Contro quelli che accusano il Papa di eresia

Cosa penso e cosa auspico io

Chiedo scusa se dopo questo florilegio di dottori della Chiesa parlo in prima persona. Lo faccio da semplice osservatore e commentatore delle cose di Chiesa, nelle quali ho forse maturato una qualche piccola competenza (comunque sarò brevissimo su questo punto, intendendo solo richiamare cose che ho già lungamente esposto qui sopra). Io penso che Amoris lætitia sia un testo volutamente palindromo, in materia di ecclesiologia e di sacramentaria. Papa Francesco l’ha volutamente e studiatamente lasciato in condizione di essere letto in modo perfettamente ortodosso (e anzi che approfondisce metodologie e finalità dell’agire pastorale) oppure travisato e distorto per fini eversivi e “novatores”. Penso che abbia operato questa scelta per osservare il protrarsi della dialettica ecclesiale (è la lettura che do di AL 3), riservandosi il ruolo di arbitro supremo che compete nativamente al ministero petrino della cattedra romana. La ragione per cui non è (ancora) intervenuto a sanzionare gli episcopati che sembrano entusiasti di poter dare una svolta à la page alla prassi pastorale (e quindi alla dottrina sacramentaria ed ecclesiologica) ammetto di non conoscerla – è una domanda che volentieri rivolgerei al Santo Padre, se ne avessi l’opportunità. Il motivo per cui invece non interviene a ripristinare casi che appaiono di evidente ingiustizia e di sopruso ideologico1Penso a Josef Seifert, inspiegabilmente defenestrato dal vescovo Francisco Javier Martínez Fernández – ciellino che in altre circostanze (ma anche in anni passati, benché non da molti pontificati…) aveva mostrato posizioni al limite dell’intransigenza di segno opposto. mi è altrettanto oscuro: vorrei chiedergli, a tale proposito, quali informazioni abbia in merito (potrebbe averne di più o di meno di noi, a seconda della trasparenza del suo “giglio magico”, e ciò potrebbe fare la differenza).

Ad ogni modo qualunque ipotesi è meno catastrofica di quella – fortunatamente mai verificatasi in pieno – del Papa eretico: i 62 hanno compilato un documento ipocrita che tira il sasso e nasconde la mano, poiché non vi compare l’accusa formale di eresia ma la si insinua (peraltro con la grave scorrettezza di contestarla sulla base di proposizioni artefatte e mai riscontrate nel Magistero del Santo Padre). In realtà, nutro il grave sospetto che siano altre le ragioni che hanno spinto gli estensori e i firmatarî a un atto tanto avventato e sgangherato: alcuni dei più noti tra loro, infatti, hanno conti in sospeso con Francesco e/o con la Santa Sede, e facilmente possono cercare pretesti mentre i sempre inestinti nostalgici del catarismo sfogano la loro orticaria per l’insegnamento evangelico del Romano Pontefice.

Io penso, in conclusione, che sia compito di tutti i teologi e degli studiosi, laici o chierici, l’approfondire il dettato dell’esortazione apostolica ricevendola anzitutto con il «devoto ossequio dell’intelletto e della volontà» (cosa che non sembra venga fatta sempre, da costoro…); dandone poi una lettura che sia veramente conforme ai contenuti del Magistero precedente e che quello stesso Magistero illumini e approfondisca nelle sue ragioni e nei suoi fini. Se le conferenze episcopali sbagliano, altri Vescovi hanno il diritto e il dovere sacrosanto di entrare in dialettica con loro, e se serve anche in polemica. Perfino noi laici abbiamo, in misura diversa e proporzionata, questo sacrosanto diritto/dovere. La prima sede, invece, non può essere giudicata da nessuno. E se esita a intervenire nella disputa, per motivi che forse ci sfuggono, quello che spetta a noi è pregare, convertirci, studiare, approfondire, partecipare come possiamo a questo importante dibattito. Salva sempre la comunione ecclesiale, fuori dalla quale non c’è verità, non c’è carità, non c’è salvezza.

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Note

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1 Penso a Josef Seifert, inspiegabilmente defenestrato dal vescovo Francisco Javier Martínez Fernández – ciellino che in altre circostanze (ma anche in anni passati, benché non da molti pontificati…) aveva mostrato posizioni al limite dell’intransigenza di segno opposto.
A riguardo Giovanni Marcotullio 267 articoli
Classe 1984, studî classici (Liceo Ginnasio “d'Annunzio” in Pescara), poi filosofici (Università Cattolica del Sacro Cuore, Università degli Studi di Roma “Tor Vergata”, PhD RAMUS) e teologici (Pontificia Università Gregoriana, Pontificio Istituto Patristico “Augustinianum”, Pontificia Università “Angelicum”, PhD UCLy). Ho lavorato come traduttore freelance dal latino e dal francese, e/o come autore, per Città Nuova, San Paolo, Sonzogno, Il Leone Verde, Berica, Ταυ. Editor per Augustinianum dal 2013 al 2014 e caporedattore di Prospettiva Persona dal 2005 al 2017. Giornalista pubblicista dal 2014. Speaker radiofonico su Radio Maria. Traduttore dal francese e articolista per Aleteia Italiano dal 2017.

