Soul: un’ode Pixar alla corporeità

Benché immerse in un orizzonte platonico, dunque, anzi origeniano – in quanto le anime di Docter non se ne stanno immobili a memorizzare le idee, ma si differenziano fra loro proprio esprimendo in ordine a una serie di ideali le proprie personalità originarie (Urpersönlichkeiten, diremmo con una parolaccia teutonica) –, le souls della Pixar godono di una pre-corporeità certamente funzionale alla narrazione, ma che è tale appunto perché le anime umane possono esistere soltanto come incarnate, cioè si dànno già da sempre all’esperienza (di sé, del mondo e dell’Altro) come corporee.

L’unico autore moderno che Soul mi ha fatto venire in mente, per completare in un poker il tris d’assi (antichi) finora esposti, è il neuroscienziato portoghese naturalizzato statunitense Antonio Damasio. Nel suo (ormai classico) L’errore di Cartesio, a piú riprese egli espresse la necessità di pensare l’anima umana in termini di espressione di una fisicità corporea, ed escludendo anzi ogni alternativa:

Così – si legge verso la metà del libro –, via via che ci sviluppiamo, dall’infanzia all’età adulta, il disegno dei circuiti cerebrali che rappresentano il nostro corpo in evoluzione e le sue interazioni con il mondo sembra dipendere dalle attività nelle quali l’organismo è impegnato e dall’azione di circuiti innati di bioregolazione, in quanto que|sti ultimi reagiscono a quelle attività. Si vede quindi come sia inadeguato concepire cervello, mente e comportamento in termini di contrapposizione fra natura e cultura, fra geni ed esperienza. Alla nascita il nostro cervello non è tabula rasa, né lo è la mente. E nemmeno, però, essi sono completamente determinati per via genetica: la genetica proietta un’ombra grande ma non totale. I geni provvedono a componenti cerebrali con struttura definita e ad altri la cui struttura esatta deve essere determinata.

Antonio Damasio, L’errore di Cartesio, Milano 1995, 168-169

La lezione di Damasio è stata spesso volgarizzata (e involgarita) in una cantilena del tipo “bisogna seguire il cuore, e non la mente”: l’autore stesso se ne lamenta signorilmente in una prefazione aggiunta in una recente edizione. Come per le altre opere sopra ricordate, è solo marginalmente che la trattazione si fa interessante per lo spettatore di Soul, ma credo che questo non pregiudichi la fecondità dell’excursus che andiamo facendo.

Se difatti quanti leggono Damasio molto superficialmente lo riassumono in uno scialbo “sentimenti contro ragione”, quanti lo capiscono piú a fondo vengono presi dal timore che una tale visione getti un’ombra di determinismo sull’antropologia risultante. Al che lo scienziato risponde:

Questo significa forse che amore, generosità, gentilezza, pietà, rettitudine e altre lodevoli caratteristiche umane non sarebbero altro che il risultato di una regolazione neurobiologica, cosciente ma egoistica, orientata alla sopravvivenza? Significa negare la possibilità dell’altruismo, non ammettere il libero arbitrio? Significa che non esistono amore vero, amicizia sincera, pietà genuina? Di certo non è così. […] Rendersi conto che dietro il comportamento umano più sublime vi sono certi meccanismi biologici non comporta una riduzione semplicistica alla meccanica della neurobiologia. In ogni caso, la parziale spiegazione della complessità per mezzo di qualcosa che è meno complesso non significa impoverimento.

Il quadro che vado tracciando per l’essere umano è quello di un organismo che viene alla vita dotato | di meccanismi automatici di sopravvivenza, al quale l’educazione e l’acculturazione apportano un insieme di strategie di decisione socialmente ammissibili e desiderabili, che a loro volta rafforzano la sopravvivenza, ne migliorano la qualità e servono da base per la costruzione di una persona. […] Inoltre, fuori da questa doppia costrizione, le strategie di sopravvivenza di quel repertorio generano qualcosa che probabilmente è proprio solo degli esseri umani: un punto di vista morale che, all’occasione, può trascendere gli interessi del gruppo ristretto, e anche quelli della specie.

Ivi, 185-186
Antonio Damasio,
Comprendere la coscienza

Questa trascendenza è ciò che fonda per sempre lo stupore dell’uomo davanti a sé stesso – un’esperienza che a sua volta accomuna il cattolicissimo Blaise Bascal e l’ateissimo Ricky Gervais –: infinita fragilità e dignità immensa in una cosa sola.

Proprio per questa ragione ha destato il mio stupore l’opinione di David Brooks sul New York Times di qualche anno fa. Il saggista vi parlava di un certo “buddismo neurale”:

Se si scorre la letteratura (e vorrei raccomandare i libri di Newberg, Daniel J. Siegel, Michael S. Gazzaniga, Jonathan Haidt, Antonio Damasio e Marc D. Hauser, limitandoci a questi per brevità), si vedrà che certe credenze entrano nel piú ampio dibattito.

