Soul: un’ode Pixar alla corporeità

Uno dei (molti) bei regali che ho ricevuto in questo Natale è stato la possibilità di vedere finalmente Soul, della Pixar, e di vederlo in compagnia della mia famiglia.

Ricordo che lessi per la prima volta di questo (allora) work-in-progress di Pete Docter almeno due anni fa, forse pure qualcosa in piú: non trapelarono indiscrezioni di sorta (la Disney/Pixar sa blindarsi come pochi altri, mentre fa le anticipazioni) ma fin da subito ebbi il presentimento di un lavoro estremamente difficile. Parlare dell’anima in un film sarebbe già stato complicato – che so, come parlare dell’ossigeno raccontando le Olimpiadi! –, ma farlo in un film di animazione, il cui destinatario nativo sono (a quanto si dice) i bambini… sarebbe stato ancora piú arduo.

Il trailer di Soul

Il problema e la proposta di Pete Docter

Quello di “anima” è infatti un concetto astratto legato al versante immateriale di ogni individualità concreta1E noto come gli stessi libri biblici registrino la comparsa del concetto di “anima” – intesa come sostanza immateriale congiunta al corpo dei viventi – principalmente a partire dalla redazione dei testi deuterocanonici, ossia a quelli sorti dopo il trionfo storico-culturale dell’ellenismo.: a un bambino si può tentare di spiegare gli stati psichici – e non a caso era stato lo stesso Docter a firmare, nel 2015, Inside Out –, dal momento che essi sono oggetto di esperienza diretta e continua, e ciò proprio nella loro alternanza. Che si sarebbe potuto dire invece sull’anima in sé, ovvero sul soggetto/oggetto di quelle stesse variazioni psichiche? O meglio: quale storia si sarebbe potuta raccontare sulle anime, anzi su un’anima, senza scadere nell’angelismo o nel paranormale? «Però – mi ero detto già all’epoca – se Docter dice di avere un’idea non sarò certo io a porre veti… staremo a vedere cosa ci proporrà».

Finalmente abbiamo avuto la risposta a queste ed altre possibili obiezioni: Docter ha scelto di raccontare [no spoiler] la vicenda di un uomo che fa un’esperienza di pre-morte e che – qui l’accenno al paranormale sfuma nel filosofico – si ritrova in un angolo di universo immateriale di cui nemmeno sospettava l’esistenza, ossia l’Antemondo.

Qui le anime degli uomini vengono sottoposte a un intenso “training pre-formativo” che determina il loro temperamento innato, cioè il sostrato già-dato del carattere individuale: i grandi uomini che trapassano (come Pitagora, Lincoln e Madre Teresa, ma anche dei meno rinomati e pur sempre lodevoli premi Nobel) tornano per qualche tempo nell’“Antemondo” per svolgere un servizio di “tutoraggio pneumatico”, e divengono cosí dei mentori prima di procedere verso l’immensa luce puntiforme che s’impone discreta come il destino ultimo di tutti gli uomini. Il Mistero di Dio è per Docter un’evidenza di fede e di ragione, ma resta sullo sfondo (un po’ come l’aristotelico motore immobile) mentre gli agenti che presenziano alla gestione delle complesse procedure di immatricolazione delle anime sono “congiunzioni di tutti i campi quantizzati dell’universo” (anche se si fanno amichevolmente chiamare “Jerry”). Ovviamente non è dato ridurre a minimi e non contraddittorî termini delle immagini poetiche, ma a me è venuto da osservare che “i Jerry” ricoprono un ruolo simile a quello che nella buona cosmogonia cristiana è stato riservato alla gerarchia celeste2Certamente i “campi quantizzati” dànno piuttosto l’idea di cause efficienti fisiche (e naturali) che di agenti metafisici (e spirituali), ma le loro personificazioni li assimilano ad emissari del Disegno Intelligente, ferma restando la loro distinzione dal Mistero vero e proprio..

