Missione compiuta. Dall’Angola con amore

di Claudia C.

Nella top ten delle cose che ho fatto per la prima volta nella mia vita nelle ultime settimane troviamo: preparare una mousse alla maracuja appena colta, mangiare una pizza con le banane (ebbene sì!), fare un book fotografico a dei passerotti dalle piume azzurre, assaggiare la canna da zucchero, percorrere un lungo tragitto in macchina in mezzo ai baobab e divertirmi a osservare le loro forme bizzarre, fare una passeggiata in mezzo a delle piantagioni di caffè, piombare a casa di uno sconosciuto con altre venti persone e chiedergli se ci prestava il suo giardino per fare un pic nic. E il bello è che il signor João non solo ha accettato subito, ma ha riempito me, le irmas e tutte le ragazze della casa famiglia di papaia e frutta fresca. Sono cose che in Africa succedono. C’è molta solidarietà. Qualche giorno fa sono andata con irma Agnese a fare la spesa al mercato di una città vicino Calulo, circa un’ora in macchina, e sulla strada abbiamo incontrato una ragazza che portava due sacchi carichi di farina a casa. Ha fatto con noi un pezzo di strada, le distanze sono lunghe e non è difficile ritrovarsi a dare passaggi a chi ne ha bisogno. Queste persone compaiono sulla strada improvvisamente, così come i bambini che vendono frutta e verdura della loro terra, per non parlare di quelli che vendono animali appena cacciati. Il più famoso è la paca, una specie di ratto gigante, la cui carne mi dicono sia molto buona. Vado sulla fiducia senza rimpianti… Non lo abbiamo comprato perché costava molto caro e mentre suor Agnese e l’autista commentavano delusi il mancato acquisto, io tiravo un sospiro di sollievo per non aver dovuto viaggiare con un topo morto nella jeep.

Le strade hanno lunghi tratti non asfaltati e, nella stagione secca, la terra piena di ferro di queste zone alza polveroni che colorano di rosso anche i cespugli che costeggiano la strada, uno scenario assai particolare. Nel percorso per arrivare a Quitila, il villaggio dove si trova la scuola rurale, una delle parole che sentivo più spesso pronunciare da irma Maite era “fuffuta”, che in kimbundu significa “polvere”, per avvisare me e i professori che viaggiavano con noi di alzare i finestrini per non far entrare la sabbia. E tra un fuffuta e una buca qua e là (noi romani a questo siamo più che abituati) ecco che arrivavamo a Quitila, ogni volta un’avventura. Ogni volta che arrivavamo nel villaggio era una festa, irma Maite suonava il clacson per annunciare il nostro arrivo, dai finestrini gridavamo “Muaseki”! per dare il buongiorno nella loro lingua e la gente usciva fuori dalle case per salutarci, mentre i bambini iniziavano a correre felici davanti alla jeep per arrivare a scuola prima di noi.

La realtà più povera di Quitila è quella che forse mi porterò di più nel cuore. I bambini che si divertivano a farsi fare tante foto, per poi guardarsi e gridare contenti: «Guarda, questo sono io! Questa è Isabel! Questo è Antonio!». Con i ragazzi più grandi abbiamo parlato di amore, del significato di famiglia, che per molti è un nucleo di sostegno per la sopravvivenza e poi abbiamo condiviso alcuni dei loro sogni per il futuro. Non è stato facile far tirare loro fuori questo aspetto, avevano molto pudore, molti ragazzi adolescenti, se il padre abbandona il tetto familiare, prendono il suo posto per lavorare per la madre e i fratelli più piccoli e ai loro sogni devono rinunciare. Ma poi si sono lasciati andare alle condivisioni e così Gabriel ha detto di voler diventare un calzolaio, altri operai, contadini e anche qui il sogno di molti è di giocare a pallone. Per le ragazze il desiderio è di diventare o insegnanti o infermiere.

Quando sono arrivata alla missione ero convinta di dover svolgere un percorso educativo solo per le ragazze della casa famiglia e invece mi sono ritrovata in sole tre settimane a fare corsi per quasi cinquecento persone, tra adolescenti e donne. Insieme abbiamo riflettuto sul rispetto, sull’importanza della reciprocità, del valore e della dignità di ciascuno di noi, della parità tra uomini e donne, in contesti in cui non sempre questo è scontato. Non immaginavo tanta bellezza, era come se il bene si moltiplicasse in automatico. Ma il Signore lavora così, quando un progetto è per la Sua gloria e nella verità, davvero compie cose grandi! A noi basta dire il nostro sì e poi al resto ci pensa Lui. Tutto questo è stato possibile perché dall’inizio c’è stata grande collaborazione e armonia, con le irmas che organizzavano gli incontri, con i professori che traducevano il mio portoghiano (un misto di portoghese e italiano) nel loro portoghese e con tutti i partecipanti che si sono messi in gioco con pazienza, apertura e disponibilità.

