Viganò e i libri “di Papa Francesco”: un corollario importante

Non è colpa di Franco o della Winfield, per quanto un tale slittamento stupisca in commentatori così attenti: è un effetto (scontato e prevedibile) dell’oggettiva impalpabilità del nome di don Repole nel presente contesto. Il vaso di coccio è stato disintegrato dai vasi di ferro. Manzonianamente.

Così il disco scagliato da Viganò con effetto sagace si è rivelato un boomerang micidiale. In qualunque Paese civile del mondo (eccetto forse la nostra Italia), a un ministro basterebbe molto meno per sentirsi in obbligo morale di dimettersi: ma il governo del Vaticano è una corte, e come tutte le corti procede per filiere di nomine dirette e imperscrutabili giudizî “dall’alto”, si erige tramite la costruzione di un sistema di “cerchi della fiducia” concentrici che fa capo all’ultimo cerchio, solitamente composto di eminenze grigie e definito “giglio magico”. Ecco, per ogni monarca del Vaticano il giglio magico è al contempo la rovina e l’unica possibilità di governare: ecco perché Wojtiła non cacciò Dziwisz e Ratzinger si rifiutò categoricamente di abbattere Bertone – malgrado i veleni e gli scandali dell’uno e dell’altro caso.

«Le fake news sono uno degli elementi che avvelenano le relazioni. Sono notizie dal sapore veritiero, ma di fatto infondate, parziali, quando non addirittura false. Nelle fake news il problema non è la non veridicità, che è molto evidente, ma la verosimiglianza. […] Si fa fatica a riconoscere le fake news perché hanno una fisionomia mimetica: è la dinamica del male che si presenta sempre come un bene facilmente raggiungibile. L’efficacia drammatica di questo genere di contenuti sta proprio nel mascherare la propria falsità, nel sembrare plausibili per alcuni, agendo su competenze, attese, pregiudizi radicati all’interno di gruppi sociali più o meno ampi. Per questo, le fake news sono particolarmente insidiose, dotate di una capacità di presa e di tenuta purtroppo notevoli. Aspetti acuiti dal ruolo dei social network nell’innesco e nella propagazione, che, uniti a un utilizzo manipolatorio, finiscono per sfociare in forme di intolleranza e odio» (Mons. Dario Edoardo Viganò, 24 gennaio 2018).
Ma i “gigli magici” hanno sempre una parte “scenografica”, e quasi mai l’uomo veramente forte di un giglio magico si espone in vista: i frontmen sono quelli come Viganò – pesci di media grandezza alimentati da una vanità che alla fine li rovina. Le cerchie di questi uomini sono a loro volta costituite per la gran parte da persone alimentate da una medesima vanità, e la gerarchia dei pesci – come è noto – si stabilisce a partire dalla voracità (mediante la quale le eminenze grigie, i veri pupari, tengono tutti in pugno).

Questo per dire cosa? Fondamentalmente due appunti: uno su Viganò e uno sulla “riforma della Curia”.

Viganò farebbe bene a dimettersi, certo. Ma non lo farà, e comunque se lo facesse sarebbe anche quella un’operazione di maquillage, che lascerebbe soddisfatti solo i suoi nemici personali – dunque non ci interessa1Sbaglierebbe chi pensasse che Viganò sia espressione “della Chiesa di Bergoglio”, o “della Chiesa di Galantino” o di qualunque sia il capro espiatorio scelto dalla sua debole mente: una tale prospettiva è metodologicamente fallata. Viganò ha una storia ecclesiastica complessa che ha attraversato gli ultimi tre pontificati, non è un fungo spuntato nel 2015. Le filiere di certe “selezioni” sono assai più delicate e sfuggenti..

La “riforma della Curia” invece è cosa ben più complessa di una spending review, e Papa Francesco se n’è sicuramente accorto: fin dal principio sapeva di non poter esimersi dal controllo attivo/passivo di un giglio magico, e dopo cinque anni si può forse dire che la scelta di disertare il Palazzo Apostolico si è rivelata in tal senso velleitaria. L’intenzione era lodevole, ma l’esito è stato deludente (come alcuni avevano pronosticato): uno dei problemi strutturali della Curia è la proliferazione di piccoli e grandi uffici che fungono, in concreto, da mere coperture di rendite personali, è vero, ma tale proliferazione è continuata in qualche caso anche nell’attuale pontificato, e del resto non è detto che l’inversione di tendenza possa costituire tout court un antidoto al male. Questo è particolarmente evidente nel campo degli organi di comunicazione, dove una certa pluralità di voci, facenti capo ad organi non solo nominalmente distinti, poteva (e potrebbe) avere degli aspetti positivi.

Ora stiano attenti gli amici di Viganò, e anche gli amici dei suoi amici: dopo questo “pasticciaccio brutto” (che non è il primo) debbono come minimo aspettarsi che qualche cronista si metta a fare dossieraggi sulla natura specifica dei loro rapporti. Le corti di una monarchia assoluta non devono certo rendere conto alla stampa, ci mancherebbe, ma i veri Richelieu della storia avevano il buongusto di non riempire il mondo delle loro vuote prediche, mentre razzolavano come volevano.

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1. Sbaglierebbe chi pensasse che Viganò sia espressione “della Chiesa di Bergoglio”, o “della Chiesa di Galantino” o di qualunque sia il capro espiatorio scelto dalla sua debole mente: una tale prospettiva è metodologicamente fallata. Viganò ha una storia ecclesiastica complessa che ha attraversato gli ultimi tre pontificati, non è un fungo spuntato nel 2015. Le filiere di certe “selezioni” sono assai più delicate e sfuggenti.

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2 risposte a “Viganò e i libri “di Papa Francesco”: un corollario importante”

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