Anzitutto, il sé non è un’entità fissa ma un processo dinamico di relazioni. In secondo luogo, sotto la patina di diverse religioni, le persone in tutto il mondo hanno intuizioni morali comuni. In terzo luogo, le persone sono equipaggiate per fare esperienza del sacro, per avere momenti di esperienze elevate quando trascendono costrizioni e traboccano di amore. Quarto, Dio può essere concepito al meglio come la natura di cui uno fa esperienza di quei momenti, l’inconoscibile totale di tutto quanto esiste.

Nelle loro discussioni con Christopher Hitchens e Richard Dawkins, i credenti hanno difeso l’esistenza di Dio. Ma questa è la parte facile del dibattito: la vera sfida si avrà quando s’incontreranno persone che avvertono l’esistenza del sacro, ma che pensano che le religioni particolari siano meri artefatti culturali costruiti a mo’ di sovrastrutture su tratti umani universali. Verrà da scienziati le cui credenze si sovrappongono un poco al buddismo.

In modi inattesi, la scienza e il misticismo si uniscono e si rafforzano a vicenda. Ciò alimenterà nuovi movimenti che enfatizzeranno l’auto-trascendimento ma tengono in poco conto la legge divina o una rivelazione. I credenti ortodossi dovranno difendere le singole dottrine e i particolari insegnamenti biblici. Dovranno difendere l’idea di un Dio personale e spiegare perché delle specifiche teologie sono guide autentiche per il comportamento nella vita quotidiana. Non sono qualificato per entrare in materia, mi creda: sto solo cercando di indicare la direzione che il dibattito prenderà. Siamo nel mezzo di una rivoluzione scientifica che avrà grandi effetti culturali.

Le osservazioni di Brooks sono molto interessanti e molte sarebbero gli spunti da sviluppare, ma lo stesso – che ha l’onestà di confessarsi incompetente in materia teologica – si contraddice laddove accenna al “buddismo neurale”, quando se c’è una cosa che tutta questa letteratura ancora una volta ci insegna è che la dottrina della trasmigrazione delle anime resta insostenibile, e dal punto di vista filosofico, piú e prima che teologico. E qual è lo scienziato che da scienziato si sente di farla propria? E se parliamo di un buddismo senza trasmigrazione delle anime… di che buddismo parliamo?

Se dunque c’è una religione positiva che ha qualche carta da giocarsi nell’interlocuzione con le teorie della “embodied mind”, questa è la religione dell’incarnazione.

La carne è il cardine della salvezza.

Tertulliano

scritto da

1 Commento

  1. Grazie della preziosa antologia. Personalmente il modo di raccontare la pre-esistenza delle anime e l’ante-mondo mi han fatto pensare da subito al mito di Er. Non tanto ai contenuti in senso stretto, quanto al dispositivo mitico come strumento che Platone adopera (a livello sommo, ma la tradizione greca nel suo complesso) per dispiegare nessi problematici e profondi dell’esperienza umana che il concetto per sua natura non può dominare. In un certo senso, guardando Inside Out anni or sono e Soul un mese fa, ho sempre più l’impressione che film come questo siano in un certo senso una sorta di patrimonio mitico contemporaneo, laico nel suo senso più nobile, perchè non hanno la pretesa di dare delle risposte scientifiche, ma pongono domande, ci fanno entrare in una storia per farci rientrare, in ultimo, nella nostra, ancor prima dei possibili discorsi più o meno ipostatizzanti su ante-mondo e pre-esistenza delle anime ed eventuali dualismi anima-corpo. Grazie anche per gli spunti patristici.
    Quanto al buddismo neurale, mi pare un’espressione che se da un lato manca di rigore (perchè come hai ben sottolienato considera il buddismo nella sua accezione più pop e meno rigorosa – ma purtroppo questa è la sorte delle religioni nell’epoca del consumismo), dall’altro fissi davvero la schizofrenia della nostra epoca, così materialista e così spiritualista allo stesso tempo (ma d’altronde questo avviene in ogni dualismo inconfessato oltre che incosciamente praticato). Nella direzione del buddismo neurale mi sembrano pertinenti alcune suggestioni “muskiane” qui riportate (https://www.hwupgrade.it/…/elon-musk-con-neuralink-ha…), con il chip nel cervello che altera a nostro piacimento livelli di ormoni e onde così da poterci regalare il nirvana “tascabile”. Ecco, in tal senso noto che miti come quello di Soul sono davvero nutrimento prezioso se sono capaci – e lo sono – di restituirci con fiducia rinnovata alla realtà, ossia al dramma e al peso oscuro e luminoso (ossia glorioso, perchè è lì la prospettiva finale) della nostra carnalità.

Di’ cosa ne pensi