La sera andavo a dormire stanca, ma con una grande pienezza nel cuore. Se in poco tempo è stato possibile costruire così tanto, lo devo anche a tutti gli amici che da casa stavano pregando per me e con me, non ho alcun dubbio su questo. Questa è la chiesa: pregando gli uni per gli altri, siamo tutti insieme coinvolti nel creare il bene. Come sentii spiegare in una omelia tempo fa, a seconda delle occasioni che si presentano di volta in volta, qualcuno si ritrova a essere “pescatore di uomini” ed avere un ruolo più attivo, e qualcuno “fabbricatore di reti” il lavoro di chi sta dietro le quinte, ma con le preghiere e le offerte di ogni giorno permette allo Spirito di soffiare e dare forza a chi magari in quel momento è impegnato in un particolare progetto. La mia motivazione, che si ferma ad un livello più umano, non sarebbe stata sufficiente per un lavoro così intenso, ma, con il sostegno dei miei fabbricatori di reti, sentivo di avere risorse in più che non erano tutta farina del mio sacco. Penso alla mia famiglia, alle salesiane che pregavano per noi volontari, penso ai miei amici che affrontavano le loro battaglie di ogni giorno con il lavoro, con i familiari che non stanno bene, con i loro stessi problemi di salute e offrivano tutto questo anche per la mia missione… Dedico a loro questa mia esperienza, perché hanno contribuito a realizzarla tanto quanto me.

L’unità in Cristo nella chiesa è questa e va al di là di ogni spazio e di ogni tempo. Per questo è importante che continuiamo a collaborare con i missionari e a pregare per loro.

Ascoltando le storie delle suore e dei padri che ho conosciuto, come loro stessi ripetono, le loro vite sono state un susseguirsi di grazie e di miracoli. Queste donne e questi uomini hanno lasciato tutto e hanno vissuto in mezzo ai più poveri per annunciare che Cristo è presente accanto a loro. Hanno messo spesso a repentaglio la loro vita, ma il Signore ogni volta provvedeva. Come quando durante la guerra le irmas a Calulo erano sotto attacchi continui e dalla congregazione non sapevano se fossero ancora vive o no, ma intanto, con la solidarietà di tutti, loro riuscivano ad andare avanti; come quando irma Graça andò a parlare direttamente al governatore di una provincia dell’Angola e questi chiamò un suo amico, un uomo molto generoso che regalò inaspettatamente il terreno dove costruire una missione; come quando lei, altre suore e dei volontari rimasero più di una volta indenni passando sopra mine che inspiegabilmente non sono scoppiate.

Padre Luigi è vissuto per diciassette anni con i ragazzi di strada in Brasile prima di fare il missionario in Africa e a Calulo segue con grande energia la comunità, facendosi spesso chilometri durante la settimana per andare a celebrare messa e a fare catechesi nelle cappelle dei villaggi più lontani. Padre Roberto, dopo una vita passata tra i poveri in Argentina, all’età di settanta anni, quando in genere un uomo medio è già andato in pensione, ha chiesto di poter continuare la sua opera di evangelizzazione in Africa dove vive da dieci anni e lavora per la crescita delle anime con una umiltà che ho trovato disarmante. Nella lunga chiacchierata che ho avuto l’onore di poter fare con lui mi ha anche raccontato degli incontri che durante la vita ha avuto con Papa Francesco in Argentina, c’è addirittura una foto di un ritiro che fecero quando erano ancora in seminario, in cui Bergoglio ha tredici anni e padre Roberto quindici.

I missionari seguono con grande attenzione tutti gli eventi a livello internazionale e quanto era toccante sentire il modo in cui guidano e accompagnano la comunità a pregare per il Papa e per tutte le persone che nel mondo vivono situazioni drammatiche, come le vittime e i sopravvissuti del terremoto che negli ultimi giorni ha sconvolto il Messico. I poveri per i poveri, in un circolo d’amore che non si arresta.

Ero partita per questa esperienza con l’atteggiamento di chi si mette in cammino per ammirare come si incarna l’Amore in una parte del mondo che molto ha sofferto e ancora soffre. Posso dire di averlo incontrato. L’ho visto nella semplicità, nell’accoglienza affettuosa, nella pazienza e nella devozione di una comunità che cerca Dio e che lo onora offrendogli con immensa gioia tutto quello che ha. L’ho visto nella vita di questi missionari che rendono carne la parola che dice: «Il Figlio dell’Uomo non è venuto per essere servito, ma per servire».

Mi vengono in mente le parole di Etty Hillesum che scriveva dell’importanza di «essere fedeli nel senso più ampio della parola. Fedeli a sé stessi, a Dio, fedeli ai propri momenti migliori. E, là dove si è, esserci al cento per cento. Il mio “fare” consisterà nell’“essere”».

Ringrazio il Signore per avermi donato di poter osservare in questi missionari tale fedeltà e per avermi concesso la grazia di vivere questa esperienza in pienezza, con tutta me stessa.

Sto scrivendo dall’aereo che mi riporta a casa, tra poco ci siamo. A questo punto non mi resta che salutarvi e affermare, senza usare metafore… missione compiuta!

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