6 commenti

  1. Anche qui non mi lascia incollare l’estratto di Ratzinger, credo a causa della lunghezza del testo! Riporto dunque la sintesi:

    Da “Teologia della Liturgia”, Volume XI dell’Opera Omnia, pagg. 422-424

    “La tesi secondo cui l’Eucaristia apostolica si ricollega alla quotidiana comunità conviviale di Gesù con i suoi discepoli […] viene in ampi circoli radicalizzata nel senso che […] si fa derivare l’Eucaristia più o meno esclusivamente dai pasti che Gesù consumava con i peccatori.

    “In tali posizioni si fa coincidere l’Eucaristia secondo l’intenzione di Gesù con una dottrina della giustificazione rigidamente luterana, come dottrina della grazia concessa al peccatore. Se infine i pasti con i peccatori vengono ammessi come unico elemento sicuro della tradizione del Gesù storico, si ha per risultato una riduzione dell’intera cristologia e teologia su questo punto.

    “Ma da ciò segue poi un’idea dell’Eucaristia che non ha più nulla in comune con la tradizione della Chiesa primitiva. Mentre Paolo definisce l’accostarsi all’Eucaristia in stato di peccato come un mangiare e bere “la propria condanna” (cf. 1 Cor 11, 29) e protegge l’Eucaristia dall’abuso mediante l’anatema (cf. 1 Cor 16, 22), appare qui addirittura come essenza dell’Eucaristia che essa venga offerta a tutti senza alcuna distinzione e condizione preliminare. Essa viene interpretata come il segno della grazia incondizionata di Dio, che come tale viene offerta immediatamente anche ai peccatori, anzi, anche ai non credenti, una posizione che, comunque, ha ormai ben poco in comune anche con la concezione che Lutero aveva dell’Eucaristia.

    “Il contrasto con l’intera tradizione eucaristica neotestamentaria in cui cade la tesi radicalizzata ne confuta il punto di partenza: l’Eucaristia cristiana non è stata compresa partendo dai pasti che Gesù ebbe con i peccatori. […] Un indizio contro la derivazione dell’Eucaristia dai pasti con i peccatori è il suo carattere chiuso, che in questo segue il rituale pasquale: come la cena pasquale viene celebrata nella comunità domestica rigorosamente circoscritta, così esistevano anche per l’Eucaristia fin dall’inizio condizioni d’accesso ben stabilite; essa veniva celebrata fin dall’inizio, per così dire, nella comunità domestica di Gesù Cristo, e in questo modo ha costruito la ‘Chiesa'”.

  2. Caro Marcotullio, capisco e apprezzo la sua indignazione di cattolico a vedere il Papa censurato come eretico. Ma mi sembra che nella sua lunga difesa di Francesco lei non centri il nocciolo del problema. Bergoglio è eretico? Non saprei dire, e qualunque cosa dicessi non sarebbe che una opinione. Nel “liberi tutti” teologico che è seguito al Vaticano II è difficile dire che cosa sia ortodosso e che cosa sia eretico. E lo stesso Bergoglio non si è trattenuto dal citare il caso di Antonio Rosmini, a dimostrazione di come la Chiesa cambi opinione, e chi prima era considerato eretico poi viene beatificato. Ma se non è chiaro che cosa sia ortodosso e che cosa eretico, allora la stessa figura del Papa perde senso: non parlando più a nome della giusta dottrina, come definita nel passato dai concili, allora la sua diventa una opinione tra le altre, alla quale altri possono opporre la loro. Questa era già la situazione della Chiesa prima di Bergoglio, basti pensare ai forti dissensi nei confronti di Benedetto XVI, Ma con lui è esplosa in pieno. Non c’è più “Roma locuta, causa soluta”. E qualunque esercizio del potere pontificio può passare per autoritaria imposizione di una opinione sulle altre. Nel frattempo, non possiamo far altro che esercitare la nostra ragione, che san Tommaso d’Aquino segnalava come l’elemento comune necessario in qualunque disputa, di cristiani tra loro e con gli ebrei o con chi non è né cristiano né ebreo. E pregare.

    • Non c’è mai stato “Roma locuta, causa finita”: Agostino lo diceva – come sempre lo dicevano nell’area di Cartagine (generalmente bizzosa e poco propensa a prendere ordini da Roma) – quando Roma gli dava ragione. Quando non gli dava ragione anche lui tempestava di lettere i Papi, fino a quando – diremmo per ridere – non li prendeva per sfinimento. E san Bernardo? E Bellarmino? Potremmo citare centinaia di casi analoghi. Il punto è che questo delicatissimo esercizio di verità si può fare solo nella più limpida carità (difatti quelli che ho citato sono santi, come anche Rosmini: Fellay no). E se di carità se ne intravede ancora molta nei Dubia (almeno fino alla loro pubblicazione) questo testo invece – imbastito male e compilato peggio – non lascia trasparire che malcelato livore.