Tre grandi mentori filosofici

La triplice domanda “chi siamo? da dove veniamo? dove andiamo?” è una di quelle evocate piú frequentemente, in Soul; e il membro centrale – da dove veniamo? – risulta quello in forza del quale è suggerita la risposta agli altri due. Forse ad alcuni spettatori l’idea della preesistenza dell’anima potrà sembrare una brillante trovata da consumati sceneggiatori Disney/Pixar, ma questo eventuale pregiudizio si spiegherebbe soltanto a partire da due osservazioni:

  1. viviamo in un contesto materialistico e religiosamente poco strutturato, nel quale ogni persona – perfino la medesima persona – può simultaneamente dubitare dell’esistenza dell’anima e ammettere le piú irrazionali teorie sulla sua genesi (reincarnazione, karma…);
  2. il suddetto contesto è quello subentrato alla desertificazione della cultura cristiana, che da un certo punto in poi ha rigidamente fissato una dottrina dell’anima per cui essa è creata da Dio e infusa nel singolo uomo al momento del suo concepimento – escludendo dunque (fra le altre cose) ogni preesistenza.

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Note

Note
1 E noto come gli stessi libri biblici registrino la comparsa del concetto di “anima” – intesa come sostanza immateriale congiunta al corpo dei viventi – principalmente a partire dalla redazione dei testi deuterocanonici, ossia a quelli sorti dopo il trionfo storico-culturale dell’ellenismo.
2 Certamente i “campi quantizzati” dànno piuttosto l’idea di cause efficienti fisiche (e naturali) che di agenti metafisici (e spirituali), ma le loro personificazioni li assimilano ad emissari del Disegno Intelligente, ferma restando la loro distinzione dal Mistero vero e proprio.

1 Commento

  1. Grazie della preziosa antologia. Personalmente il modo di raccontare la pre-esistenza delle anime e l’ante-mondo mi han fatto pensare da subito al mito di Er. Non tanto ai contenuti in senso stretto, quanto al dispositivo mitico come strumento che Platone adopera (a livello sommo, ma la tradizione greca nel suo complesso) per dispiegare nessi problematici e profondi dell’esperienza umana che il concetto per sua natura non può dominare. In un certo senso, guardando Inside Out anni or sono e Soul un mese fa, ho sempre più l’impressione che film come questo siano in un certo senso una sorta di patrimonio mitico contemporaneo, laico nel suo senso più nobile, perchè non hanno la pretesa di dare delle risposte scientifiche, ma pongono domande, ci fanno entrare in una storia per farci rientrare, in ultimo, nella nostra, ancor prima dei possibili discorsi più o meno ipostatizzanti su ante-mondo e pre-esistenza delle anime ed eventuali dualismi anima-corpo. Grazie anche per gli spunti patristici.
    Quanto al buddismo neurale, mi pare un’espressione che se da un lato manca di rigore (perchè come hai ben sottolienato considera il buddismo nella sua accezione più pop e meno rigorosa – ma purtroppo questa è la sorte delle religioni nell’epoca del consumismo), dall’altro fissi davvero la schizofrenia della nostra epoca, così materialista e così spiritualista allo stesso tempo (ma d’altronde questo avviene in ogni dualismo inconfessato oltre che incosciamente praticato). Nella direzione del buddismo neurale mi sembrano pertinenti alcune suggestioni “muskiane” qui riportate (https://www.hwupgrade.it/…/elon-musk-con-neuralink-ha…), con il chip nel cervello che altera a nostro piacimento livelli di ormoni e onde così da poterci regalare il nirvana “tascabile”. Ecco, in tal senso noto che miti come quello di Soul sono davvero nutrimento prezioso se sono capaci – e lo sono – di restituirci con fiducia rinnovata alla realtà, ossia al dramma e al peso oscuro e luminoso (ossia glorioso, perchè è lì la prospettiva finale) della nostra carnalità.

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