovuto affrontare a livello personale l’affermarsi di una società in patria che disconosceva l’indisponibilità della vita. si fosse usata questa locuzione per difendere il valore della vita nascente, malata e senescente.

Bensì perché, delineandosi come un’incessante meditatio mortis, la sua opera ha anzitutto la capacità di riportare continuamente l’attenzione della persona nella propria personale mortalità e il suo dramma; e da qui, dalla morte come ingiustizia sofferta (o Dono ricevuto), suscitare una riflessione sullo statuto ontologico della vita che ne chiede soddisfazione. Tolkien questa domanda la pone col linguaggio più radicale, il mito delle sue rappresentazioni dell’umanità in Uomini ed Elfi, da cui per primo si sente interpellato. Con risultati sorprendenti, come mostra un testo che, nella prospettiva di cui di seguito, si potrebbe considerare un’Humanæ Vitæ della tradizione elfica. Servirebbe oggi che da Occidente del Mare tornasse sulle sponde irlandesi d’Europa, nelle mani di un popolo che ancora lascia la beatitudine come nel tempo del mito, stavolta per venire ricordare la radice di una terra dimentica. Se è vero – com’è vero – che gli Elfi sono debitori dei Túatha Dé Danann (o viceversa) la cui memoria è stata conservata dal benedetto monachesimo d’Irlanda, parlino loro in difesa dei non nati che oggi si vuole condannare.

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1. Ad ogni modo, Tolkien non disdegnava affatto di discutere di etica quantomeno tra amici, né di difendere tenacemente la sua posizione. Agli incontri degli Inklings, in buona parte cristiani, in buona parte lettori e affezionati di Chesterton, potevano affrontarsi le tendenze del pensiero dominante nell’accademia britannica (di cui Oxford e Cambridge rappresentavano dei centri di sviluppo e diffusione), sicuramente antitetiche alla loro condivisione d’idee, ma la documentazione a nostra disposizione non ci indica affatto la cosa come una priorità o un argomento ricorrente. Di etica si poteva parlare intorno a temi dei più svariati, secondo i desideri dei partecipanti: è agli atti una discussione di fine ottobre 1947 in merito alle circostanze per cui il cannibalismo sia lecito. Tolkien fu l’unico a rifiutarlo a qualsiasi condizione.
2. Durante la sua vita sono diventate di dibattito pubblico in Regno Unito numerose tematiche che poi avrebbero trovato regolamentazione legislativa. Dall’adesione di numerose personalità tanto dal fronte socialista che conservatore alle società eugenetiche, il cui primo congresso mondiale fu organizzato proprio ad Oxford nell’anno della sua immatricolazione e con la commissione di presidenza guidata da Winston Churchill, fino introduzione dell’aborto del 1967, Tolkien lungo tutta la sua vita ha progressivamente dovuto affrontare a livello personale l’affermarsi di una società in patria che disconosceva l’indisponibilità della vita.

2 Commenti

  1. Articolo veramente illuminante, che invita a conoscere più a fondo (e con maggior sottigliezza) l’opera di Tolkien…complimenti!

    • Grazie Elena, il primo scopo è sempre quello di approfondire la compagnia che ci fa l’autore con le sue storie, specialmente quando, mossi da pur nobili scopi, siamo tentati di trattarlo con distrazione, come se dare attenzioni a temi fondamentali come quelli di alcune battaglie ci portasse ad essere meno attenti alle parole che c’ispirano, pur di usarle a nostro vantaggio. In realtà è proprio il contrario, solo quando le facciamo nostre ci affiancano nelle nostre battaglia.

      Tolkien andrebbe considerato davvero nella totalità – o nella maggior completezza possibile – della sua opera (senza timore di esagerare quanto Dante, Shakespeare, Goethe, Dostoevskij, Hugo…), in Italia è più difficile che altrove, ma proprio per questo è quanto mai importante ricordare che le Storie degli Hobbit non sono che un frammento, seppure il più brillante, dell’epica che ha raccontato per quasi 60 anni.

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