  3. Sono lieto che hai avuto modo, pur sofferto, di stendere due righe su questa dei 62. In merito di AL ne parlai su La Croce Quotidiano. Il vero problema rimane il discernimento delle situazioni. Dolentemente pochi sono i sacerdoti che sono in grado di poterlo compiere correttamente. Perché il discernimento necessita di sapienza, di grazia di stato “slegata” e non rattrappita, di vita fraterna robusta e del “tempo superiore allo spazio”. Per tale motivo tale documento in alcune sue parti a me appare profetico oltre che palindromo, come correttamente dici, ma sicuramente non è un documento semaforo. E, nel contempo, sicuramente non è documento slegabile da Humanæ Vitæ e da Familiaris Consortio. Qui la riflessione di diverso tempo addietro. https://www.ilcattolico.it/rassegna-stampa-cattolica/formazione-e-catechesi/alcune-note-difficili-intorno-all-esortazione-amoris-laetitia.html

  4. Grazie Giovanni Marcotullio.
    Condivido ciò che hai scritto con lo spirito e con la mente e con il cuore parola per parola (a parte quelle troppo “alte” per la mia scarsa cultura teologica, che però condivido lo stesso … sulla fiducia!).
    Devo confessare che, ogni volta che leggo qualche commento (critico) su Amoris Laetitia, mi viene in mente una regola sull’interpretazione teologica, che mi ha colpita moltissimo, enunciata da te (citando… non mi ricordo chi…), in una bellissima trasmissione su Sant’Ireneo, a Radio Maria.
    È una affermazione che ho sentito profondamente vera e mia.
    Ovviamente vado a memoria (il che non è una garanzia) cercando di riportarla nel modo più letterale possibile, e mi perdonerai se sbaglierò, ma più o meno il senso suonava così: “Nulla può essere letto e interpretato, se non in totale unione con tutte le Scritture, tutto il Magistero, tutta la Dottrina, tutto il Catechismo”.
    Io l’ho sentita subito mia, perché da avvocato, conosco molto bene la pratica della “citazione estrapolativa” che pretende, da una frasetta, di indicare il senso ultimo di una sentenza (nel mio caso), di un Vangelo, di un Catechismo o di un’Esortazione (in teologia)…
    E il senso che ne ho tratto, da esegeta giuridica (che segue la regola di nomofilachia per cui, se una norma può essere interpretata in modo costituzionalmente legittimo, ma anche in modo costituzionalmente illegittimo, la prima interpretazione è quella giusta da preferirsi e la seconda deve essere scartata e rigettata), è che ogni parola in materia di Fede deve essere sempre interpretata in unione con la Scrittura, il Magistero, la Dottrina e il Catechismo, alla luce del senso dottrinariamente corretto che se ne può trarre.
    Mentre invece, se una interpretazione può olezzare di eresia, allora deve escludersi che possa essere quella voluta da chi ha pronunciato o scritto quella parola.
    Seguendo tale metodo, l’errore non è di chi ha scritto l’Amoris Laetitia, ma di chi la legge e la interpreta in maniera scorretta, attribuendole senso, fini, e odori che non le sono propri, perché contrastanti con tutto quello che la precede e la segue.
    Ed ecco che ritrovo tutto ciò nella tua chiosa:
    “Io penso, in conclusione, che sia compito di tutti i teologi e degli studiosi, laici o chierici, l’approfondire il dettato dell’esortazione apostolica ricevendola anzitutto con il «devoto ossequio dell’intelletto e della volontà» (cosa che non sembra venga fatta sempre, da costoro…); dandone poi una lettura che sia veramente conforme ai contenuti del Magistero precedente e che quello stesso Magistero illumini e approfondisca nelle sue ragioni e nei suoi fini. Se le conferenze episcopali sbagliano, altri Vescovi hanno il diritto e il dovere sacrosanto di entrare in dialettica con loro, e se serve anche in polemica. Perfino noi laici abbiamo, in misura diversa e proporzionata, questo sacrosanto diritto/dovere. La prima sede, invece, non può essere giudicata da nessuno.”

  5. Il Papa deve essere chiaro quando parla “da Papa” , o peggio, quando scrive. Non sono quindi d’accordo che sia corretto, per un Papa, rimanere nel vago: “il vostro parlare sia sì sì, no no. Il di più viene dal maligno”. Preghiamo perché il Signore illumini questa Chiesa e la guidi fuori della tempesta perfetta che si sta scatenando contro di lei. Sono tempi difficili per la Cristianità ma, soprattutto, per la fede di ciascuno di noi. Che Santa Maria Ausiliatrice ci sia vicina e ci conduca a Cristo. Maria Regina degli Apostoli, prega per noi.

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